Nel settembre 1753, il console svedese a Venezia, James Guyon, contattava il Pubblico Perito Giovanni Arduino da parte di una Società minerale di Livorno, che intendeva offrirgli l'incarico di effettuare vari sopralluoghi e fusioni in alcune miniere del Senese.[101]
La fama di esperto minerario, che Arduino aveva saputo guadagnarsi negli anni precedenti, doveva avere varcato anche gli Appennini, se i titolari della Società livornese si erano rivolti a lui, preferendolo ad altri tecnici locali e stranieri.[102]
In effetti, diversamente dalla situazione mineraria veneta, che aveva vissuto il suo periodo di maggiore splendore nei secoli anteriori al Settecento, in Toscana "nei precedenti 150 anni erano state rilasciate una trentina di "concessioni" di escavazione: nei poco più di quaranta anni che vanno dal 1743 al 1788 le richieste di ricerca e di sfruttamento assommarono quasi allo stesso numero".[103]
In tale contesto risulta più comprensibile la richiesta di tecnici abili e specializzati, in prevalenza reclutati fuori dai confini granducali, dal momento che in Toscana mancava evidentemente una categoria professionale sufficientemente preparata ad affrontare l'improvvisa rinascita delle attività estrattive.[104]
La stessa Società minerale, che pare fosse stata consigliata di rivolgersi ad Arduino dal console Guyon,[105] si era già avvalsa, nel 1751, della consulenza di due esperti minerari svedesi, Alexander Funck e Reinhold Angerstein, per verificare il rendimento del minerale cuprifero che si estraeva nella miniera di Caporciano (Montecatini, Val di Cecina).[106]
Nata come un'associazione di mercanti livornesi, o comunque stranieri operanti nella città toscana (Arduino parla di "inglesi"), dedita allo sfruttamento minerario, la Società poggiava in buona parte sull'intraprendenza del suo Presidente, 1'avvocato Giuseppe Calzabigi. Questo deciso imprenditore livornese, dopo il fallimento della miniera di Caporciano, aveva coraggiosamente esplorato le selvagge e disabitate colline del Massetano, scoprendo infine, nel distretto senese di Montieri, alcuni filoni di rame.[107] L'autorizzazione governativa, ottenuta dal Calzabigi per svolgere attività estrattive a scopo sperimentale in quella zona, dovette essere ben presto prorogata per l'impegno richiesto dai lavori: ed è a questo punto che si rese necessaria l'esperienza e 1'abilita di un vero "metallurgo", per poter far effettivamente decollare 1'impresa.[108]
Così Giovanni Arduino, accettato l'incarico che gli permetteva di tornare, dopo sei anni, alla pratica mineraria, giunse a Montieri il 7 ottobre 1753, subito ricevuto dal Calzabigi, con il quale effettuò una visita immediata alla miniera, sita in località "Le Carbonaje".[109] Il sopralluogo fu sufficiente per convincerlo della scarsità e dell'inadeguatezza delle strutture fino ad allora approntate: in particolare Arduino pose subito, come condizione assolutamente indispensabile, la costruzione di una fonderia nei pressi del fiume Merse (detto anche Mersa), che scorreva in fondo all'omonima valle, ai piedi dell'impianto minerario.[110]
In realtà Arduino, nonostante le sue pur ottime referenze, non doveva riscuotere una fiducia incondizionata da parte dei suoi committenti. Infatti, non molto tempo dopo il suo arrivo, veniva chiamato dalla Val Camonica un fonditore, tale Danieli, che in teoria avrebbe dovuto collaborare con il veronese nella fusione dei minerali estratti. Inutile dire che i due si ostacolarono a vicenda, dal momento che Danieli, geloso del proprio lavoro, volle agire da solo, ed Arduino, infastidito dal non poter avere a sua volta il totale controllo delle operazioni, si limitò a sottolineare la divergenza tra gli scarsi risultati ottenuti dal collega e le proprie previsioni, basate su assaggi precedenti. In seguito a questo fallimento, è comunque probabile che il fonditore bresciano sia rientrato in patria.[111] Tuttavia, al di là dei problemi strettamente tecnici, susseguitisi durante questo primo soggiorno in Toscana, interessa qui porre 1'accento sull'indagine mineraria, dai significativi connotati geologici e mineralogici, che Arduino seppe attuare in prossimità degli scavi esistenti. Una buona parte della relazione, compilata subito dopo il ritorno a Vicenza (quasi certamente tra fine dicembre 1753 ed i primi di gennaio 1754) e diretta il 21 gennaio 1754 ai membri della Società livornese per illustrare meglio le operazioni svolte a Montieri, si riferisce infatti alla descrizione del territorio e dei nuovi filoni individuati.

Nel monte che forma la parte più elevata di questa montagna, e che è composto di pietre parte vetrificabili, parte calcarie... e di gran massi di certa specie di Diaspro Rosso, si veggono specialmente a Levante verso Mezzogiorno segni di molte antiche scavazioni minerali per lo più fatte a pozzo ne' getti delle quali si trovano pezzetti di minera di piombo e rame che sembra partecipe d'argento con tinture di verderame...[112]

L'accenno introduttivo sulla struttura geologica del Poggio di Montieri nomina per la prima volta le pietre "vetrificabili" e "calcarie": è importante sottolinearlo perché qui, si badi bene, Arduino si riferiva a rocce, non a minerali (di cui avrebbe parlato abbondantemente in seguito). Dobbiamo quindi intuire che la distinzione che egli opererà nettamente in futuro tra le due grandi categorie rocciose di origine sedimentaria e di origine ignea, poteva già dirsi delineata in questi anni. Infatti, proseguiva Arduino, se "il sasso calcario che è di quella specie che chiamano scaglione d'albazzano... è anche tramezzato in vari luoghi da certa pietra scisile... e pietre arenarie ripiene di mica talcosa e tutto attraversato da vene di Spatt", viceversa il "sasso vetrificabile" (lo scisto, detto anche "Schieffer-stein"[113]) "in molti luoghi si vede attraversato da fibre di Marcassita e scatente d'acque vetrioliche che depongono grande quantità d'ocra o sia rugine di ferro"[114] E poi estremamente interessante notare, per valutare la raggiunta maturità scientifica di Arduino rispetto al periodo di Schio, come alcune considerazioni propriamente mineralogiche svelassero interessi che andavano ben al di la dei compiti tecnici assegnatigli:

Abbiamo osservato nello spezzare di quelle Loppe un fenomeno che prova ed evidenzia esservi anche nel Regno Minerale una specie (di) [115] vegetazione mentre abbiamo trovato in quelle cieche cavità... delle cristallizzazioni di gesso speculare detto volgarmente scagliola, trasparente, e figurato a similitudine de' cristalli: pietra che non può supporsi rimasta imprigionata entro le Loppe al tempo della fusione sì per vedervicisi effettivamente formata come un sale, sì per essere una delle più calcinabili note in natura, mentre appena tocca il fuoco che riducesi di pellucida, ch'è in opaco bianchissimo gesso...[116]

Anche se questo passo ci rivela l'esistenza di accurate riflessioni precedenti sui fenomeni mineralogici, ciò non toglie che, ai membri della Società, dovevano interessare maggiormente le considerazioni di Arduino sui due filoni cupriferi da lui scoperti nei pressi della cava principale de "Le Carbonaje".[117]
A queste considerazioni, sostanzialmente positive, egli aveva fatto seguire precise indicazioni per la costruzione delle gallerie, consigliando di scavare direttamente nello scisto (pietra di durezza costante, ma trattabile), e di mantenere un declivio sufficiente per lo scolo delle acque e per l'areazione dei cunicoli.[118]
L'intera descrizione della zona mineraria esaminata trovava poi puntuale riscontro in un'accurata Pianta Planimetrica della miniera nel Poggio delle Carbonaie nel territorio di Montieri, realizzata da Arduino con una grafica molto simile a quella delle carte catastali disegnate a Vicenza: 1'originale di questa pianta non e stato rintracciato, ma nel 1756 essa fu interamente pubblicata nel periodico livornese Magazzino Toscano di istruzione e di piacere, senza indicazione del nome dell'autore.[119]
Dall'insieme di questa articolata relazione emerge quindi ben delineata la figura di un esperto minerario competente e sicuro delle proprie idee, strettamente basate sull'osservazione diretta dei fenomeni, sorretta in più occasioni da un'inesausta curiosità scientifica: così, se il giudizio finale si dimostrava ampiamente favorevole alla prosecuzione dei lavori,[120] d'altro canto Arduino richiamava sempre alla cautela nell'interpretazione dei risultati, poiché ...

non è così facile di trovare il vero metodo di trarre il metallo colla maggior economia possibile ed e accaduto in molte minere che ci sia stato riservato a que' soli che avevano congiunta alla molta sperienza della metallurgia, della chimica, le scienze Fisiche ad un Ingegno perspicace... Chi si metta all'impresa di scoprire minere deve proporsi che intraprende una cosa di grand'utile bensì se riesce, ma d'esito molto incerto, che richiede molta abilità e cognizione d'assai cose ed insieme molta costanza e grossi dispendi... poiché spesse volte è accaduto per aviso di celebri Mineralogisti che l'ignoranza e la malizia di tali persone mercenarie abbia rovinato lavori minerali di grande speranza.[121]

Era l'appello finale alla correttezza nei confronti di una nascente categoria professionale di cui egli, a buon diritto, si sentiva parte: ma se, da un lato, molte imprese minerali potevano essere fallite per l'incapacità degli uomini addetti alla loro direzione, motivo che Arduino addurrà anche in altre occasioni, dall'altro egli non poteva rendersi conto che i mezzi tecnici allora a disposizione, in rapporto agli scarsi capitali investiti, producevano troppo spesso situazioni negative.[122]
In questi stessi mesi dell'autunno 1753, poco prima di partire, Arduino si era recato a visitare le Allumiere di Monterotondo (Monte Leo) nel Volterrano, dietro autorevole ordine del Reggente Conte di Richecourt, che intendeva riprendere quell'opera di sfruttamento, nonostante le continue difficoltà sorte in seguito alla spietata concorrenza esercitata dalle pontificie allumiere della Tolfa.[123]
La ricognizione, compiuta in compagnia dell'ex appaltatore delle stesse miniere di Tolfa, Francesco Macironi, permise ad Arduino di scoprire, a dispetto del giudizio negativo del collega, dei "gran massi di pietre alluminose, dagl'Italiani non conosciute", ma ben note ad un "metallurgo" che si era formato nelle miniere tirolesi.[124] In effetti, i saggi che egli ne fece presso la fonderia di Montieri fornirono risultati incoraggianti, ma, come scrive lo stesso Arduino, "ciò accadde vicino al tempo in cui avevo fissato di ritornarmene in questo felicissimo Stato Veneto, mia patria: e per ciò non comunicai a persona il mio ritrovato per farlo nell'occasione di portarmi a Livorno o di passare per Firenze".[125]

AI termine del proprio incarico Arduino si recò brevemente a Firenze, si presume nella seconda meta del dicembre 1753, con 1'intento, tra l'altro, di incontrare il noto scienziato Giovanni Targioni Tozzetti e di visitare la sua rinomata collezione di fossili e minerali.[126] "Inizierà qui - afferma Tiziano Arrigoni, studioso del naturalista toscano - una lunga relazione scientifica fra Arduino e Targioni che andrà ben oltre l'episodio delle Carbonaie ed investirà anche le più generali concezioni geologiche dei due scienziati".[127] Non è forse un caso che nell'opuscolo stampato a Livorno, relativo alla Relazione arduiniana sulle miniere di Montieri, siano stati allegati in appendice due estratti dal terzo tomo delle Relazioni d'alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana di Targioni Tozzetti.[128] Ritornato a Vicenza, appena pochi giorni dopo l'invio a Livorno della relazione, Arduino acquisiva, il 25 gennaio 1754, il titolo di "Pubblico Perito Ingegnere della città di Vicenza".[129] Un ulteriore riconoscimento delle sue capacità tecniche, ma soprattutto un carico di lavoro ancor più gravoso, che avrebbe ovviamente contribuito a limitare la sua azione scientifica negli anni a venire.[130] Ma di questo egli non aveva ragione di preoccuparsi, almeno per il momento.
Si era subito interessato, invece, alle condizioni in cui versava il distretto minerario vicentino, ed aveva accolto con malcelata gioia la notizia della ripresa di alcune attività estrattive, richiesta ed ottenuta dal Soprintendente Zanchi, preoccupato per la persistente crisi dell'azienda agordina.[131] Pur cercando di mostrarsi distaccato, data la sua delicata posizione di ex Soprastante, Arduino scriveva sull'argomento ai Deputati alle Miniere, ribadendo decisamente la necessità di tempo e di continuità, quali elementi essenziali nella conduzione delle imprese minerarie:

Sarebbe per me nuova di molto piacere, se sentissi che l'ordine fosse di perfezionare la cava, quantunque ora non v'abbia altro interesse che il desiderio del pubblico bene ed una filosofica curiosità... Nelle ricerche di minere, posto s'abbiano buoni indizi, vi vuol metodo e buona costanza, in prova di che potrebbe bastare la storia delle miniere di Valle Imperina. Nell'America stessa, dove si crede comunemente che l'oro e l'argento si trovino raspando la terra, come gli uccelli il grano, si sta talvolta trent'anni senza cavar dalle miniere utilità, come ce ne assicura Barba esperimentatissimo minerista di quella parte del mondo. Quanto poi maggiormente dobbiamo esser costanti, dove sogliono le miniere esser molto occulte e profonde.[132]

Dietro a queste insistenti osservazioni traspariva l'amarezza per come si era conclusa la sua esperienza scledense, che pur evitava di nominare, citando invece la situazione della Valle Imperina, più fortunata, a suo parere, perché favorita da maggiori attenzioni statali. Arduino non avrebbe comunque assistito da vicino all'ennesimo fallimento delle miniere vicentine: verso la fine del 1755 era stato infatti nuovamente chiamato in Toscana ed egli "vi andò, a condizione di potersene partire a suo arbitrio".[133]
Mentre il "pubblico minerista" veronese si trovava a Vicenza, 1'attivo Calzabigi aveva fatto proprio il suggerimento, avanzato da Arduino nella relazione del gennaio 1754, di regolarizzare con l'autorità granducale la posizione della Società livornese per meglio proseguire nelle attività estrattive.[134] Cosi, in seguito alla supplica del medesimo avvocato, cui si erano associati Giovan Francesco Pagnini e tali Charron e Lefroy, "negozianti in Livorno", Francesco I° di Lorena aveva concesso lo sfruttamento delle miniere richieste, con due distinti decreti datati 26 agosto e 3 dicembre 1755.[135] Quasi contemporaneamente la Società Minerale di Livorno decideva di stilare un proprio regolamento (o programma), composto di 31 articoli, per autodefinirsi chiaramente anche in senso giuridico.[136]
Si giunse così alla nomina ufficiale del Soprintendente alle Miniere, nella persona di Giovanni Arduino, in data Livorno, 24 gennaio 1756: a questi veniva data "ampia commissione e facoltà di poter fare ne' luoghi di dette concessioni, tutte le scavazioni, fabriche, forni, macchine, tagli di legname, carboni, condotte d'acqua e tutto ciò che al medesimo parra bene per il buon avviamento e proseguimento delle nostre minerali intraprese".[137]
Il neo Soprintendente si presentò a Montieri, questa volta accompagnato dalla moglie Leonilde Chiarastella Nogarine, nello stesso gennaio del 1756:[138] stabilitosi nella "casa minerale" alle Carbonaje, poco più di tre mesi dopo scopriva, durante un escursione esplorativa nella valle del Merse verso Roccastrada, alcuni filoni ramiferi in prossimità della "Mersa del Boccheggiano".[139] I lavori sul nuovo giacimento furono subito iniziati e si mostrarono probabilmente piuttosto redditizi, dal momento che i due direttori della Societa, Calzabigi e Charron, scrivendo congiuntamente ad Arduino verso la fine dell'anno, si complimentavano vivamente con lui dopo una breve visita di controllo alle nuove miniere.[140] In realtà però la Società livornese, come facevano chiaramente intendere i suoi due direttori, non intendeva versare ulteriori capitali per allargare le strutture già esistenti e costruire una nuova grande fonderia per il minerale estratto dalle due miniere, come chiedeva Arduino. La situazione si presentava quindi statica ancora nell'estate del 1757, quando il Soprintendente tracciava, forse ad uso della Società, un Abbozzo per fare disegno delle Minere della Mersa, col Berg-Compass diviso in ore 24, dove si segnalavano le cave in attività e le nuove zone da esaminare.[141]
Fortunatamente per Arduino la fama della sua competenza e della sua scrupolosità nell'applicazione dei lavori minerari aveva raggiunto anche l'Auditore Generale di Siena, Giulio Franchini Taviani, il quale, interpellato dal conte Francesco Liberati di Parma che necessitava di una valida consulenza per le miniere di cinabro a Silvena (nella contea di Santa Fiora), di cui era concessionario, incaricò il "minerista" veneto di svolgere un sopralluogo nella zona e di stendere un'adeguata relazione.[142] Nell'accurata Esposizione, redatta il 26 luglio 1757, Arduino esprimeva un giudizio nettamente contrario alla prosecuzione dei lavori di ricerca del mercurio (detto anche "argento vivo"), fino ad allora attuati con il sistema "a cava aperta". In seguito ad un preciso esame geologico del territorio, che tra l'altro lo aveva ancora portato a riconoscere la diversa natura delle rocce (definite "vitrescenti, e la massima parte di natura marnosa, e calcaria"), egli concludeva affermando che

L'accennata confusione, che si ravvisa nell'interna struttura di quello, e dei circonvicini Monti, ed il tumultuario accozzamento delle materie eterogenee, delle quali essi costano, basterebbono a chiunque ha della Metallurgia la necessaria pratica, e sode cognizioni della Fisica sotterranea, per togliere la speranza che nei medesimi si possano incontrare filoni, o vene metalliche regolari, e di quella continuità ed estensione, che atta sia a renderne 1'escavazione lucrosa.[143]

Secondo Arduino era un fenomeno assai frequente, tipico di tutti i cosiddetti "Monti Minerali", quello di presentare strati o filoni di minerali metallici dispersi irregolarmente al loro interno a considerevole profondità, incassati tra rocce di diversa natura e solo apparentemente omogenei.[144]
Tuttavia, se in questo caso si trattava di conclusioni definitive, maturate dopo decenni di osservazioni minerarie sul territorio, la principale novità di questa Esposizione (come già in parte della succitata Relazione sulle miniere di Montieri) veniva invece dall'inserimento, ormai indispensabile, di una riflessione geologica di più ampio respiro, che prendeva spunto dalle strutture montuose esaminate.
L'esplorazione del Poggio di Montieri aveva, come si è visto, portato all'identificazione delle due principali categorie rocciose "vetrescibili" e "calcarie": ora la medesima distinzione, riscontrata anche nella zona di Santa Fiora, suggeriva un'analisi più approfondita sulle trasformazioni geomorfologiche del territorio.

Non solamente nel sito delle Miniere Mercuriali, ma anche all'intorno per vasto tratto, tutto quasi si vede scompaginato, sconvolto, e disordinato dalla forza, a mio credere, d'antichi vulcani, de' quali tutt'ora vi sono insigni reliquie... Vi esistono caverne, fenditure, e crateri aperti, esalanti perenne cocente fumo, e fetidissimi aliti di zolfo. Oltre alle molte pietre, che sembrano abbruciate, e calcinate, molte anche ne osservai, che pajono fuse, fuori vomitate dalle aperture vulcaniche... [145]

La singolarità e l'importanza di questo passo risulta, a dir poco, cristallina: in precedenza infatti Arduino non si era mai soffermato sugli effetti del vulcanismo nei terreni che aveva dovuto studiare da un lato strettamente mineralogico. Anzi, lo stesso termine "antichi vulcani" non era mai stato utilizzato dal "metallurgo" veneto. È possibile, a nostro parere, che tale affermazione non sia stata frutto di un'intuizione improvvisa: forse già da tempo Arduino la meditava senza però trovare la necessaria sicurezza per esprimerla adeguatamente a livello teorico. Indubbiamente egli fu confortato e stimolato a rendere palesi le proprie opinioni dalla lettura delle Relazioni d'alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana di Giovanni Targioni Tozzetti, pubblicate dal 1751 al 1754: non a caso, accennando ai forni di fusione presenti a Silvena, il nostro "minerista" aveva individuato "quella specie di Granito, detto Peperino", con cui essi erano costruiti, come e ...!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
pietra, o piuttosto Lava dell'alta vicina Montagna di Santa Fiora, che coi celeberrimi Naturalisti Micheli, e Targioni-Tozzetti, credo uno dei Vulcani estinti in tempi remotissimi, ed immemorabili, per quelle stesse osservazioni, da me medesimo rifatte sopra luogo, dottamente scritte dal lodato Sig. Targioni nelle Relazioni de' suoi viaggi per la Toscana, piene dei lumi più interessanti per la Scienza Naturale, e per l'Istoria Fisica della terra.[146]

La "Montagna di Santa Fiora" altro non era che il monte Amiata, giudicato di origine vulcanica da Pier Antonio Micheli fin dal 1733:[147] circa vent'anni dopo, Giovanni Targioni Tozzetti, riprendendo le osservazioni del suo maestro, rimaste fino ad allora inedite e quindi pressoché sconosciute, ne aveva pubblicato alcuni stralci significativi per rafforzare le proprie convinzioni sull'Amiata, che anch'egli considerava un vulcano estinto.[148]
La statura scientifica di Micheli, valutata soprattutto per la sua enorme opera di botanico, grazie all'intervento di Targioni Tozzetti si era così arricchita di un "primato indiscusso nella storia della geologia: nessuno aveva in precedenza riconosciuto un vulcano estinto al di fuori delle regioni vulcaniche attuali".[149]
Arduino rimase quindi notevolmente influenzato, oltre che dalle conclusioni micheliane, anche dalle descrizioni e dalle analisi geo-mineralogiche operate da Targioni Tozzetti nei suoi viaggi,[150] Ed in effetti, 1'analisi mineralogica della zona mineraria di Silvena rappresenta senz'altro il punto più alto, per accuratezza e precisione, raggiunto dalla prosa scientifica arduiniana di questi anni, rispetto, ad esempio, alla Relazione del 1754 (viziata, tra l'altro, da un incedere sintattico spesso difficoltoso). Se Arduino, da semplice "minerista", stava gradualmente trasformandosi in un attento studioso dei fenomeni geologici, non va dimenticata la sua posizione estremamente critica nei confronti di chi confondeva la rigorosità della "metallurgia" (intesa qui nell'accezione arduiniana più vasta, quindi comprensiva anche della ricerca mineraria vera e propria), con una concezione completamente priva di basi empiriche:

L'idea, che molti hanno ancora, essere le Miniere formate a guisa d'arbori, che sorgendo col loro fusto dalle cupe viscere del nostro globo, s'alzino verso la superficie de' Monti, spargendo in varie parti i loro rami, e una delle tante chimere immaginate da quei Filosofanti, che, avendo voluto, o dovuto farla da maestri, senza avere contemplati con attenzione gli effetti della natura sopra i propri luoghi, e privi della tanto necessaria sperienza, hanno oscurata ed imbrogliata la Filosofia, anzi che rischiararla.[151]
L'attacco all'interpretazione dei "Filosofanti", fossero essi alchimisti o "mineristi", intendeva indubbiamente difendere la serietà di un'attività lavorativa e di un campo di ricerca che non erano più completamente abbandonati a congetture teoriche: è ancora il caso di ribadire che allora, come in seguito, lo scienziato veneto avrebbe sempre considerato la propria preparazione tecnico-mineraria una base insostituibile per molte osservazioni più propriamente scientifiche e geologiche in particolare. Nel ringraziare 1'Auditore Franchini Taviani dell'incarico assegnatogli, che gli aveva fornito, tra l'altro, la preziosa opportunità di svolgere "altre diverse osservazioni, all'Istoria del Regno Fossile appartenenti", Arduino lo informava anche della sua ormai imminente partenza dalla Toscana, resasi necessaria a causa degli impegni di lavoro accumulatisi a Vicenza e dell'insalubre clima maremmano, in cui aveva lavorato ininterrottamente per oltre un anno e mezzo, deteriorandosi la salute.[152] ' Giovanni Arduino lasciò infatti la Toscana verso la fine dell'estate 1757. La Società Minerale di Livorno dovette accettare, sia pure a malincuore, la decisione del suo Soprintendente: ma la giustificazione ufficiale della partenza, cioè il timore di perdere 1'impiego vicentino, già di per se appare sibillina e poco convincente; tanto più che, appena varcati gli Appennini, Arduino si sarebbe fermato a Sassuolo, nel Ducato di Modena, a dirigere per qualche mese un'altra impresa di estrazioni cuprifere. Indubbiamente 1'esperienza toscana aveva deluso, o perlomeno stancato, il "minerista" veronese, tradito questa volta, non tanto dal1'impazienza dello Stato(come nel caso vicentino), quanto dall'impietosa limitatezza di mezzi e di capitali messi a disposizione dalla Società livornese.'

GLI INCARICHI NELLE MINIERE TOSCANE
E LA MATURAZIONE DELLE CONOSCENZE
GEO-MINERALOGICHE

Tratto da: Nuncius - Annali della storia e della scienza -
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