Tratto da: "Montieri notizie storiche" di VATTI Giuseppe. Proprietà riservata

In una pergamena dell'Arch. Vesc. di Volterra, rivela quella che nell'epoca era la vita politica e sociale nel castello del quale forma la carta costituzionale. Il prezioso documento è scritto tutto in lingua volgare quale la si parlava in Montieri, mentre gli altri brevi che si conoscono e prima e dopo sono tutti scritti in latino. Non conosciamo le ragioni per le quali questo documento possa essere arrivato a noi scritto in volgare, unico nella specie; ma ci sembra accettabile l'opinione del Volpe secondo il quale la pergamena, abbondante di correzioni e di aggiunte, dovette essere stata la brutta copia compilata discussa ed approvata nella lingua volgare del popolo e destinata ad essere letta pubblicamente perché la comunità, ormai dimentica del latino, ne prendesse conoscenza nella lingua che parlava, prima che il breve fosse tradotto in latino rivestito delle regolari formule legali.
Era una costante disposizione, prima consuetudinaria e poi codificata, quella di leggere all'atto dell'approvazione le disposizioni emanate che il popolo "non doveva" ignorare: e la lettura ne era ripetuta pubblicamente varie volte all'anno.
Il documento è anche molto importante da un punto di vista filologico in quanto viene a confermare che il territorio del triangolo Siena-Massa di Maremma-Volterra fu proprio la culla della nuova lingua italiana nazionale. E si può ricordare in proposito come oltre mezzo secolo prima della compilazione del breve, nel 1158, in una lite tra il conte Ranieri Pannocchieschi ed il fratello vescovo Galgano, che morirà assassinato, era comparsa proprio in questa terra, sulla bocca di Malfredo di Casamagi, il rozzo guardiano del castello di Travale, la notissima frase in volgare: "guaita guaita, male non mangiai ma mezzo pane", ("La Guaita di Travale") fra le più antiche manifestazioni della nuova lingua; che per essere capace di espressioni così compiutamente formate, afferma di essere comparsa. qui, in mezzo al popolo, già da un tempo notevolmente anteriore. E già un altro documento ben più valido tutto in volgare era comparso in Volterra verso il 1190 riguardante gli insediamenti umani nella contrada delle Ville in quella città (Bocci). Documenti questi di un valore indicativo fondamentale.
I diversi brevi tra il 1215 e gli anni successivi compilati dapprima per una piccola parte della popolazione, la più ricca ed evoluta, furono allargati gradualmente alla partecipazione delle categorie più modeste fino a comprendere l'universalità degli uomini del castello, dei quali dettarono l'organizzazione gerarchica comunale per gli anni avvenire, malgrado revisioni c ritorni di potere comprensibili nelle condizioni politiche e sociali del tempo.
Il breve del 7 giugno 1219 nelle sue clausole e nelle particolarità delle sue precisazioni aderisce talmente alle condizioni del castello in quel tempo da farcelo ritenere come la carta costituzionale del Comune di Montieri. Questa ipotesi è suffragata da altri documenti di poco successivi che si richiamano tassativamente ad uno "Statuto di Montieri", lo Eletto vescovo Ranieri, in uno strumento del Notarile 8414 della Biblioteca Guarnacci steso in Montecastelli il 4 luglio 1254, incarica Fra Rustico di S.Galgano, già nominato gastaldo nel castello, di rivedere e correggere lo Statuto di Montieri; ed un altro documento di poco successivo, messo in luce dal Barabesi nella sua Bibliografia, ci dà notizia che agli atti del Consiglio della Campana di Siena dell'anno 1255 appare un cedola destinata ad essere "aggiunta" in "constituto Monteriì de voluntate Consilii maioris et minoris Monterii et ipsius conscencia". La revisione dello Statuto disposta dal vescovo Ranieri, la cedola che il popolo di Montieri vuole inserita nel suo "constituto" ci assicurano che esso realmente esisteva; ed in questo caso, secondo il Brabesi, esso "starebbe a provare in Montieri l'esistenza di uno speciale ordinamento municipale"; e certamente il più antico statuto scritto in italiano.
Dal costituto del 1219 apprendiamo, come abbiamo già accennato, che sono le "compagnie del Comune" riunite nei due gruppi degli Ugorazzi e dei Bruccardi che dirigono l'economia del castello, dapprima chiuse in una ristretta cerchia aristocratica; poi allargale agli uomini liberi agricoltori commercianti artigiani, c quindi aperte su più larga base. La "compagnia" è il nuovo potere sorto di fronte al signore feudale a dare nascita al libero Comune, del quale con i diversi " brevi " emanati tra il 1215 ed il 1222. e particolarmente con quello del 1219, detta la propria costituzione. Gli uomini in essa associati s'impegnano con giuramento a difendersi reciprocamente nella persona e negli averi. a non fare altra compagnia né ad aiutare o consigliare altri a farla. Chi non vuole parteciparvi non vi è costretto, ma chi ne è fuori ovviamente non può godere dei diritti degli associati né della protezione e degli aiuti finanziari della società; aiuti che sono tratti dal ricavato dei tributi annuali sul minerale e dalle multe inflitte ai trasgressori dei patti di lavoro, tributi coi quali sono rifuse tutte le spese fatte dai Consoli o dall'Amministrazione per la collettività. I Consoli o Rettori alla fine di ogni anno e precisamente il 28 dicembre nominano una " balìa " di tre membri, uno per ciascuna Porta, del Borgo, dell'Ospedale e Da Lispoggio la prima comprendeva la contrada della Ruga col borgo della Villa del Casalino e del Vicinatino; la seconda comprendeva la contrada del Castello e le abitazioni del borgo sorto coll'Ospedale fuori della cinta muraria nell' attuale Piazza del Municipio e la Via del Fosso e Via del Pino; e la terza comprendeva la contrada di Dogana cogli abitati del Fontino e del Romito cioè della ancora attuale Via Salviati, fuori le mura.
Ai Tre di Balìa è imposto con giuramento che il 28 dicembre di ogni anno debbono "kiamare due Consoli ed un signore" che assumeranno il potere il prossimo 10 gennaio. Nei 3 giorni intercorrenti dal 28 dicembre si riuniranno coi reggenti uscenti ed insieme si consiglieranno sulla situazione amministrativa in corso e su quello che potrà essere fatto nell'anno che sta per cominciare, i nuovi eletti "debiano essere tenuti ad osservare tutte quelle cose kel vechi lomporranno collor consilio per utilità de la copagnia" (Trascrizione) . I tre di balìa insieme ai due Rettori debbono eleggere i Consiglieri e gli altri funzionari del Comune la cui amministrazione viene così ad essere composta dai due Rettori o Consoli con lo stipendio di 20 lire all'anno, da un Camerlengo con lo stipendio di lire 3, da tre consiglieri, uno per ciascuna Porta, retribuiti con 40 soldi all'anno, un balitore egualmente con 40 soldi ed uno scrivano che i Consoli possono retribuire pure con 40 soldi. Vi è poi un Parlamento Generale, un'assemblea ad comune, a cui possono intervenire tutti coll'obbligo tassativo di rimanervi fino alla fine dell'adunanza. Vi erano infine "tre balìe" straordinarie di tre membri ciascuna, una per ciascuna Porta alle quali erano riservati particolari poteri di revisione delle spese, dei danni eventualmente subiti dai Rettori da parte del Vescovo o dei suoi funzionari ed altre mansioni sull'osservanza dello Statuto del Comune. Il quale, notiamo, non è stato ufficialmente riconosciuto dal Vescovo che però lo tollera o lo subisce come organo di protezione della comunità, la quale è sempre sottoposta alla giurisdizione vescovile che può minacciare o attuare imposizioni alle quali il Comune cercherà opporsi colle norme sancite dal suo statuto societario.
Non vi è dubbio che il breve del 1219 segna a Montieri un passo decisivo nella democratizzazione del potere ed un allargamento notevole della cerchia dei rappresentanti del popolo chiamati al governo della Compagnia che è ormai di fatto il governo del Comune. Infatti per l'innanzi erano i Rettori uscenti che a fin d'anno chiamavano essi stessi alla propria successione i loro sostitutori, mentre da ora in avanti saranno i "tre di balìa" che previo giuramento di scegliere gli uomini che secondo coscienza a loro sembreranno i migliori, nomineranno i nuovi Consoli; i quali prima di entrare in carica si incontreranno con i vecchi amministratori dai quali saranno informati sullo stato dell'amministrazione del Comune ed insieme progetteranno quello che di meglio potrà essere fatto a vantaggio dell'università del popolo nell'anno che sta per cominciare. E sorgono insieme le nuove balìe di tre membri per ciascuna delle tre Porte, un vero e proprio collegio di revisori su ogni ramo dell'amministrazione pubblica, completata dal Parlamento Generale che sarà presto sostituito da un Maggior Consiglio formato da tutti i capifamiglia e da un Minor Consiglio elettivo composto da membri scelti con speciali clausole, del quale faranno parte i Priori ed il Camerlengo.

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E' pertanto manifesto che dopo la fase conciliativa adottata dall'episcopato del vescovo Ugo, i di lui successori presuli Pannochieschi dovettero riprendere nel castello la politica già seguita dal primo vescovo della casata, Galgano, di un più rigoroso sfruttamento delle miniere e delle imposte a cui la popolazione si oppose come è chiaramente dimostrato dal comma dello stesso breve del 1219 come si è accennato, che proclamava che gli uomini di Montieri "jurano non dare lo sopra più de l'ariento a la curte del vescovo vulterano", e da un, altro comma che riguarda il caso nel quale, in occasione di persone defunte senza eredi diretti che avessero lasciati i loro beni ad estranei, il Vescovo non riconoscesse la volontà degli estinti e pretendesse fare incamerare al fisco ecclesiastico i beni dal defunto lasciati, il breve imponeva di opporsi a .sostegno dell'erede designato; e "sel vescovo o suo messo lili volesse tollare u distorzare si iurano daitare colui a cui tosse distorzato ad iusta la sua possa".
Non vi è dubbio che le Compagnie del Comune sono organismi di opposizione sistematica al potere particolarmente economico- sociale del Vescovo, il quale caso per caso, a seconda delle circostanze, tollera, si adatta, subisce il modo di vivere della popolazione del castello che si oppone, sì, a molte disposizioni, ma non si ribella in modo deciso a Volterra come forse, nei tempi e nelle circostanze di cui ci occupiamo, avrebbe potuto fare con probabilissimo successo. (già molti castelli si erano ribellati e staccati dal dominio vescovile, i montierini sapevano bene che di là da Volterra c'erano senesi, fiorentini. massetani cogli occhi ben fissi sulla loro terra; e la giurisdizione vescovile per essi era ancora il male minore!
Ma nel castello non cessavano le discordie, le lotte intestine, i ricatti, le vendette tra gli stessi associati nelle compagnie; e che non riuscendo a trovare un sufficiente equilibrio interno mantenevano la corte tutta in un continuo stato di disagio e d'inquietudine, tanto che in un certo momento il desiderio di una pacificazione generale tra il "signore" le classi privilegiate ed il popolo fu così vivo che tutti furono d'accordo di affidare al Vescovo stesso un nuovo tentativo. Pagano accettò l'incarico cd il 18 settembre 1232 convocò a parlamento tutto il popolo nella chiesa di S. Giacomo Apostolo per una generale pacificazione fra e prima di tutti fra Ugorazzi e Bruccardi- L'atto fu compiuto solennemente, ma purtroppo il risultato non fu migliore di quello ottenuto coi tentativi precedenti : di lì a poco le lotte intestine. le tutti vendette, le ingiurie ripresero senza tregua. Lo stesso vescovo Pagano, come sappiamo, pochi anni dopo ebbe a subire a Montieri l'oltraggio della prigionia.