Quando Francesco Stefano
di Lorena prese possesso della Toscana, ritenne il suo nuovo Granducato
come "terra di conquista", praticamente una "colonia" della Corte asburgica
di Vienna tanto è vero che istituì subito una Reggenza, inviò coloni lorenesi
a Massa Marittima e a Sovana, impose tributi straordinari per finanziare
le spese belliche dell'Impero e infine nel 1758, spedì un contingente di
circa 3000 toscani per la guerra dei Sette anni.
La Toscana si presentò ai Lorena
tale quale era: una "Nazione" indigente, prettamente agricola, povera di
industrie, importatrice di materie prime e di prodotti lavorati, per niente
stimolata all'importazione di tecnologie, motivo per cui se voleva una nazione
dinamica e moderna, tecnologicamente indipendente, doveva fare investimenti
nell'industria e nella produzione di tecnologie, cosa che non poteva data
la sua politica di drenaggio fiscale. Questo verrà compreso nella sua globalità
solo sotto Leopoldo II.
Naturalmente anche l'attività mineraria era praticamente inesistente. Le
concessioni minerarie erano considerate regalie, mentre l'estrazione
del ferro e la sua lavorazione non solo venivano considerate regalie, ma
erano sottoposte all'amministrazione della Magona statale.
Vi erano le cave di ferro di Rio all'isola d'Elba che appartenevano ai principi
di Piombino la cui produzione era regolata da particolari convenzioni ed
accordi col Granducato che avvantaggiavano ambo le parti. La miniera di
zolfo di Pereta, di proprietà delle Reali Possessioni per nove anni era
stata data in concessione al francese Rolando Dumas, negoziante a Livorno,
la cui produzione veniva per la maggior parte esportata attraverso il porto
di Livorno. Esistevano le Moie del Volterrano, gestite dalla Comunità di
Volterra che unitamente alle granducali saline di Portoferraio fornivano
il sale a tutto il Granducato.
Quanto alle miniere di allume di Monterotondo, vennero abbandonate dallo
stesso Rolando Dumas e da Ugo Franchini al momento dell'insediamento dei
Lorena in Toscana perché ostacolati dai gestori della Tolfa decisi a mantenere
il monopolio dell'allume in Italia ed in Europa.
Erano in esercizio anche le miniere di mercurio di Levigliani (Capitanato
di Pietrasanta) e di Selvena (Contea di S. Fiora), mentre sul monte Valerio
nel Capitanato di Campiglia venivano fatti saggi a titolo di esperimento.
Come si può notare, questo panorama minerario non solo era povero e insignificante
nel territorio, ma soprattutto privo di interrelazioni sociali ed economiche,
di conseguenza non stimolante per un impegno governativo. Ma come Sallustio
Bandini "fin dal 1737, proprio con l'avvento dei Lorena aveva denunziato
la contraddizione di fondo che proprio la Maremma, la zona potenzialmente
più fertile della Toscana, rivelava tra potenzialità e realtà", così Giovanni
Targioni Tozzetti (17l2-1783) fin dal 1742 denunciò alla Reggenza la
potenzialità delle risorse minerarie della Toscana.
Nato a Firenze, Targioni studiò medicina a Pisa dove si laureò nel 1734.
Fu allievo del botanico Pierantonio Micheli che lo avviò allo studio della
botanica e delle scienze naturali. Fu lettore di botanica nell'Università
pisana, quindi si affermò come direttore della Biblioteca Magliabechiana
di Firenze. Su incarico della Società Botanica fiorentina studiò le risorse
naturali, analizzò la morfologia dei terreni, ricercò ed individuò reperti
naturali. L'esperienza di questa analisi avvenuta negli anni 1742- 1745
spinse il Targioni alla compilazione della sua apprezzata opera," Relazioni
d'alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana per osservare le produzioni
naturali e gli antichi monumenti di essa "(Firenze, Stamperia
Imperiale 1751-1754), studiata fino ai nostri giorni da tutti i naturalisti.
Per quanto ci riguarda, Targioni Tozzetti durante il suo lavoro prese coscienza
della potenzialità mineraria della Toscana ancora da verificare e da sfruttare.
Tuttavia prima che fossero pubblicati i suoi Viaggi, inviò in data 5 marzo
1743 al Richecourt, consigliere della Reggenza, una Breve relazione delle
osservazioni fatte sopra le miniere del Contado do Pisa, Volterra, Siena
e Massa Marittima nell'autunno dell'anno 1742.
Nella relazione propose di riattivare le miniere di allume di Monterotondo
per liberarsi dalla dipendenza del monopolio dell'allume della Tolfa. Qindi
evidenziò la potenzialità delle antiche miniere d'argento di Montieri, Monterotondo
e dell'Accesa, miniere di rame di Serrabottini, di Massa Marittima in località
detta il Cavone dell'Acqua, sottolineando che "la più copiosa miniera di
rame che io abbia veduta, è quella anticamente lavorata, detta al Monte
Catini [...] in monte detto di Caporciano" da tempo abbandonata con "i forni
poi, gli Edifizii, sono tutti rovinati". Per le miniere di ferro ricorda:
"In Monte Valerio adunque del Capitanato di Campiglia, si cava ferro, il
quale è molto crudo e consuma troppo carbone nel fondersi. Di questo se
ne trova una vena che è densissima, altre che è tutta porosa C...]. Anticamente
se ne servivano per fare bombe e le palle da cannone, come riferisce Andrea
Baccio andando da Massa alla Porta al Ferro, località così detta nel Monte
che rimane a mano destra di Prata, si trova una miniera di ferro stata cavata
anticamente, ma non molto ricca. Nel Monte detto La Rocchetta, nei confini
del Campigliese colla Contea della Gherardesca, si vedono altre miniere
di ferro anticamente cavate, per quanto si riconosce dai cunicoli e profondi
passi fatti a forza di scarpello". Per le miniere di piombo scrive: "dietro
al Monte di Montieri, lungo il torrente Merse, poco sopra al podere de'
S.ri Narducci di Montieri, località detta Le Carbonaie, si osservano delle
antiche cave aperte a forza di scarpello in una certa specie di lavagna
di colore piombato e lustrante. I Paesani credono che queste fossero miniere
di piombo"; mentre per quelle di antimonio: "L'Antimonio si cava al presente
nel Capitanato di Campiglia, nel Poggio detto La rocchetta, e segnatamente
in luogo detto S. Silvestro, e anticamente lontano da Massa 2 miglia per
andare a Petricciano, in luogo detto Serra e Bottini".
Di maggiore interesse per l'analisi storica e territoriale fu la relazione
del 24 aprile 1743, Dissertazione del Dott. Giovanni Targioni sopra l'utilità
che si può sperare dalle miniere della Toscana, dove si descrivono tutte
le miniere toscane abbandonate dal periodo etrusco fino al XVII secolo.
Purtroppo, se tali relazioni qualificarono il Targioni Tozzetti come un
esperto minerario, non influenzarono tanto il conte di Richecourt da intraprendere
una politica mineraria di ampio respiro. Per quello che lo riguardava, il
Richecourt favorì in data 3 ottobre 1741 l'impresa del pistoiese Ugo Franchini
e di Rolando Dumas a riaprire la miniera d'allume di Monterotondo perché
vi era un estremo bisogno di allume per le industrie. toscane. I sopraddetti
concessionari si rivolsero allora alla compagnia romana della Tolfa per
avere l'assistenza tecnica e questa gli inviò come direttore tecnico il
francese Giovanni Antonio Vidau. Ma trovandosi l'impresa subito in difficoltà
economiche e di produzione, il Richecourt sospettò un boicottaggio da parte
del Vidau quale presunto "collaboratore" della compagnia pontificia dell'allume
della Tolfa. Ricordandosi allora del Targioni Tozzetti quale competente
minerario, lo incaricò nel marzo del 1745 di indagare sulla conduzione tecnica
ed economica di Vidau e "quanto fino ad ora è stato operato intorno alla
miniera di Allume di Monterotondo".
Il Targioni andò a Monterotondo e dopo sette giorni di lavoro fu in grado
d'inviare al conte di Richecourt una relazione datata 24 marzo che anche
oggi è una delle fonti tecniche più significative del Settecento in tema
di miniere. Fu una relazione prettamente tecnica e senza analisi critica
della situazione di crisi in atto per cui il Richecourt fu costretto a far
venire dalle allumiere pontificie prima un tecnico di nome Francesco Maceroni
poi Francesco Mattei per dirigere le miniere di Monterotondo. Il Mattei
sarà l'ultimo direttore in quantoché l'impresa fallì nella campagna del
1752-1753.
"Le Miniere d'Allume di Monterotondo furono impresa del celebre conte di
Richecourt capo della reggenza granducale partito dalla Toscana poco prima
di morire, credo nella Lorena sua Patria, vi spese un tesoro, e vi fece
fare un edificio stupendo ma fu ingannato da quelli ch'aveva fatti venire
dalle Allumiere Pontificie della Tolfa poiché non fecero che cavare e ripurgare
pietre poverissime d'Allume", così commenta, l'impegno del presidente della
Reggenza nell'impresa mineraria di Monterotondo, Giovanni Arduino, per cui
bisogna concludere che il "caso Monterotondo" fu positivo per lo sviluppo
di una politica mineraria governativa in Toscana.
Intanto sia le opere di Targioni Tozzetti come i saggi eseguiti da due geologi
svedesi, Alexander Funck e Reinhold Argerstein, stimolarono negli anni 1751-1760
il mondo imprenditoriale livornese a investire capitali nella ricerca mineraria
a Montecatini Val di Cecina: a questo proposito per il loro impegno anche
se non ebbero risultati positivi si ricordano l'avv. Giuseppe Calzabigi,
Giorgio Guglielmo Renner e Guglielmo Aubert.
Ma la politica della Reggenza continuò a limitare il suo interesse soltanto
nel verificare attraverso i suoi ministri locali "di domandargli quali siano
i suoi interessati e nel caso ch'ella gli creda facoltosi e capaci di sostenere
un'impresa".
Nel frattempo negli anni 1753-1757 la Società Minerale di Livorno presieduta
dall'avv. Calzabigi cercò di sfruttare il giacimento di rame delle Carbonaie
e della valle del Merse (comunità di Montieri), purtroppo senza risultati
soddisfacenti: un'impresa che va sottolineata perché diretta dal grande
geologo e ingegnere minerario Giovanni
Arduino, la cui presenza in Toscana, sebbene breve, stimolò un proficuo
dibattito culturale-scientifico. Infatti l'Arduino strinse amicizia con
Giovanni Targioni Tozzetti, con Giuseppe
Baldassarri e collaborò con l'Accademia
dei Fisiocritici di Siena, mentre a livello governativo se ne ignorò
il suo valore. Ma quando nel 1757 il conte Francesco Liberati, concessionario
della miniera di cinabro di Selvena, chiese all'auditore generale di Siena
Franchini Taviani di inviargli un esperto minerario, quest'ultimo gli consigliò
Giovanni Arduino. Purtroppo partecipò solo come semplice "spettatore" alla
missione già ricordata di Francesco Maceroni alle miniere di Monterotondo.
Nel frattempo è da sottolineare la realizzazione nel 1758 delle grandi saline
delle Marse nel quadro politico della Reggenza tesa a potenziare la produzione
necessaria ai bisogni contingenti.
Comunque il dibattito culturale e scientifico sulle risorse naturali della
toscana e le richieste di concessioni minerarie proposero a Francesco Stefano
l'urgente problema della reale potenzialità mineraria della Toscana. Da
qui l'incarico al suo "geometra" Francesco Antonio Aegat di redarre alcune
piante delle principali zone minerarie del Granducato. Aegat compilò nel
1760 la
Carta topografica del territorio compreso tra Montieri, Boccheggiano,
Prata e Massa Marittima con l'indicozione dei giacimenti minerari antichi
e moderni, la Pianta e veduta delle miniere e dell'opificio dell'allume
di Monterotondo Marittimo, la pianta e veduta della miniera e dell'opificio
di rame situato nel territorio di Montecatini Val di Cecina e la Pianta
e veduta di giacimenti minerari situati nel territorio di Querceto, precise
per la localizzazione delle miniere già coltivate ed efficaci nella restituzione
grafica. Comunque l'unico pregio di queste carte è stato quello di accrescere
la conoscenza della localizzazione della potenzialità mineraria.
Fra i primi interessi del nuovo granduca Pietro
Leopoldo emerge la volontà di un maggiore approfondimento sulle risorse
minerarie della Toscana operando in due direzioni.
Nella prima, invitò il primo ispettore delle miniere di Transilvania l'ing.
Carlo Federigo barone d'Eder, coadiuvato dall'ing. Giuseppe Bibengherg,
a "visitare e riconoscere le miniere del Granducato", quindi con suo motuproprio
datato 26 marzo 1766 ordinò ad ogni pubblico ufficiale di favorire la missione
del d'Eder.
Nella seconda, incaricò l'ingegnere granducale Carlo Maria Mazzoni di collaborare
col barone d'Eder e di fare le piante di tutte le aree minerarie. Mentre
la missione del d'Eder ebbe scarsi risultati pratici se non quelli di avere
individuato una miniera di rame nella montagna di Montauto e di avere stimolato
certi Tedeschi a lavorare nelle miniere di rame di Anghiari e di piombo
nel Campigliese, quella di Carlo Maria Mazzoni fu estremamente interessante
per la cartografia prodotta.
Compilò infatti i seguenti disegni:
* - Pianta topografica ed altimetrica minerale della Montagna Acuti e
de' suoi monti aggiacenti nel Capitanato di Pietrasanta,
* - Pianta topografica ed altimetrica minerale della Montagna Gabbari
e de' suoi monti aggiacenti nel Capitanato di Pietrasanta,
* - Pianta topografica ed altimetrica minerale della Montagna di Corchia
per alcuni monti a quelli aggiacenti nel Capitanato di Pietrasanta e nel
Comune di Terrinca situati,
* - Pianta topografica ed altimetrica minerale della Montagna di Salioni
per alcuni monti a quella aggiacenti e situati nel Capitanato di Pietrasanta
in Comune di Livignani, e
* - Pianta Topografica del Val di Tevere in Toscana (..).
Successivamente Pietro Leopoldo potenziò la produzione e l'estrazione del
sale. Infatti nelle visite fatte alle saline di Portoferraio nel 1765 e
alle Moie di Volterra nel 1772, il granduca, veduto lo stato di arretratezza
degli impianti, ne ordinò l'ampliamento e l'ammodernamento.
Nel 1766 l'ing. Ferdinando Maria Grazzini fece il progetto di quattro nuovi
corpi di saline all'uso trapanese a Portoferraio, ma il progetto fu portato
a termine dal figlio ing. Giovanni.
Le Moie di Volterra viceversa furono costruite ex novo nel periodo
1787 - 1790 sotto la direzione dell'arch. Filippo Globert. La gestione delle
Moie volterrane fu affidata nel 1791, dopo una vertenza di dieci anni, alla
Comunità di Volterra.
Pietro Leopoldo non visitò solo le saline, ma anche le miniere come possiamo
leggere nelle sue Relazioni sul governo della Toscana. Un importante
impegno del governo leopoldino fu quello di favorire la ricerca in Toscana
del "carbone fossile" per fare fronte alla richiesta sempre maggiore di
combustibile per le attività produttive, per il riscaldamento domestico
e per frenare il dilagante disboscamento con tutti i danni ambientali e
idrogeologici, tanto che fu istituto un premio di 500 zecchini per chi avesse
rintracciato e messo in esercizio una miniera di "carbone fossile".
Così le iniziative si moltiplicarono dando luogo ad un interessante dibattito
culturale. L'architetto e ingegnere Francesco Henrion, funzionario governativo,
a tale proposito pubblicò un Avviso Economico dato ai possidenti, fattori,
contadini e poveri col quale viene proposto un nuovo combustibile che niente
costa e si trova quasi per tutto, da sostituirsi alle legne e alla brace
per l'uso del fuoco, e al concime ordinario per l'uso di ingrassare i terreni
(Firenze, per Gaetano Cambiagi 1789).
Nel dibattito partecipò anche Giovanni Fabbroni che pubblicò a spese del
granduca, che "si degnò ordinare inoltre la compilazione e la pubblicazione
di questi fogli, ad oggetto di estendere viepiù la cognizione, e rammentare
opportunamente quelle, comunque ovvie notizie, che ne riguardano la ricerca,
la escavazione e gli usi", l'opera Dell'Antracite o carbone di cava detto
volgarmente carbone fossile (Firenze, per Gaetano Cambiagi 1790), un
lavoro di estremo interesse scientifico, soprattutto per le undici tavole
di arte mineraria allegate.
Vorrei terminare il periodo leopoldino col famoso motuproprio del 13 maggio
1788 che non solo abolì il principio della regalia nella concessione mineraria,
ma sancì il principio dell'unità di proprietà tra la superficie e il sottosuolo.
Se tale motuproprio da un lato accontentò la classe dirigente legata agli
interessi della proprietà terriera, dall'altro frenò in parte le iniziative
d'investimento nel campo minerario per le maggiori pretese dei proprietari
dei fondi.
A tale proposito scrisse Teodoro Haupt: "dava facoltà a chiunque, senza
alcuna preventiva licenza governativa, di intraprendere scavi e ricerche
minerarie nei propri terreni, o col consenso del proprietario del terreno".
Ferdinando III si
riallacciò alle ultime iniziative portate avanti dal padre.
Per stimolare ulteriormente gli imprenditori alla ricerca di miniere di
"carbone fossile", finanziò la nuova pubblicazione di Francesco Henrion,
L'Italiano istruito su tutte le specie del carbon fossile e della Tulfa
(Firenze, Allegrini 1792). Quindi nello stesso anno 1792 affidò a Giovanni
Fabbroni l'incarico di verificare la potenzialità della cava di rame ad
Arcidosso segnalata dal proprietario Abate Basili, curato di Villa Tolli
vicino a Montalcino.
Il Fabbroni, dopo l'ispezione, esplicitamente scrisse: "Simil prodotto renderebbe
sicuramente utile l'apertura della Cava del Basili, se da gente abile ed
esperta fosse con la dovuta economia eseguita l'escavazione, i trasporti
e le macchine per le necessarie lozioni. Gente abile ed esperta non è da
lusingarsi di trovare in luogo, nel quale è nuovo affatto quel ramo d'industria
che si vuole introdurre [...]. Ma non è il nostro paese adattato per imprese
grandiose in questo genere; non vi è denaro ozioso nelle casse, quando con
molta pubblica utilità impiegasi nella inesauribile miniera di Grano e dell'Olio,
e d'ogni altro prodotto della Terra".
Nel 1794 cessò la produzione della miniera di zolfo di Pereta per la mancanza
di esportazione a causa delle guerre napoleoniche in atto. I susseguenti
avvenimenti politici, come ben sappiamo, cambiarono gli assetti amministrativi,
territoriali ed economici in Italia e in Europa. Con l'arrivo dei Francesi
in Toscana, per Ferdinando III fu l'esilio. ..
Con la caduta di Napoleone, il Congresso di Vienna ristabilì per i paesi
alleati le situazioni amministrative, politiche e territoriali ante quam.
Così Ferdinando III ritornò il 20 aprile 1815 a Firenze e, per quanto ci
riguarda, in base allo stesso Trattato di Vienna, ottenne in sovranità,
il 9 giugno 1815, la miniera di allume di Montioni e le cave di ferro di
Rio all'isola d'Elba, appartenenti all'ex Principato di Piombino.
Ma se per le miniere di Montioni il governo lorenese ne prese subito il
possesso dandole in affitto a Stefano Richard, per il possesso delle cave
di Rio il discorso si fece più complicato dati i contrasti di ordine economico
avanzati dal principe Ludovisi Boncompagni. Si giunse ad un definitivo accordo
solo nell'aprile del 1816.
L'anno 1816 fu estremamente interessante per il nostro tema. Infatti con
motuproprio dell'11 maggio 1816 le miniere dell'Elba tornarono ad essere
una regalia, "S.A.I.R., avendo prese in considerazione le circostanze speciali
che impediscono che abbiano effetto nell'isola dell'Elba e nel territorio
di Piombino le disposizioni della legge del 13 maggio 1788 relativamente
all'escavazione dei metalli ordina e dichiara che non si abbia per pubblicata
e che non debba considerarsi in vigore detta Legge negli indicati territori":
"era uno dei pilastri delle riforme liberalizzatrici ed antistatalistiche
del tempo di Pietro Leopoldo che crollava.
Certamente l'acquisto della miniera di Rio e la concorrenza dei prodotti
esteri grezzi e finiti a prezzi inferiori e di migliore qualità rispetto
a quelli toscani, spinsero il governo verso il protezionismo. In questa
ottica infatti va inserito il Rescritto granducale del 26 luglio 1816 che
ordinava "che resti vietato a chiunque d'introdurre nel Territorio Riunito,
e proibito a tutti i Doganieri di confine, tanto di mare che di terra, di
accordare bullette d'introduzione per ferro forestiero tanto crudo che cotto
[...] eccettuati fino a nuove disposizioni, quei lavori di ferro che ancora
non si fanno nel Granducato". Tuttavia la spinta dei progressi tecnici,
tecnologici e gestionali conseguiti all'estero, provocò l'interesse a rendere
più efficace e moderna la gestione delle miniere elbane.
Fu capito, come scrissero Corsini, Frullani, Fossombroni, che "simili aziende
non incontrano mai alcun miglioramento quando sono tenute sotto l'amministrazione
del Governo", per cui si giunse ad un compromesso con la costituzione di
una Regia interessata mista gestita da tre capitalisti "privati", Sebastiano
Kleiber, Cesare Lampronti e Luigi Morel de Bauvine, e da un commissario
di nomina governativa. Per quest'ultimo incarico il governo scelse Giovanni
Fabbroni che era il più accreditato tecnico, scienziato ed economista esistente
in Toscana. Così il 6 settembre 1816 nacque la "Regia interessata mista"
che assunse la denominazione ufficiale di "Amministrazione Imperiale e Reale
delle Miniere e Magona".
Interessa sottolineare che, in base all'art. 9 del Contratto, l'attività
della Regia mista "deve consistere nell'attivare tutti i mezzi, onde perfezionare
ed accrescere le lavorazioni del ferro fino al punto di cui sono suscettibili,
mediante l'introduzione di nuove manifatture, macchine, metodi e miglioramenti
conosciuti, e già esperimentati nelle Ferriere Estere", così uno tra
gli Amministratori interessati, e precisamente il Direttore dei Lavori Signor
Luigi Morel intraprenderà un viaggio con la veduta di riconoscere i metodi
ed i sistemi di maggior perfezione per l'effetto di applicarli": il viaggio
che avvenne in Austria e Germania nei mesi di settembre-novembre del 1820.
La relazione di tale viaggio risulta di estremo interesse per la descrizione
degli impianti minerari, delle saline e dell'industria siderurgica tedesca
e quindi per la conoscenza tecnologica dell'epoca.
Anche per le miniere di zolfo di Pereta nel 1822 il governo seguì una forma
contrattuale secondo il modello della cointeressata. La formula prevedeva
la ripartizione degli utili a metà, mentre le spese spettavano per due terzi
al governo ed un terzo al concessionario, mentre fu incaricato dal governo
per controllare l'impresa e il rispetto delle condizioni pattuite un "ministro
sorvegliante".
Nello stesso anno 1820 e precisamente il 14 ottobre, Ferdinando III approvò
, la concessione a "livello perpetuo" dello stabilimento di Montioni a Sebastiano
Kleiber e Cesare Lampronti, alla morte del quale subentrò Giacomo Luigi
Le Blanc. Per la direzione tecnica i due capitalisti fiorentini si rivolsero
a Luigi Porte che fu già direttore di Montioni dal 1811 al 1814.
Bisogna ancora registrare che con la Restaurazione le Saline di Volterra
vennero messe da Ferdinando III sotto la diretta gestione dell'amministrazione
granducale contravvenendo alle leggi che volevano la loro gestione di competenza
della Comunità di Volterra a cui ritorneranno solo nel 1840.
Vorrei concludere il periodo di Ferdinando III con il contratto di affitto
perpetuo che Francesco Larderel
sottoscrisse nel 1818 per lo sfruttamento dei lagoni di Montecerboli
onde ricavare il borace, dando inizio così ad un'impresa che avrà sotto
Leopoldo II un investimento sul territorio di ampia portata.
Per quello che ci riguarda, fra i primi atti di Leopoldo
II si registra quello di ristrutturare le saline di Volterra, lavori
che sotto la direzione dell'arch. Alessandro Manetti durarono dal 1825 al
1853. Intanto si avvicinava la scadenza della Regia mista e il nuovo commissario
Giuseppe Gazzeri, fautore della gestione statale e decisamente contrario
a quel tipo di gestione, richiamò il governo ad un impegno maggiore e diretto.
Dopo una lunga e non facile analisi, il governo decise in data 10 settembre
1828, di separare le miniere di Rio dall'appalto della Magona per gestirle
direttamente sotto la direzione di Giuseppe Gazzeri.
Nel frattempo prendevano corpo due iniziative private che avranno una forte
risonanza nella cultura mineraria per la loro importanza economica, sociale
e territoriale: nel 1827 si ebbe l'apertura della miniera di rame di Montecatini
Val di Cecina iniziata da Luigi Porte sotto la direzione tecnica di
Augusto Schneider, e negli anni 1832-33 si ebbe lo sviluppo degli stabilimenti
di acido borico di Monterotondo,
Castelnuovo,
Sasso,
Serrazzano
e Lustignano,
diretti da Francesco Giacomo Larderel, iniziative che stimolarono quantitativamente,
anche se a volte negativamente, l'imprenditoria privata ad una più intensa
ricerca mineraria in Toscana.
Il 1830 fu un anno particolarmente significativo per la politica mineraria
di Leopoldo II.
Nell'estate di tale anno il granduca intraprese un viaggio ufficiale in
Austria e Germania visitando non solo le saline austriache, ma anche tutto
il distretto minerario dell'Erzebirge: "visitando i più interessanti stabilimenti
minerari e metallurgici di Freiberg, di cui C...] fece osservazioni veramente
sorprendenti per perspicacia, e là aveva fatto pure sensazione il suo vivo
interesse per la industria mineraria, nonché la non comune attenzione dedicata
ai progressi nell'arte delle miniere e della metallurgia".
Lo entusiasmò vedere come l'arte e la gestione tecnica ed economica mineraria,
a differenza di quella toscana arretrata in ogni campo, era diventata una
realtà avanzata. Questo lo spinse ad avviare un disegno di riforma nel settore
minerario e metallurgico. Con motuproprio datato 3 novembre 1835 definì
la posizione delle miniere di Rio: "Cessa ogni dipendenza della miniera
del Ferro di Rio dalla direzione dell'Azienda della Magona, e restano distaccati
dall'Azienda predetta gli Edifizi, terreni lavorativi, Boschi, e quanto
altro è attualmente posseduto dalla medesima nella Maremma".
Per l'amministrazione di tali beni fu istituita la "I. e R.. Amministrazione
di Rio e delle Fonderie del Ferro" di cui il primo direttore, di nomina
granducale, fu Raffaello Sivieri. Quindi Leopoldo II si volse a riorganizzare
l'assetto urbanistico e territoriale di Follonica
facendone il polo siderurgico della Toscana.
A proposito di Follonica, vorrei sottolineare l'erezione della chiesa di
S. Leopoldo (1837-1838)
e quella di S. Barbara a Rio Marina (1840), ambedue con l'inserimento di
elementi in ghisa lavorati e prodotti col ferro elbano nella fonderia di
Follonica (colonne, capitelli, cornici, antefisse etc.).
Per Leopoldo II le due chiese rappresentavano idealmente il principio e
la fine del ciclo del ferro: la miniera e la fonderia. Purtroppo la chiesa
di S. Barbara fu abbattuta nel 1860 per ricavarne una piazza.
Ritornando alle miniere, il granduca per definire una volta per tutte la
questione del "carbon fossile" quale combustibile necessario per l'ascesa
della siderurgia toscana, invitò i più noti geologi e ingegneri quali Paolo
Savi, Vincenzo Manteri, Giovanni Rovis, Teodoro Haupt, Leopoldo Pilla, Karl
Pohl e Francesco Pitiot per risolvere il problema.
Gli anni l838-l839 sembrarono con i saggi di Montebamboli, Montemassi e
Tatti, favorevoli al successo desiderato tanto che il granduca nel febbraio
del 1839 scrisse: "Dopo il ferro, il carbon fossile diviene l'oggetto della
primiera ricerca; questo dà attualmente sempre migliori speranze e se realmente
si trova in quantità e di qualità buona, è ragione di sperare che a Follonica
si abiti l'estate e la Manifattura del Ferro, non mancando di combustibile,
andasse l'anno, si attivassero le fonderie del ferro".
Purtroppo non fu così; gli anni 1839-1843 furono tanto negativi da fare
desistere il granduca dall'impegno nella ricerca e coltivazione della lignite
per questi motivi: perché i saggi sulla lignite rinvenuta dimostrarono un
basso tenore calorico e perché i banchi rinvenuti erano esigui e quindi
non valeva la pena investire grossi capitali e così lo sfruttamento delle
miniere di Montebamboli e di Montemassi fu dato nelle mani dell'imprenditoria
privata.
A proposito della miniera di Montebamboli voglio ricordare la costruzione
della Strada Ferrata Carbonifera su progetto del livornese ing. Baldo
Marchi per conto della Società Anonima per la Ferrovia di Montebamboli.
La linea a scartamento normale e a semplice binario, era lunga km 26,023
e, presso Torre Mozza nel luogo oggi denominato "La Carbonifera", si prolungava
sopra un pontile per lo scarico della lignite sui battelli.
Questa ferrovia che entrò in esercizio nel 1849, terminata completamente
nel 1853 sotto la direzione dell'ing. Giuseppe Pianigiani, fu un investimento
di ampia portata sul territorio. Ma quando l'ing. Baldo Marchi presentò
nel 1845 il progetto del prolungamento della Carbonifera dalle miniere fino
a Massa Marittima (Piano di Mucini), il commissario regio dei Lavori delle
Strade Ferrate arch. Carlo Reischammer non l'approvò perché il tracciato
presentava forti pendenze.
In questo stesso periodo e precisamente nel 1844 chiusero definitivamente
le miniere di zolfo di Pereta per la mancanza di domanda. Nel 1839 si ebbe
a Pisa la prima "Riunione degli Scienziati Italiani" e per la sezione geologico-mineralogica
ebbe luogo un ampio dibattito sulla geologia in conseguenza della apertura
delle miniere toscane, e sulla volontà comune di compilare una carta geologica
e mineraria d'Italia.
In questo si distinse il prof. Paolo Savi dell'Università di Pisa. Anche
nelle cinque successive riunioni degli scienziati italiani tenutesi a Torino
(1840), Firenze (1841), Padova (1842), Lucca (1843) e Milano (1844) si evidenziò
l'interesse dei geologi per le relazioni sulle miniere toscane e con il
Savi lo studio della geologia toscana ebbe una priorità. Questo dibattito
fu seguito con particolare interesse da Leopoldo II.
Quindi alla luce di quest'ultime emergenze e cioè della riforma delle miniere
di Rio, della "fondazione" di Follonica quale polo siderurgico della Toscana,
del dibattito scientifico-culturale, della caotica proliferazione delle
società concessionarie della mancanza di una legislazione mineraria, fu
chiara al granduca la necessità di un tecnico minerario perché controllasse
tutta la materia e nello stesso tempo facesse da riferimento per il governo
e i privati.
Nel 1838 progettò di istituire "a Massa Marittima [...] un Consiglio di
miniere in cui risiedesse fissi il Ministro delle Saline, il Direttore delle
Miniere e fonderie del ferro ed un ingegnere mineralogico e metallurgico
per i saggi occorrenti per il rame, argento e piombo", dando all'ingegnere
minerario il compito di controllare le "armature di pozzi per mettere al
sicuro con ben intesi lavori la vita dei lavoranti con prudenti intraprese
difendere le borse degli intraprenditori".
La scelta cadde sul sassone Theodor Haupt, ritenuto l'ingegnere minerario
fra i più preparati tecnicamente e culturalmente d'Europa.
Purtroppo non posso affrontare un'analisi globale dell'opera dell'Haupt
per l'ampiezza della trattazione che è oltre che tecnica, umana e letteraria.
"Dopo aver percorse, due anni or sono, le Montagne Toscane, e quelle dell'Isola
dell'Elba, per osservarvi i molti avanzi di Antiche Miniere Etrusche, monumenti
e testimoni muti comprovanti la passata grandezza ed importanza di esse,
ritornando io in Firenze, pieno di speranze e fiducia che con la riattivazione
di quelle miniere farebbesi rivivere e prosperare in Toscana un'antica industria
utilissima, ebbi la fortuna di esporre all'A.V 1. e R. [...] le osservazioni
fatte [...]. L'intima convinzione dell'importanza del mio assunto [...]
mi danno animo a deporre in iscritto, nella presente dissertazione, più
sviluppata la mia opinione", così scrisse Teodoro Haupt il 4 febbraio
1843 a Leopoldo II nel presentare il suo Trattato manoscritto, sulla
riadattazione e sui modi di far stabilmente prosperare le Miniere Toscane.
Si ebbe così la prima analisi puntuale di tutti i nodi della situazione
mineraria toscana.
L'Haupt ebbe ufficialmente l'incarico di Regio Consultore per gli Affari
delle Miniere in data 22 giugno 1844.
A tale proposito lo stesso Haupt ci descrive quali dovevano essere le sue
mansioni: "Venne a me conferito questo posto e ciò non tanto con lo scopo
che il regio Governo, sentito il mio parere, fosse in grado di risolvere
con piena cognizione di causa dello stato delle cose tutti gli affari che
interessano questa industria, e di prendere, salve le debite considerazioni,
verso l'altrui proprietà, le disposizioni e misure atte a rimuovere gli
ostacoli che si frapponessero al progresso di quella, e quanto al fine,
che i privati Intraprenditori possano giovarsi, se vogliono del mio consiglio.
Incombeva quindi a me di interloquire in tutti gli affari (esclusi erano
fino ai nuovi ordini, quelli relativi alle miniere di ferro e alle saline),
riguardanti la ricerca ed escavazione di miniere tanto metalliche che non
metalliche, di rassegnare al Granduca per il canale della R. Segreteria
di Finanza il mio parere in tutte le suppliche, che con altri secondo lo
spazio e il tempo", mansioni troppo restrittive per la visione che aveva
di una politica mineraria avanzata e che denunciavano la mancanza di una
volontà politica in materia.
L'Haupt infatti voleva superare il motuproprio del 13 maggio 1788, dotare
la Toscana di una legislazione organica e di affermare il ruolo dello Stato
nel controllo, regolamentazione e programmazione dell'industria mineraria.
Leggiamo questo suo indirizzo ideologico in tutti i suoi scritti.
Scrisse il 5 agosto 1846 la Compilazione della prima parte di una Legislazione
mineraria per la Toscana dove trattasi dell'acquisto delle miniere e dei
principi che gli servono di base con più l'aggiunta di note e di commenti
per bene intraprenderle, formata da 91capitoli dove si legge che le
"massime fondamentali per una legislazione mineraria" devono essere quelle:"
1) di mantenere l'equilibrio tra l'avidità naturale del proprietario
di Miniere, che desidera sempre il maggiore e più sollecito guadagno, e
l'intenzione dello Stato cui importa principalmente di conservare per quanto
è possibile, la sorgente della pubblica ricchezza mediante una escavazione
netta e totale.
2) Di portare le Miniere al maggior fruttato possibile per mezzo
della conveniente applicazione delle migliori regole suggerite dalla esperienza
onde ricercare sempre a mettere a disposizione nuovi punti di Minerale.
3) Di provvedere alla sicurezza dei lavoranti.
4) Di impedire che i fautori della Mineraria non s' impegnano in
intraprese troppo rischiose o incerte e provvedere energicamente che la
proprietà Mineraria sia coscienziosamente amministrata.
E perciò è indispensabile che le miniere siano visitate da Funzionari dello
Stato almeno una volta l'anno e gl'Intraprenditori abbiano l'obbligo di
dare regolarmente le notizie statistiche e informare colla più grande sollecitudine
la R. Amministrazione di tutte le incidenze straordinarie".
I concetti dell'Haupt si concretizzarono pubblicamente nell'opera Delle
miniere e alla Industria in Toscana (Firenze, Le Monnier 1847), dove
teorizzò il principio del riconoscimento della proprietà del sottosuolo
allo Stato e indicò la strada per una politica mineraria moderna. Questa
sua opera ebbe due reazioni contrapposte.
Nella prima il ministro segretario di Stato Francesco Cempini incaricò I'Haupt
nel maggio 1847 di compilare prima un testo sull'Arte Mineraria,
poi organizzare una Scuola Mineraria, incarichi che accettò in data
6 giugno dello stesso anno con l'invio contemporaneo di una bozza sul Diritto
Minerario.
In data 6 luglio 1849 l'Haupt inviò al Presidente del consiglio dei Ministri
Giovanni Baldasseroni il Rapporto sulle Miniere, dove confermò la
linea tecnica e legislativa.
Nella seconda direzione si ebbe però un'immediata ed aspra reazione da parte
della classe politica ed economica legata alla proprietà agraria e al "principio
di libertà ogni specie d'industria" attraverso l'Accademia dei Georgofli
che condizionò il granduca. Ecco perché costui approvò nel 1850 la Scuola
Mineraria per ingegneri nell'Ateneo pisano, che però non fu attivata
per vari motivi contingenti, e dette all'Haupt nel 1851 l'incarico d'istituire
a Massa Marittima un Museo delle Miniere e nel 1857 di organizzare
una Scuola Mineraria per diplomati: troppo poco in rapporto a tutto
il dibattito culturale, scientifico e sociale prodotto dall'Haupt.
Per concludere se Leopoldo II non realizzò, pur avendone avute tutte le
possibilità e stimoli, la riforma mineraria, ritengo che vada attribuito
ai fattori storico, politico, sociali in cui si trovò coinvolto in quest'ultima
parte del suo governo che non seppe affrontare con la dovuta energia.

