Il suo nome appare nella storia quando il Vescovo di Volterra Alboino investe i suoi congiunti Pannocchieschi di alcune terre prossime a Montieri e delle possessioni di Gerfalco e di Travale: quindi, sulla fine del sec: IX.
La fama di questo castello il cui nome ricorre spesso nelle cronache, specialmente dall'XI a tutto il XIII secolo, non è dovuta tanto alle argentiere che si trovavano nel suo territorio, (nella parte più prossima a quello di Montieri, sui fianchi dell'odierno Montemurlo), quanto ad essere esso in dominio di una famiglia comitale ardita e potente, quella dei Pannocchieschi, che attraverso i vari rami della sua Casata estendeva il suo potere a numerosi Castelli dell'alta e media Valle della Cecina e della Val di Merse, fino in piena Maremma.
Di probabile origine longobarda, i Pannocchieschi, che conosciamo al seguito del Marchese Alberto " Longobardo " signore della Marca Toscana, si erano fortemente insediati su quei vasti territori fra Massa e Siena, mentre alcune loro famiglie, vivendo entro le mura di queste città, prendevano parte attiva e spesso predominante al loro governo. Potenti e prepotenti non è azzardato affermare che furono causa di parecchie guerre fra i vari Comuni del territorio compreso fra Volterra, Siena e Massa, mentre ebbero anche fiere inimicizie e lotte fra i diversi rami della loro famiglia, lotte che naturalmente si ripercuotevano sulla sorte dei luoghi dove dominavano o sulle Città che li ospitavano.
La storia di Travale, nel Medio-Evo, è perciò storia della famiglia Pannocchieschi.

Travale era dunque noto già prima del secolo XI per le sue argentiere: e per questa sua attività mineraria e per la vicinanza del territorio aveva frequenti rapporti di interessi con gli uomini di Montieri. Sebbene i due Comuni fossero nettamente separati territorialmente, tuttavia si incontrano spesso documenti nei quali compaiono uomini dell'uno e dell'altro Castello in imprese di vario genere, accumunati da reciproci interessi. Nel febbraio 1135 Rainerio, detto Pannocchia di Ugolino Pannocchieschi, con atto rogato a Travale vende le sue terre poste nella Corte di Montieri, entro determinati confini, riservandosi quelle di Gerfalco e Travale. Ma pochi anni dopo insorge una disputa tra Raniero detto Pannocchia e il fratello Galgano, vescovo di Volterra, sulla divisione di alcune terre poste nella corte di Gerfalco.
Tra i documenti che narrano questa disputa, ve n'è uno in data 29 marzo 1156, appartenente all'Arch. Vescovile di Volterra, che è importantissimo non solo per il suo contenuto storico circa i fatti narrati, ma anche perché in mezzo al latino in cui è scritto porta una frase volgare che ha un certo ritmo e che gli studiosi riguardano come uno dei primi documenti della poesia italiana. Questo documento, insieme a quello dello Statuto di Montieri del 1219, e ad altri precedenti di cui si hanno tracce, affermano in modo indubbio che in queste nostre terre sorse, forse prima che altrove, il " dolce stil nuovo ".
La questione di cui il documento in parola si occupa è risolta poco più tardi attraverso atti del 23 maggio, 30 giugno e 6 luglio 1158 per intervento del Vescovo di Grosseto, Pietro, e di alcuni nobili di Volterra. E l'accordo si fa più perfetto con un atto successivo del 19 maggio 1163 col quale il Conte Pannocchia e la moglie Aligarda e gli altri membri della famiglia promettono di non muovere altrimenti lite a Galgano vescovo per la di lui terza parte del castello di Gerfalco.
Travale resta così uno dei più sicuri e definitivi dominii dei Pannocchieschi. Il suo territorio si estende notevolmente in superficie, giungendo fino in prossimità di Montieri e sui fianchi dei monti di Gerfalco, spingendosi poi verso il castello d'Elci e Fosini. Dedito allo sfruttamento delle sue miniere molto attive, dalle quali sorgono capaci maestranze ed uomini accorti nell'industria e nei traffici minerari, è spesso travolto in contese dall'irrequietezza dei suoi Conti, sempre pronti a cogliere ogni occasione per aumentare il proprio territorio e la propria potenza. È del 2 luglio 1215 uno strumento che parla dell'accomodamento di un'altra lite fra i vari membri della famiglia cogli Aldobrandeschi di S. Fiora; strumento firmato nella chiesa di S. Michele in Travale.
Questa chiesa, ricordata in documenti anteriori, non dovette essere quella ancora esistente di S. Michele; la cui architettura ed il portale specialmente rivelano l'arte senese del 1300. Forse la chiesa di S. Michele primitiva era attigua all'attuale e probabilmente era un piccolo oratorio che occupava l'area di quella che è oggi la chiesa della Compagnia. Farebbero credere questo il fatto che la chiesa di S. Michele, che appare ancora oggi nella sua costruzione originale, non mostra alcun rifacimento e per il suo stile si dimostra posteriore al secolo XII. Mentre la chiesa della Compagnia, rimaneggiata in modo evidente in varie epoche e che ormai non conserva alcuna traccia del suo stile primitivo, deve essere stata la primitiva chiesa di S. Michele. Del resto in questa vi sono due campane del secolo XIV: una fenduta ed inservibile porta la data: "A.D. MCCCXXII ? Cienni Ricciardue fecit"; ed un'iscrizione che ricorda l'avvenuta liberazione della patria in quell'anno. L'altra campana ha una data di qualche anno precedente. Sebbene non si sia potuto accertare, è molto probabile che la data della campana sia prossima al tempo della costruzione della chiesa: che anche per questo non sarebbe la chiesa " vecchia " di S. Michele.

La contea di Travale continua pertanto ad estendere la sua influenza e ad accrescere la sua potenza. Nel 1219 il conte Ranieri Pannocchieschi acquista Elci, estendendovi il suo potere. E dovendo poco dopo partire dall'Italia raccomanda a Siena la tutela della sua terra dove lascia il figlio Emanuele. Nel 1250 un altro Pannocchieschi, che colla moglie fu tutore del ricordato Emanuele signore di Travale, con strumento del 31 marzo riceve in donazione da Raniero Gottobaldo dei conti Alberti signori di Monterotondo, vaste terre anche in quel contado. Intanto continuano i Pannocchieschi a trafficare più che mai con Massa e con Siena. Abitando in Massa guelfa, essi ghibellini accaniti, non tralasciano alcuna occasione di intromettersi negli affari interni della città, tutte le volte che gli interessi della loro parte siano minacciati, schierandosi arditamente contro la città che li ospita, così che Massa li bandisce e confisca i loro beni. Ma essi sono appoggiati a Siena, cui danno modo di intromettersi negli affari massetani. Nel 1263 Travale, con tutti gli altri castelli dei Pannocchieschi, si pone decisamente sotto la tutela senese e si obbliga a far guerra ai guelfi di Firenze, Lucca, Massa. Per questo patto e per vendicare i Pannocchieschi banditi, Siena interviene energicamente e costringe Massa ad esiliare quelli dei suoi cittadini che furono nemici dei Pannocchieschi. Questi esiliati, che furono molti, si rifugiarono a Prata e riuscirono a trarre dalla loro anche il conte d'Elci. Questi fatti furono causa della guerra che scoppiò fra le due città (1275). Prata fu stretta d'assedio dai senesi e dovette cedere: e solo l'anno seguente (1276), dopo la pace, i Pannocchieschi poterono rientrare in Massa.
Nel 1280 seguitando le lotte intestine tra guelfì e ghibellini, avvenne che i conti d'Elci mossero contro il castello di Fosini e vi uccisero il conte Guido. Allora Nello Pannocchieschi di Pietra, chiesti rinforzi a Siena che vantava già diritti su Fosini, e avute truppe anche da Massa in forza di patti esistenti, raggiunse Travale e si gettò poi sul castello d'Elci, ardendone e saccheggiandone il contado.

La tradizione vuole che in questa cavalcata i Travalini portassero via dalla chiesa d'Elci la " Santa Croce " che da quel tempo e fino ad oggi fu in grande venerazione presso quella popolazione. Questo simulacro rappresentante il Crocefisso è in legno. La croce che lo sostiene è certamente recente; mentre la figura del Cristo è in modo indubbio molto antica, del tipo di scultura del secolo XIII. Ha subito rimaneggiamenti che hanno certamente deturpato la originaria bellezza.

Sebbene esistessero patti precedenti diversi, Travale non cessa di trafficare con Massa, che dal canto suo cerca ogni modo di mantenere e rafforzare le sue posizioni sui castelli vicini nell'alterna vicenda di quel periodo fortunoso; e con atto del 2 febbraio 1297 riesce ad acquistare da Bernardino e Cione da Travale alcune loro terre e miniere, ponendo di nuovo le mani su quel castello. Pochi anni dopo un altro contratto, dell'11 novembre 1301, porta ad una permuta di beni fra Pannochia del fu Guglielmo e messer Ranieri Pannocchieschi ambedue di Travale.
Pochi anni dopo il conte Bernardino di Succio di Niccolò di Perolla, cittadino volterrano, vendeva a Volterra la parte che gli spettava del territorio di Travale. Tutte queste permute territoriali contribuivano a perpetuare, in quell'ambiente saturo di appetiti, lotte senza fine.
Mentre si attuavano questi contratti, forti attriti pendevano tra i Pannocchieschi di Travale e la repubblica di Siena per l'avvenuta demolizione del castello d'Elci. Le controversie furono poi risolte (1316) ad opera di Gianni d'Aldobrandino da Travale, Priore dei Signori Nove di Siena, ed in base all'accordo raggiunto i Pannocchieschi si sottomettevano di nuovo, annullando i loro precedenti privilegi in Travale, mentre Siena concedeva loro i beni, gli onori cittadini ed altre garanzie.
Il popolo di Travale fatto libero dai Pannocchieschi decise di sottomettersi a Siena e il 22 novembre 1317 elesse suo procuratore ser Ranieri di ser Jacomo notaio, che trattò i patti della dedizione, secondo i quali gli abitanti di Travale dovevano, essere cittadini senesi, e dovevano essere difesi da Siena, che vi doveva mandare un suo vicario.
Dopo questo trattato una parte dei Pannocchieschi intendendo di essere in perpetuo all'obbedienza di Siena sottomise alla repubblica le terre rimastele del contado di Travale, con strumento del 19 luglio 1319. In seguito anche altri rami della famiglia Pannocchieschi si unirono per sottomettersi tutti a Siena, con atto dell'11 maggio 1322.
Ma già fin dal 1317 i Pannocchieschi avevan stretto con Massa patti che non erano stati mantenuti: anzi si erano abbandonati ad audaci scorrerie nei territori massetani porgendo a quel comune l'occasione di forti risentimenti. Questi precedenti e la loro sottomissione a Siena colmarono la misura; si che nella primavera del 1322 i massetani decisero una spedizione su Gerfalco e Travale. Occupato Gerfalco, l'esercito massese, forte anche di buon nerbo di cavalieri, si avanzò su Travale che stava per cadere quando i Pannocchieschi domandarono la pace, che fu conclusa il 7 agosto di quell'anno e firmata da Fidanzo di Gherardino per Massa e da Camillo di Mannello, procuratore dei Pannocchieschi, per Travale.
Con questa pace si riconosceva il possesso pieno del castello ai Pannocchieschi; Travale permetteva ai Massetani di trafficare mercanzie nel suo territorio senza gabella; i Pannocchieschi riacquistavano la cittadinanza massetana con speciali privilegi, ma con l'obbligo di cedere il castello in caso di guerra, di far cavalcate con quei di Massa e altre cose di minor conto.
Come già era successo per Gerfalco, così anche per Travale, Siena non fu soddisfatta di questi patti, e intervenuta presso i Pannocchieschi, questi riconfermarono a lei la loro dedizione.
Continuano però sotto la sovranità senese ad abitare quella terra ed a scavar miniere ed a svolgervi ogni loro attività.
Ma le divergenze di Travale con Siena, non ostante i patti del 1322, non dovevano essere per allora definitivamente appianate, poiché, qualche anno dopo, un conte Palmiero rettore della chiesa di S. Colomba, in nome proprio e di altri Pannocchieschi riacquistò per denaro il castello di Travale ed altre terre, con contratto stipulato in Sughereto il 14 aprile 1325.
L'irrequietezza dei Pannocchieschi doveva di nuovo rivelarsi, poiché sorsero in quel tempo controversie tra ,Montieri e Travale ed altri castelli, sia per confini territoriali, sia per le miniere; e così nel 1326 Travale è interessato nel trattato di pace tra Montieri e Massa, trattato che rogato da Bartolomeo da Montieri è firmato il 23 settembre di quell'anno.
Appena erano sistemate queste questioni che Travale nella primavera del 1328 si ribellava a Siena per tornare in diretto possesso dei Pannocchieschi: ma giuntovi un esercito senese il castello si arrendeva ed era costretto a pagare 1000 fiorini d'oro di indennità ed a subire altre imposizioni.
Poco dopo, con atto del 23 giugno 1328, Nello e Neri di Mangiante Pannocchieschi vendevano per 8000 fiorini le loro terre di Travale al nobile Messer Cione Malavolti da Siena. Questo trapasso di proprietà fu definitivo, e ad esso seguì una nuova completa sottomissione a Siena di tutti i Pannocchieschi, che furono riconosciuti cittadini senesi ed ebbero i privilegi e gli onori del loro rango (1329).
Alcune altre terre che erano rimaste alla loro comitale famiglia furono pure acquistate dalla Repubblica. Infatti nel 1357 in base ad accordi intervenuti, Cristoforo di Puccio, Angelo di Nello, Francesco di Bernardino tutti Pannocchieschi, vendono a Siena per 1100 lire l'ottava parte del castello, distretto e giurisdizione di Travale a loro appartenente. Finalmente i Travalini nel 1370 vollero rinnovare solennemente l'atto della loro dedizione a Siena per essere " in perpetuo veri sudditi de Sanesi ".
Pertanto anche alcune poche ragioni che nella corte di Travale aveva Meo di Baruffa Tolomei, nel 1373 furono vendute alla Repubblica, che ebbe così il possesso incontrastato e completo di Travale e del suo territorio.
I Travalini furono da allora fedelissimi sudditi di Siena e sotto la Balzana godettero prosperità e pace per lungo tempo. Fino a quando nel 1502, il 4 agosto, un violentissimo terremoto, che arrecò danni anche ai paesi vicini, abbattutosi su Travale lo sconvolse, distruggendo parecchi edifici e facendo numerose vittime.
Qualche anno dopo, frutto degli antichi interessi comuni, sorse un'acerba lite fra il Comune di Travale e quello di Montieri per il possesso di Fontappialla, lite che fu appianata con atto del 6 giugno 1520 in seguito ad arbitrato del conte Andromaco d'Elci per Travale, di Antonio di Lorenzo Beccafumi per Montieri e di Sano di Matteo Biringucci, terzo arbitro.

Travale ebbe il suo speciale statuto, che appare scritto nel 1544 da Pierantonio di Jacomo Nicholini, con il quale si governò per lunghi anni. Quando Siena fu assediata dalle truppe imperiali, la fedeltà dei Travalini alla Repubblica non venne meno, tanto che Cosimo I dei Medici, temendo che il castello si sollevasse, lo fece smantellare: e nella demolizione andarono distrutti altri dì quegli edifici che il terremoto del 1502 aveva risparmiati. Il paese e gli uomini di Travale furono sottomessi il 2 dicembre 1554; ed il 22 agosto 1557 il suo territorio veniva incorporato alla corona di Toscana senza speciali riserve o privilegi.
Caduta Siena, Travale ridotto ad un ammasso di rovine, condusse vita grama ed oscura. Circa un secolo dopo la popolazione del suo castello è ridotta a 160 persone: ed esso è un misero borgo di case spezzate cinto di mura abbattute dalle fondamenta. A stento si trova qualche, stanza abitabile; ed anche il Palazzo di Giustizia è cadente e non può albergare nessuno.
Appena abitabili sono le case delle migliori famiglie: Piazzi, Cinughi, Orlandini, Biadaioli. Vi si trovano due pizzicherie, un macello, un forno. Sottoposto nello Spirituale a Volterra, ha varie chiese: l'antica prepositura di S. Michele; quella della Compagnia dell'Annunziata, del Sacramento, di S. Sebastiano. Vi è poi quella di S. Silvestro, dove si seppelliscono tutti i defunti del territorio; e quella del Giardino dedicata a S. Antonio da Padova. La giustizia vi è amministrata dal giudice di Casole, mentre per il civile dipende da Chiusdino. Governato dai suoi propri statuti, l'ultimo dei quali approvato l'8 febbraio 1667, si regge con essi fino al 1° gennaio 1778, quando per decreto di Pietro Leopoldo Granduca di Toscana è aggregato al comune di Chiusdino.
Dopo l'invasione napoleonica alcuni uomini di Travale, parteciparono all'imboscata del 24 gennaio 1801 in Val di Merse contro i soldati francesi: ma non ebbero a soffrirne gravi ritorsioni, come altrove. Nel 1833 Travale fu staccato da Chiusdino e aggregato al Comune di Montieri, di cui ancor oggi forma una fiorente frazione, popolata di una sobria e laboriosa popolazione essenzialmente agricola, se si toglie lo scarso sfruttamento dei " lagoni ", a poca distanza dall'abitato.
Anche oggi sono rintracciabili e apprezzabili facilmente tracce delle vecchie mura del Castello: ed avanzi delle antiche costruzioni di cui la collina, sulla quale si erge la Chiesa di S. Michele, è disseminata. Della distrutta cinta rimane ancora un fortino a strapiombo sulla sottostante Cecina; ed una bella " Porta " ben conservata: testimonianze della passata potenza.

Tratto da: "Montieri notizie storiche" di VATTI Giuseppe. Proprietà riservata
Indice libro