Quando Francesco Stefano di Lorena prese possesso della Toscana, ritenne il suo nuovo Granducato come "terra di conquista", praticamente una "colonia" della Corte asburgica di Vienna tanto è vero che istituì subito una Reggenza, inviò coloni lorenesi a Massa Marittima e a Sovana, impose tributi straordinari per finanziare le spese belliche dell'Impero e infine nel 1758, spedì un contingente di circa 3000 toscani per la guerra dei Sette anni.
La Toscana si presentò ai Lorena tale quale era: una "Nazione" indigente, prettamente agricola, povera di industrie, importatrice di materie prime e di prodotti lavorati, per niente stimolata all'importazione di tecnologie, motivo per cui se voleva una nazione dinamica e moderna, tecnologicamente indipendente, doveva fare investimenti nell'industria e nella produzione di tecnologie, cosa che non poteva data la sua politica di drenaggio fiscale. Questo verrà compreso nella sua globalità solo sotto Leopoldo II. Naturalmente anche l'attività mineraria era praticamente inesistente. Le concessioni minerarie erano considerate regalie, mentre l'estrazione del ferro e la sua lavorazione non solo venivano considerate regalie, ma erano sottoposte all'amministrazione della Magona statale.
Vi erano le cave di ferro di Rio all'isola d'Elba che appartenevano ai principi di Piombino la cui produzione era regolata da particolari convenzioni ed accordi col Granducato che avvantaggiavano ambo le parti. La miniera di zolfo di Pereta, di proprietà delle Reali Possessioni per nove anni era stata data in concessione al francese Rolando Dumas, negoziante a Livorno, la cui produzione veniva per la maggior parte esportata attraverso il porto di Livorno. Esistevano le Moie del Volterrano, gestite dalla Comunità di Volterra che unitamente alle granducali saline di Portoferraio fornivano il sale a tutto il Granducato.
Quanto alle miniere di allume di Monterotondo, vennero abbandonate dallo stesso Rolando Dumas e da Ugo Franchini al momento dell'insediamento dei Lorena in Toscana perché ostacolati dai gestori della Tolfa decisi a mantenere il monopolio dell'allume in Italia ed in Europa.
Erano in esercizio anche le miniere di mercurio di Levigliani (Capitanato di Pietrasanta) e di Selvena (Contea di S. Fiora), mentre sul monte Valerio nel Capitanato di Campiglia venivano fatti saggi a titolo di esperimento.
Come si può notare, questo panorama minerario non solo era povero e insignificante nel territorio, ma soprattutto privo di interrelazioni sociali ed economiche, di conseguenza non stimolante per un impegno governativo. Ma come Sallustio Bandini "fin dal 1737, proprio con l'avvento dei Lorena aveva denunziato la contraddizione di fondo che proprio la Maremma, la zona potenzialmente più fertile della Toscana, rivelava tra potenzialità e realtà", così Giovanni Targioni Tozzetti (17l2-1783) fin dal 1742 denunciò alla Reggenza la potenzialità delle risorse minerarie della Toscana.
Nato a Firenze, Targioni studiò medicina a Pisa dove si laureò nel 1734. Fu allievo del botanico Pierantonio Micheli che lo avviò allo studio della botanica e delle scienze naturali. Fu lettore di botanica nell'Università pisana, quindi si affermò come direttore della Biblioteca Magliabechiana di Firenze. Su incarico della Società Botanica fiorentina studiò le risorse naturali, analizzò la morfologia dei terreni, ricercò ed individuò reperti naturali. L'esperienza di questa analisi avvenuta negli anni 1742- 1745 spinse il Targioni alla compilazione della sua apprezzata opera," Relazioni d'alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana per osservare le produzioni naturali e gli antichi monumenti di essa "(Firenze, Stamperia Imperiale 1751-1754), studiata fino ai nostri giorni da tutti i naturalisti. Per quanto ci riguarda, Targioni Tozzetti durante il suo lavoro prese coscienza della potenzialità mineraria della Toscana ancora da verificare e da sfruttare. Tuttavia prima che fossero pubblicati i suoi Viaggi, inviò in data 5 marzo 1743 al Richecourt, consigliere della Reggenza, una Breve relazione delle osservazioni fatte sopra le miniere del Contado do Pisa, Volterra, Siena e Massa Marittima nell'autunno dell'anno 1742.
Nella relazione propose di riattivare le miniere di allume di Monterotondo per liberarsi dalla dipendenza del monopolio dell'allume della Tolfa. Qindi evidenziò la potenzialità delle antiche miniere d'argento di Montieri, Monterotondo e dell'Accesa, miniere di rame di Serrabottini, di Massa Marittima in località detta il Cavone dell'Acqua, sottolineando che "la più copiosa miniera di rame che io abbia veduta, è quella anticamente lavorata, detta al Monte Catini [...] in monte detto di Caporciano" da tempo abbandonata con "i forni poi, gli Edifizii, sono tutti rovinati". Per le miniere di ferro ricorda: "In Monte Valerio adunque del Capitanato di Campiglia, si cava ferro, il quale è molto crudo e consuma troppo carbone nel fondersi. Di questo se ne trova una vena che è densissima, altre che è tutta porosa C...]. Anticamente se ne servivano per fare bombe e le palle da cannone, come riferisce Andrea Baccio andando da Massa alla Porta al Ferro, località così detta nel Monte che rimane a mano destra di Prata, si trova una miniera di ferro stata cavata anticamente, ma non molto ricca. Nel Monte detto La Rocchetta, nei confini del Campigliese colla Contea della Gherardesca, si vedono altre miniere di ferro anticamente cavate, per quanto si riconosce dai cunicoli e profondi passi fatti a forza di scarpello". Per le miniere di piombo scrive: "dietro al Monte di Montieri, lungo il torrente Merse, poco sopra al podere de' S.ri Narducci di Montieri, località detta Le Carbonaie, si osservano delle antiche cave aperte a forza di scarpello in una certa specie di lavagna di colore piombato e lustrante. I Paesani credono che queste fossero miniere di piombo"; mentre per quelle di antimonio: "L'Antimonio si cava al presente nel Capitanato di Campiglia, nel Poggio detto La rocchetta, e segnatamente in luogo detto S. Silvestro, e anticamente lontano da Massa 2 miglia per andare a Petricciano, in luogo detto Serra e Bottini".
Di maggiore interesse per l'analisi storica e territoriale fu la relazione del 24 aprile 1743, Dissertazione del Dott. Giovanni Targioni sopra l'utilità che si può sperare dalle miniere della Toscana, dove si descrivono tutte le miniere toscane abbandonate dal periodo etrusco fino al XVII secolo.
Purtroppo, se tali relazioni qualificarono il Targioni Tozzetti come un esperto minerario, non influenzarono tanto il conte di Richecourt da intraprendere una politica mineraria di ampio respiro. Per quello che lo riguardava, il Richecourt favorì in data 3 ottobre 1741 l'impresa del pistoiese Ugo Franchini e di Rolando Dumas a riaprire la miniera d'allume di Monterotondo perché vi era un estremo bisogno di allume per le industrie. toscane. I sopraddetti concessionari si rivolsero allora alla compagnia romana della Tolfa per avere l'assistenza tecnica e questa gli inviò come direttore tecnico il francese Giovanni Antonio Vidau. Ma trovandosi l'impresa subito in difficoltà economiche e di produzione, il Richecourt sospettò un boicottaggio da parte del Vidau quale presunto "collaboratore" della compagnia pontificia dell'allume della Tolfa. Ricordandosi allora del Targioni Tozzetti quale competente minerario, lo incaricò nel marzo del 1745 di indagare sulla conduzione tecnica ed economica di Vidau e "quanto fino ad ora è stato operato intorno alla miniera di Allume di Monterotondo".
Il Targioni andò a Monterotondo e dopo sette giorni di lavoro fu in grado d'inviare al conte di Richecourt una relazione datata 24 marzo che anche oggi è una delle fonti tecniche più significative del Settecento in tema di miniere. Fu una relazione prettamente tecnica e senza analisi critica della situazione di crisi in atto per cui il Richecourt fu costretto a far venire dalle allumiere pontificie prima un tecnico di nome Francesco Maceroni poi Francesco Mattei per dirigere le miniere di Monterotondo. Il Mattei sarà l'ultimo direttore in quantoché l'impresa fallì nella campagna del 1752-1753.
"Le Miniere d'Allume di Monterotondo furono impresa del celebre conte di Richecourt capo della reggenza granducale partito dalla Toscana poco prima di morire, credo nella Lorena sua Patria, vi spese un tesoro, e vi fece fare un edificio stupendo ma fu ingannato da quelli ch'aveva fatti venire dalle Allumiere Pontificie della Tolfa poiché non fecero che cavare e ripurgare pietre poverissime d'Allume", così commenta, l'impegno del presidente della Reggenza nell'impresa mineraria di Monterotondo, Giovanni Arduino, per cui bisogna concludere che il "caso Monterotondo" fu positivo per lo sviluppo di una politica mineraria governativa in Toscana.
Intanto sia le opere di Targioni Tozzetti come i saggi eseguiti da due geologi svedesi, Alexander Funck e Reinhold Argerstein, stimolarono negli anni 1751-1760 il mondo imprenditoriale livornese a investire capitali nella ricerca mineraria a Montecatini Val di Cecina: a questo proposito per il loro impegno anche se non ebbero risultati positivi si ricordano l'avv. Giuseppe Calzabigi, Giorgio Guglielmo Renner e Guglielmo Aubert.
Ma la politica della Reggenza continuò a limitare il suo interesse soltanto nel verificare attraverso i suoi ministri locali "di domandargli quali siano i suoi interessati e nel caso ch'ella gli creda facoltosi e capaci di sostenere un'impresa".
Nel frattempo negli anni 1753-1757 la Società Minerale di Livorno presieduta dall'avv. Calzabigi cercò di sfruttare il giacimento di rame delle Carbonaie e della valle del Merse (comunità di Montieri), purtroppo senza risultati soddisfacenti: un'impresa che va sottolineata perché diretta dal grande geologo e ingegnere minerario Giovanni Arduino, la cui presenza in Toscana, sebbene breve, stimolò un proficuo dibattito culturale-scientifico. Infatti l'Arduino strinse amicizia con Giovanni Targioni Tozzetti, con Giuseppe Baldassarri e collaborò con l'Accademia dei Fisiocritici di Siena, mentre a livello governativo se ne ignorò il suo valore. Ma quando nel 1757 il conte Francesco Liberati, concessionario della miniera di cinabro di Selvena, chiese all'auditore generale di Siena Franchini Taviani di inviargli un esperto minerario, quest'ultimo gli consigliò Giovanni Arduino. Purtroppo partecipò solo come semplice "spettatore" alla missione già ricordata di Francesco Maceroni alle miniere di Monterotondo. Nel frattempo è da sottolineare la realizzazione nel 1758 delle grandi saline delle Marse nel quadro politico della Reggenza tesa a potenziare la produzione necessaria ai bisogni contingenti.
Comunque il dibattito culturale e scientifico sulle risorse naturali della toscana e le richieste di concessioni minerarie proposero a Francesco Stefano l'urgente problema della reale potenzialità mineraria della Toscana. Da qui l'incarico al suo "geometra" Francesco Antonio Aegat di redarre alcune piante delle principali zone minerarie del Granducato. Aegat compilò nel 1760 la Carta topografica del territorio compreso tra Montieri, Boccheggiano, Prata e Massa Marittima con l'indicozione dei giacimenti minerari antichi e moderni, la Pianta e veduta delle miniere e dell'opificio dell'allume di Monterotondo Marittimo, la pianta e veduta della miniera e dell'opificio di rame situato nel territorio di Montecatini Val di Cecina e la Pianta e veduta di giacimenti minerari situati nel territorio di Querceto, precise per la localizzazione delle miniere già coltivate ed efficaci nella restituzione grafica. Comunque l'unico pregio di queste carte è stato quello di accrescere la conoscenza della localizzazione della potenzialità mineraria.

IL PERIODO DI PIETRO LEOPOLDO

Fra i primi interessi del nuovo granduca Pietro Leopoldo emerge la volontà di un maggiore approfondimento sulle risorse minerarie della Toscana operando in due direzioni.
Nella prima, invitò il primo ispettore delle miniere di Transilvania l'ing. Carlo Federigo barone d'Eder, coadiuvato dall'ing. Giuseppe Bibengherg, a "visitare e riconoscere le miniere del Granducato", quindi con suo motuproprio datato 26 marzo 1766 ordinò ad ogni pubblico ufficiale di favorire la missione del d'Eder.
Nella seconda, incaricò l'ingegnere granducale Carlo Maria Mazzoni di collaborare col barone d'Eder e di fare le piante di tutte le aree minerarie. Mentre la missione del d'Eder ebbe scarsi risultati pratici se non quelli di avere individuato una miniera di rame nella montagna di Montauto e di avere stimolato certi Tedeschi a lavorare nelle miniere di rame di Anghiari e di piombo nel Campigliese, quella di Carlo Maria Mazzoni fu estremamente interessante per la cartografia prodotta.
Compilò infatti i seguenti disegni:
* - Pianta topografica ed altimetrica minerale della Montagna Acuti e de' suoi monti aggiacenti nel Capitanato di Pietrasanta,
* - Pianta topografica ed altimetrica minerale della Montagna Gabbari e de' suoi monti aggiacenti nel Capitanato di Pietrasanta,
* - Pianta topografica ed altimetrica minerale della Montagna di Corchia per alcuni monti a quelli aggiacenti nel Capitanato di Pietrasanta e nel Comune di Terrinca situati,
* - Pianta topografica ed altimetrica minerale della Montagna di Salioni per alcuni monti a quella aggiacenti e situati nel Capitanato di Pietrasanta in Comune di Livignani, e
* - Pianta Topografica del Val di Tevere in Toscana (..).
Successivamente Pietro Leopoldo potenziò la produzione e l'estrazione del sale. Infatti nelle visite fatte alle saline di Portoferraio nel 1765 e alle Moie di Volterra nel 1772, il granduca, veduto lo stato di arretratezza degli impianti, ne ordinò l'ampliamento e l'ammodernamento.
Nel 1766 l'ing. Ferdinando Maria Grazzini fece il progetto di quattro nuovi corpi di saline all'uso trapanese a Portoferraio, ma il progetto fu portato a termine dal figlio ing. Giovanni.
Le Moie di Volterra viceversa furono costruite ex novo nel periodo 1787 - 1790 sotto la direzione dell'arch. Filippo Globert. La gestione delle Moie volterrane fu affidata nel 1791, dopo una vertenza di dieci anni, alla Comunità di Volterra.
Pietro Leopoldo non visitò solo le saline, ma anche le miniere come possiamo leggere nelle sue Relazioni sul governo della Toscana. Un importante impegno del governo leopoldino fu quello di favorire la ricerca in Toscana del "carbone fossile" per fare fronte alla richiesta sempre maggiore di combustibile per le attività produttive, per il riscaldamento domestico e per frenare il dilagante disboscamento con tutti i danni ambientali e idrogeologici, tanto che fu istituto un premio di 500 zecchini per chi avesse rintracciato e messo in esercizio una miniera di "carbone fossile".
Così le iniziative si moltiplicarono dando luogo ad un interessante dibattito culturale. L'architetto e ingegnere Francesco Henrion, funzionario governativo, a tale proposito pubblicò un Avviso Economico dato ai possidenti, fattori, contadini e poveri col quale viene proposto un nuovo combustibile che niente costa e si trova quasi per tutto, da sostituirsi alle legne e alla brace per l'uso del fuoco, e al concime ordinario per l'uso di ingrassare i terreni (Firenze, per Gaetano Cambiagi 1789).
Nel dibattito partecipò anche Giovanni Fabbroni che pubblicò a spese del granduca, che "si degnò ordinare inoltre la compilazione e la pubblicazione di questi fogli, ad oggetto di estendere viepiù la cognizione, e rammentare opportunamente quelle, comunque ovvie notizie, che ne riguardano la ricerca, la escavazione e gli usi", l'opera Dell'Antracite o carbone di cava detto volgarmente carbone fossile (Firenze, per Gaetano Cambiagi 1790), un lavoro di estremo interesse scientifico, soprattutto per le undici tavole di arte mineraria allegate.
Vorrei terminare il periodo leopoldino col famoso motuproprio del 13 maggio 1788 che non solo abolì il principio della regalia nella concessione mineraria, ma sancì il principio dell'unità di proprietà tra la superficie e il sottosuolo. Se tale motuproprio da un lato accontentò la classe dirigente legata agli interessi della proprietà terriera, dall'altro frenò in parte le iniziative d'investimento nel campo minerario per le maggiori pretese dei proprietari dei fondi.
A tale proposito scrisse Teodoro Haupt: "dava facoltà a chiunque, senza alcuna preventiva licenza governativa, di intraprendere scavi e ricerche minerarie nei propri terreni, o col consenso del proprietario del terreno".

IL PERIODO DI FERDINANDO III

Ferdinando III si riallacciò alle ultime iniziative portate avanti dal padre.
Per stimolare ulteriormente gli imprenditori alla ricerca di miniere di "carbone fossile", finanziò la nuova pubblicazione di Francesco Henrion, L'Italiano istruito su tutte le specie del carbon fossile e della Tulfa (Firenze, Allegrini 1792). Quindi nello stesso anno 1792 affidò a Giovanni Fabbroni l'incarico di verificare la potenzialità della cava di rame ad Arcidosso segnalata dal proprietario Abate Basili, curato di Villa Tolli vicino a Montalcino.
Il Fabbroni, dopo l'ispezione, esplicitamente scrisse: "Simil prodotto renderebbe sicuramente utile l'apertura della Cava del Basili, se da gente abile ed esperta fosse con la dovuta economia eseguita l'escavazione, i trasporti e le macchine per le necessarie lozioni. Gente abile ed esperta non è da lusingarsi di trovare in luogo, nel quale è nuovo affatto quel ramo d'industria che si vuole introdurre [...]. Ma non è il nostro paese adattato per imprese grandiose in questo genere; non vi è denaro ozioso nelle casse, quando con molta pubblica utilità impiegasi nella inesauribile miniera di Grano e dell'Olio, e d'ogni altro prodotto della Terra".
Nel 1794 cessò la produzione della miniera di zolfo di Pereta per la mancanza di esportazione a causa delle guerre napoleoniche in atto. I susseguenti avvenimenti politici, come ben sappiamo, cambiarono gli assetti amministrativi, territoriali ed economici in Italia e in Europa. Con l'arrivo dei Francesi in Toscana, per Ferdinando III fu l'esilio. ..
Con la caduta di Napoleone, il Congresso di Vienna ristabilì per i paesi alleati le situazioni amministrative, politiche e territoriali ante quam. Così Ferdinando III ritornò il 20 aprile 1815 a Firenze e, per quanto ci riguarda, in base allo stesso Trattato di Vienna, ottenne in sovranità, il 9 giugno 1815, la miniera di allume di Montioni e le cave di ferro di Rio all'isola d'Elba, appartenenti all'ex Principato di Piombino.
Ma se per le miniere di Montioni il governo lorenese ne prese subito il possesso dandole in affitto a Stefano Richard, per il possesso delle cave di Rio il discorso si fece più complicato dati i contrasti di ordine economico avanzati dal principe Ludovisi Boncompagni. Si giunse ad un definitivo accordo solo nell'aprile del 1816.
L'anno 1816 fu estremamente interessante per il nostro tema. Infatti con motuproprio dell'11 maggio 1816 le miniere dell'Elba tornarono ad essere una regalia, "S.A.I.R., avendo prese in considerazione le circostanze speciali che impediscono che abbiano effetto nell'isola dell'Elba e nel territorio di Piombino le disposizioni della legge del 13 maggio 1788 relativamente all'escavazione dei metalli ordina e dichiara che non si abbia per pubblicata e che non debba considerarsi in vigore detta Legge negli indicati territori": "era uno dei pilastri delle riforme liberalizzatrici ed antistatalistiche del tempo di Pietro Leopoldo che crollava.
Certamente l'acquisto della miniera di Rio e la concorrenza dei prodotti esteri grezzi e finiti a prezzi inferiori e di migliore qualità rispetto a quelli toscani, spinsero il governo verso il protezionismo. In questa ottica infatti va inserito il Rescritto granducale del 26 luglio 1816 che ordinava "che resti vietato a chiunque d'introdurre nel Territorio Riunito, e proibito a tutti i Doganieri di confine, tanto di mare che di terra, di accordare bullette d'introduzione per ferro forestiero tanto crudo che cotto [...] eccettuati fino a nuove disposizioni, quei lavori di ferro che ancora non si fanno nel Granducato". Tuttavia la spinta dei progressi tecnici, tecnologici e gestionali conseguiti all'estero, provocò l'interesse a rendere più efficace e moderna la gestione delle miniere elbane.
Fu capito, come scrissero Corsini, Frullani, Fossombroni, che "simili aziende non incontrano mai alcun miglioramento quando sono tenute sotto l'amministrazione del Governo", per cui si giunse ad un compromesso con la costituzione di una Regia interessata mista gestita da tre capitalisti "privati", Sebastiano Kleiber, Cesare Lampronti e Luigi Morel de Bauvine, e da un commissario di nomina governativa. Per quest'ultimo incarico il governo scelse Giovanni Fabbroni che era il più accreditato tecnico, scienziato ed economista esistente in Toscana. Così il 6 settembre 1816 nacque la "Regia interessata mista" che assunse la denominazione ufficiale di "Amministrazione Imperiale e Reale delle Miniere e Magona".
Interessa sottolineare che, in base all'art. 9 del Contratto, l'attività della Regia mista "deve consistere nell'attivare tutti i mezzi, onde perfezionare ed accrescere le lavorazioni del ferro fino al punto di cui sono suscettibili, mediante l'introduzione di nuove manifatture, macchine, metodi e miglioramenti conosciuti, e già esperimentati nelle Ferriere Estere", così uno tra gli Amministratori interessati, e precisamente il Direttore dei Lavori Signor Luigi Morel intraprenderà un viaggio con la veduta di riconoscere i metodi ed i sistemi di maggior perfezione per l'effetto di applicarli": il viaggio che avvenne in Austria e Germania nei mesi di settembre-novembre del 1820. La relazione di tale viaggio risulta di estremo interesse per la descrizione degli impianti minerari, delle saline e dell'industria siderurgica tedesca e quindi per la conoscenza tecnologica dell'epoca.
Anche per le miniere di zolfo di Pereta nel 1822 il governo seguì una forma contrattuale secondo il modello della cointeressata. La formula prevedeva la ripartizione degli utili a metà, mentre le spese spettavano per due terzi al governo ed un terzo al concessionario, mentre fu incaricato dal governo per controllare l'impresa e il rispetto delle condizioni pattuite un "ministro sorvegliante".
Nello stesso anno 1820 e precisamente il 14 ottobre, Ferdinando III approvò , la concessione a "livello perpetuo" dello stabilimento di Montioni a Sebastiano Kleiber e Cesare Lampronti, alla morte del quale subentrò Giacomo Luigi Le Blanc. Per la direzione tecnica i due capitalisti fiorentini si rivolsero a Luigi Porte che fu già direttore di Montioni dal 1811 al 1814.
Bisogna ancora registrare che con la Restaurazione le Saline di Volterra vennero messe da Ferdinando III sotto la diretta gestione dell'amministrazione granducale contravvenendo alle leggi che volevano la loro gestione di competenza della Comunità di Volterra a cui ritorneranno solo nel 1840.
Vorrei concludere il periodo di Ferdinando III con il contratto di affitto perpetuo che Francesco Larderel sottoscrisse nel 1818 per lo sfruttamento dei lagoni di Montecerboli onde ricavare il borace, dando inizio così ad un'impresa che avrà sotto Leopoldo II un investimento sul territorio di ampia portata.

IL PERIODO DI LEOPOLDO II

Per quello che ci riguarda, fra i primi atti di Leopoldo II si registra quello di ristrutturare le saline di Volterra, lavori che sotto la direzione dell'arch. Alessandro Manetti durarono dal 1825 al 1853. Intanto si avvicinava la scadenza della Regia mista e il nuovo commissario Giuseppe Gazzeri, fautore della gestione statale e decisamente contrario a quel tipo di gestione, richiamò il governo ad un impegno maggiore e diretto.
Dopo una lunga e non facile analisi, il governo decise in data 10 settembre 1828, di separare le miniere di Rio dall'appalto della Magona per gestirle direttamente sotto la direzione di Giuseppe Gazzeri.
Nel frattempo prendevano corpo due iniziative private che avranno una forte risonanza nella cultura mineraria per la loro importanza economica, sociale e territoriale: nel 1827 si ebbe l'apertura della miniera di rame di Montecatini Val di Cecina iniziata da Luigi Porte sotto la direzione tecnica di Augusto Schneider, e negli anni 1832-33 si ebbe lo sviluppo degli stabilimenti di acido borico di Monterotondo, Castelnuovo, Sasso, Serrazzano e Lustignano, diretti da Francesco Giacomo Larderel, iniziative che stimolarono quantitativamente, anche se a volte negativamente, l'imprenditoria privata ad una più intensa ricerca mineraria in Toscana.
Il 1830 fu un anno particolarmente significativo per la politica mineraria di Leopoldo II.
Nell'estate di tale anno il granduca intraprese un viaggio ufficiale in Austria e Germania visitando non solo le saline austriache, ma anche tutto il distretto minerario dell'Erzebirge: "visitando i più interessanti stabilimenti minerari e metallurgici di Freiberg, di cui C...] fece osservazioni veramente sorprendenti per perspicacia, e là aveva fatto pure sensazione il suo vivo interesse per la industria mineraria, nonché la non comune attenzione dedicata ai progressi nell'arte delle miniere e della metallurgia".
Lo entusiasmò vedere come l'arte e la gestione tecnica ed economica mineraria, a differenza di quella toscana arretrata in ogni campo, era diventata una realtà avanzata. Questo lo spinse ad avviare un disegno di riforma nel settore minerario e metallurgico. Con motuproprio datato 3 novembre 1835 definì la posizione delle miniere di Rio: "Cessa ogni dipendenza della miniera del Ferro di Rio dalla direzione dell'Azienda della Magona, e restano distaccati dall'Azienda predetta gli Edifizi, terreni lavorativi, Boschi, e quanto altro è attualmente posseduto dalla medesima nella Maremma".
Per l'amministrazione di tali beni fu istituita la "I. e R.. Amministrazione di Rio e delle Fonderie del Ferro" di cui il primo direttore, di nomina granducale, fu Raffaello Sivieri. Quindi Leopoldo II si volse a riorganizzare l'assetto urbanistico e territoriale di Follonica facendone il polo siderurgico della Toscana.
A proposito di Follonica, vorrei sottolineare l'erezione della chiesa di S. Leopoldo (1837-1838) e quella di S. Barbara a Rio Marina (1840), ambedue con l'inserimento di elementi in ghisa lavorati e prodotti col ferro elbano nella fonderia di Follonica (colonne, capitelli, cornici, antefisse etc.).
Per Leopoldo II le due chiese rappresentavano idealmente il principio e la fine del ciclo del ferro: la miniera e la fonderia. Purtroppo la chiesa di S. Barbara fu abbattuta nel 1860 per ricavarne una piazza.
Ritornando alle miniere, il granduca per definire una volta per tutte la questione del "carbon fossile" quale combustibile necessario per l'ascesa della siderurgia toscana, invitò i più noti geologi e ingegneri quali Paolo Savi, Vincenzo Manteri, Giovanni Rovis, Teodoro Haupt, Leopoldo Pilla, Karl Pohl e Francesco Pitiot per risolvere il problema.
Gli anni l838-l839 sembrarono con i saggi di Montebamboli, Montemassi e Tatti, favorevoli al successo desiderato tanto che il granduca nel febbraio del 1839 scrisse: "Dopo il ferro, il carbon fossile diviene l'oggetto della primiera ricerca; questo dà attualmente sempre migliori speranze e se realmente si trova in quantità e di qualità buona, è ragione di sperare che a Follonica si abiti l'estate e la Manifattura del Ferro, non mancando di combustibile, andasse l'anno, si attivassero le fonderie del ferro".
Purtroppo non fu così; gli anni 1839-1843 furono tanto negativi da fare desistere il granduca dall'impegno nella ricerca e coltivazione della lignite per questi motivi: perché i saggi sulla lignite rinvenuta dimostrarono un basso tenore calorico e perché i banchi rinvenuti erano esigui e quindi non valeva la pena investire grossi capitali e così lo sfruttamento delle miniere di Montebamboli e di Montemassi fu dato nelle mani dell'imprenditoria privata.
A proposito della miniera di Montebamboli voglio ricordare la costruzione della Strada Ferrata Carbonifera su progetto del livornese ing. Baldo Marchi per conto della Società Anonima per la Ferrovia di Montebamboli. La linea a scartamento normale e a semplice binario, era lunga km 26,023 e, presso Torre Mozza nel luogo oggi denominato "La Carbonifera", si prolungava sopra un pontile per lo scarico della lignite sui battelli.
Questa ferrovia che entrò in esercizio nel 1849, terminata completamente nel 1853 sotto la direzione dell'ing. Giuseppe Pianigiani, fu un investimento di ampia portata sul territorio. Ma quando l'ing. Baldo Marchi presentò nel 1845 il progetto del prolungamento della Carbonifera dalle miniere fino a Massa Marittima (Piano di Mucini), il commissario regio dei Lavori delle Strade Ferrate arch. Carlo Reischammer non l'approvò perché il tracciato presentava forti pendenze.
In questo stesso periodo e precisamente nel 1844 chiusero definitivamente le miniere di zolfo di Pereta per la mancanza di domanda. Nel 1839 si ebbe a Pisa la prima "Riunione degli Scienziati Italiani" e per la sezione geologico-mineralogica ebbe luogo un ampio dibattito sulla geologia in conseguenza della apertura delle miniere toscane, e sulla volontà comune di compilare una carta geologica e mineraria d'Italia.
In questo si distinse il prof. Paolo Savi dell'Università di Pisa. Anche nelle cinque successive riunioni degli scienziati italiani tenutesi a Torino (1840), Firenze (1841), Padova (1842), Lucca (1843) e Milano (1844) si evidenziò l'interesse dei geologi per le relazioni sulle miniere toscane e con il Savi lo studio della geologia toscana ebbe una priorità. Questo dibattito fu seguito con particolare interesse da Leopoldo II.
Quindi alla luce di quest'ultime emergenze e cioè della riforma delle miniere di Rio, della "fondazione" di Follonica quale polo siderurgico della Toscana, del dibattito scientifico-culturale, della caotica proliferazione delle società concessionarie della mancanza di una legislazione mineraria, fu chiara al granduca la necessità di un tecnico minerario perché controllasse tutta la materia e nello stesso tempo facesse da riferimento per il governo e i privati.
Nel 1838 progettò di istituire "a Massa Marittima [...] un Consiglio di miniere in cui risiedesse fissi il Ministro delle Saline, il Direttore delle Miniere e fonderie del ferro ed un ingegnere mineralogico e metallurgico per i saggi occorrenti per il rame, argento e piombo", dando all'ingegnere minerario il compito di controllare le "armature di pozzi per mettere al sicuro con ben intesi lavori la vita dei lavoranti con prudenti intraprese difendere le borse degli intraprenditori".
La scelta cadde sul sassone Theodor Haupt, ritenuto l'ingegnere minerario fra i più preparati tecnicamente e culturalmente d'Europa.
Purtroppo non posso affrontare un'analisi globale dell'opera dell'Haupt per l'ampiezza della trattazione che è oltre che tecnica, umana e letteraria. "Dopo aver percorse, due anni or sono, le Montagne Toscane, e quelle dell'Isola dell'Elba, per osservarvi i molti avanzi di Antiche Miniere Etrusche, monumenti e testimoni muti comprovanti la passata grandezza ed importanza di esse, ritornando io in Firenze, pieno di speranze e fiducia che con la riattivazione di quelle miniere farebbesi rivivere e prosperare in Toscana un'antica industria utilissima, ebbi la fortuna di esporre all'A.V 1. e R. [...] le osservazioni fatte [...]. L'intima convinzione dell'importanza del mio assunto [...] mi danno animo a deporre in iscritto, nella presente dissertazione, più sviluppata la mia opinione", così scrisse Teodoro Haupt il 4 febbraio 1843 a Leopoldo II nel presentare il suo Trattato manoscritto, sulla riadattazione e sui modi di far stabilmente prosperare le Miniere Toscane.
Si ebbe così la prima analisi puntuale di tutti i nodi della situazione mineraria toscana.
L'Haupt ebbe ufficialmente l'incarico di Regio Consultore per gli Affari delle Miniere in data 22 giugno 1844.
A tale proposito lo stesso Haupt ci descrive quali dovevano essere le sue mansioni: "Venne a me conferito questo posto e ciò non tanto con lo scopo che il regio Governo, sentito il mio parere, fosse in grado di risolvere con piena cognizione di causa dello stato delle cose tutti gli affari che interessano questa industria, e di prendere, salve le debite considerazioni, verso l'altrui proprietà, le disposizioni e misure atte a rimuovere gli ostacoli che si frapponessero al progresso di quella, e quanto al fine, che i privati Intraprenditori possano giovarsi, se vogliono del mio consiglio.
Incombeva quindi a me di interloquire in tutti gli affari (esclusi erano fino ai nuovi ordini, quelli relativi alle miniere di ferro e alle saline), riguardanti la ricerca ed escavazione di miniere tanto metalliche che non metalliche, di rassegnare al Granduca per il canale della R. Segreteria di Finanza il mio parere in tutte le suppliche, che con altri secondo lo spazio e il tempo", mansioni troppo restrittive per la visione che aveva di una politica mineraria avanzata e che denunciavano la mancanza di una volontà politica in materia.
L'Haupt infatti voleva superare il motuproprio del 13 maggio 1788, dotare la Toscana di una legislazione organica e di affermare il ruolo dello Stato nel controllo, regolamentazione e programmazione dell'industria mineraria.
Leggiamo questo suo indirizzo ideologico in tutti i suoi scritti.
Scrisse il 5 agosto 1846 la Compilazione della prima parte di una Legislazione mineraria per la Toscana dove trattasi dell'acquisto delle miniere e dei principi che gli servono di base con più l'aggiunta di note e di commenti per bene intraprenderle, formata da 91capitoli dove si legge che le "massime fondamentali per una legislazione mineraria" devono essere quelle:"
1) di mantenere l'equilibrio tra l'avidità naturale del proprietario di Miniere, che desidera sempre il maggiore e più sollecito guadagno, e l'intenzione dello Stato cui importa principalmente di conservare per quanto è possibile, la sorgente della pubblica ricchezza mediante una escavazione netta e totale.
2) Di portare le Miniere al maggior fruttato possibile per mezzo della conveniente applicazione delle migliori regole suggerite dalla esperienza onde ricercare sempre a mettere a disposizione nuovi punti di Minerale.
3) Di provvedere alla sicurezza dei lavoranti.
4) Di impedire che i fautori della Mineraria non s' impegnano in intraprese troppo rischiose o incerte e provvedere energicamente che la proprietà Mineraria sia coscienziosamente amministrata.
E perciò è indispensabile che le miniere siano visitate da Funzionari dello Stato almeno una volta l'anno e gl'Intraprenditori abbiano l'obbligo di dare regolarmente le notizie statistiche e informare colla più grande sollecitudine la R. Amministrazione di tutte le incidenze straordinarie".
I concetti dell'Haupt si concretizzarono pubblicamente nell'opera Delle miniere e alla Industria in Toscana (Firenze, Le Monnier 1847), dove teorizzò il principio del riconoscimento della proprietà del sottosuolo allo Stato e indicò la strada per una politica mineraria moderna. Questa sua opera ebbe due reazioni contrapposte.
Nella prima il ministro segretario di Stato Francesco Cempini incaricò I'Haupt nel maggio 1847 di compilare prima un testo sull'Arte Mineraria, poi organizzare una Scuola Mineraria, incarichi che accettò in data 6 giugno dello stesso anno con l'invio contemporaneo di una bozza sul Diritto Minerario.
In data 6 luglio 1849 l'Haupt inviò al Presidente del consiglio dei Ministri Giovanni Baldasseroni il Rapporto sulle Miniere, dove confermò la linea tecnica e legislativa.
Nella seconda direzione si ebbe però un'immediata ed aspra reazione da parte della classe politica ed economica legata alla proprietà agraria e al "principio di libertà ogni specie d'industria" attraverso l'Accademia dei Georgofli che condizionò il granduca. Ecco perché costui approvò nel 1850 la Scuola Mineraria per ingegneri nell'Ateneo pisano, che però non fu attivata per vari motivi contingenti, e dette all'Haupt nel 1851 l'incarico d'istituire a Massa Marittima un Museo delle Miniere e nel 1857 di organizzare una Scuola Mineraria per diplomati: troppo poco in rapporto a tutto il dibattito culturale, scientifico e sociale prodotto dall'Haupt.
Per concludere se Leopoldo II non realizzò, pur avendone avute tutte le possibilità e stimoli, la riforma mineraria, ritengo che vada attribuito ai fattori storico, politico, sociali in cui si trovò coinvolto in quest'ultima parte del suo governo che non seppe affrontare con la dovuta energia.

Estratto: La Toscana dei Lorena, Riforme, Territorio e Società
di Riparbelli Alberto - 1987
I Lorena e la Politica mineraria in Toscana
Il periodo della reggenza