Nel settembre 1753, il console svedese a Venezia, James Guyon, contattava
il Pubblico Perito Giovanni Arduino da parte di una Società minerale di
Livorno, che intendeva offrirgli l'incarico di effettuare vari sopralluoghi
e fusioni in alcune miniere del Senese.[101]
La fama di esperto minerario, che Arduino aveva saputo guadagnarsi negli
anni precedenti, doveva avere varcato anche gli Appennini, se i titolari
della Società livornese si erano rivolti a lui, preferendolo ad altri tecnici
locali e stranieri.[102]
In effetti, diversamente dalla situazione mineraria veneta, che aveva vissuto
il suo periodo di maggiore splendore nei secoli anteriori al Settecento,
in Toscana "nei precedenti 150 anni erano state rilasciate una trentina
di "concessioni" di escavazione: nei poco più di quaranta anni che vanno
dal 1743 al 1788 le richieste di ricerca e di sfruttamento assommarono quasi
allo stesso numero".[103]
In tale contesto risulta più comprensibile la richiesta di tecnici abili
e specializzati, in prevalenza reclutati fuori dai confini granducali, dal
momento che in Toscana mancava evidentemente una categoria professionale
sufficientemente preparata ad affrontare l'improvvisa rinascita delle attività
estrattive.[104]
La stessa Società minerale, che pare fosse stata consigliata di rivolgersi
ad Arduino dal console Guyon,[105] si era già avvalsa, nel 1751,
della consulenza di due esperti minerari svedesi, Alexander Funck e Reinhold
Angerstein, per verificare il rendimento del minerale cuprifero che si estraeva
nella miniera di Caporciano (Montecatini, Val di Cecina).[106]
Nata come un'associazione di mercanti livornesi, o comunque stranieri operanti
nella città toscana (Arduino parla di "inglesi"), dedita allo sfruttamento
minerario, la Società poggiava in buona parte sull'intraprendenza del suo
Presidente, 1'avvocato Giuseppe Calzabigi. Questo deciso imprenditore livornese,
dopo il fallimento della miniera di Caporciano, aveva coraggiosamente esplorato
le selvagge e disabitate colline del Massetano, scoprendo infine, nel distretto
senese di Montieri, alcuni filoni di rame.[107] L'autorizzazione
governativa, ottenuta dal Calzabigi per svolgere attività estrattive a scopo
sperimentale in quella zona, dovette essere ben presto prorogata per l'impegno
richiesto dai lavori: ed è a questo punto che si rese necessaria l'esperienza
e 1'abilita di un vero "metallurgo", per poter far effettivamente decollare
1'impresa.[108]
Così Giovanni Arduino, accettato l'incarico che gli permetteva di tornare,
dopo sei anni, alla pratica mineraria, giunse a Montieri il 7 ottobre 1753,
subito ricevuto dal Calzabigi, con il quale effettuò una visita immediata
alla miniera, sita in località "Le Carbonaje".[109] Il sopralluogo
fu sufficiente per convincerlo della scarsità e dell'inadeguatezza delle
strutture fino ad allora approntate: in particolare Arduino pose subito,
come condizione assolutamente indispensabile, la costruzione di una fonderia
nei pressi del fiume Merse (detto anche Mersa), che scorreva in fondo all'omonima
valle, ai piedi dell'impianto minerario.[110]
In realtà Arduino, nonostante le sue pur ottime referenze, non doveva riscuotere
una fiducia incondizionata da parte dei suoi committenti. Infatti, non molto
tempo dopo il suo arrivo, veniva chiamato dalla Val Camonica un fonditore,
tale Danieli, che in teoria avrebbe dovuto collaborare con il veronese nella
fusione dei minerali estratti. Inutile dire che i due si ostacolarono a
vicenda, dal momento che Danieli, geloso del proprio lavoro, volle agire
da solo, ed Arduino, infastidito dal non poter avere a sua volta il totale
controllo delle operazioni, si limitò a sottolineare la divergenza tra gli
scarsi risultati ottenuti dal collega e le proprie previsioni, basate su
assaggi precedenti. In seguito a questo fallimento, è comunque probabile
che il fonditore bresciano sia rientrato in patria.[111] Tuttavia,
al di là dei problemi strettamente tecnici, susseguitisi durante questo
primo soggiorno in Toscana, interessa qui porre 1'accento sull'indagine
mineraria, dai significativi connotati geologici e mineralogici, che Arduino
seppe attuare in prossimità degli scavi esistenti. Una buona parte della
relazione, compilata subito dopo il ritorno a Vicenza (quasi certamente
tra fine dicembre 1753 ed i primi di gennaio 1754) e diretta il 21 gennaio
1754 ai membri della Società livornese per illustrare meglio le operazioni
svolte a Montieri, si riferisce infatti alla descrizione del territorio
e dei nuovi filoni individuati.
Nel monte che forma la parte più elevata di questa montagna, e che è composto di pietre parte vetrificabili, parte calcarie... e di gran massi di certa specie di Diaspro Rosso, si veggono specialmente a Levante verso Mezzogiorno segni di molte antiche scavazioni minerali per lo più fatte a pozzo ne' getti delle quali si trovano pezzetti di minera di piombo e rame che sembra partecipe d'argento con tinture di verderame...[112]
L'accenno introduttivo sulla struttura geologica del Poggio di Montieri nomina per la prima volta le pietre "vetrificabili" e "calcarie": è importante sottolinearlo perché qui, si badi bene, Arduino si riferiva a rocce, non a minerali (di cui avrebbe parlato abbondantemente in seguito). Dobbiamo quindi intuire che la distinzione che egli opererà nettamente in futuro tra le due grandi categorie rocciose di origine sedimentaria e di origine ignea, poteva già dirsi delineata in questi anni. Infatti, proseguiva Arduino, se "il sasso calcario che è di quella specie che chiamano scaglione d'albazzano... è anche tramezzato in vari luoghi da certa pietra scisile... e pietre arenarie ripiene di mica talcosa e tutto attraversato da vene di Spatt", viceversa il "sasso vetrificabile" (lo scisto, detto anche "Schieffer-stein"[113]) "in molti luoghi si vede attraversato da fibre di Marcassita e scatente d'acque vetrioliche che depongono grande quantità d'ocra o sia rugine di ferro"[114] E poi estremamente interessante notare, per valutare la raggiunta maturità scientifica di Arduino rispetto al periodo di Schio, come alcune considerazioni propriamente mineralogiche svelassero interessi che andavano ben al di la dei compiti tecnici assegnatigli:
Abbiamo osservato nello spezzare di quelle Loppe un fenomeno che prova ed evidenzia esservi anche nel Regno Minerale una specie (di) [115] vegetazione mentre abbiamo trovato in quelle cieche cavità... delle cristallizzazioni di gesso speculare detto volgarmente scagliola, trasparente, e figurato a similitudine de' cristalli: pietra che non può supporsi rimasta imprigionata entro le Loppe al tempo della fusione sì per vedervicisi effettivamente formata come un sale, sì per essere una delle più calcinabili note in natura, mentre appena tocca il fuoco che riducesi di pellucida, ch'è in opaco bianchissimo gesso...[116]
Anche se questo passo ci rivela l'esistenza di accurate riflessioni precedenti
sui fenomeni mineralogici, ciò non toglie che, ai membri della Società,
dovevano interessare maggiormente le considerazioni di Arduino sui due filoni
cupriferi da lui scoperti nei pressi della cava principale de "Le Carbonaje".[117]
A queste considerazioni, sostanzialmente positive, egli aveva fatto seguire
precise indicazioni per la costruzione delle gallerie, consigliando di scavare
direttamente nello scisto (pietra di durezza costante, ma trattabile), e
di mantenere un declivio sufficiente per lo scolo delle acque e per l'areazione
dei cunicoli.[118]
L'intera descrizione della zona mineraria esaminata trovava poi puntuale
riscontro in un'accurata Pianta Planimetrica della miniera nel Poggio delle
Carbonaie nel territorio di Montieri, realizzata da Arduino con una grafica
molto simile a quella delle carte catastali disegnate a Vicenza: 1'originale
di questa pianta non e stato rintracciato, ma nel 1756 essa fu interamente
pubblicata nel periodico livornese Magazzino Toscano di istruzione e di
piacere, senza indicazione del nome dell'autore.[119]
Dall'insieme di questa articolata relazione emerge quindi ben delineata
la figura di un esperto minerario competente e sicuro delle proprie idee,
strettamente basate sull'osservazione diretta dei fenomeni, sorretta in
più occasioni da un'inesausta curiosità scientifica: così, se il giudizio
finale si dimostrava ampiamente favorevole alla prosecuzione dei lavori,[120]
d'altro canto Arduino richiamava sempre alla cautela nell'interpretazione
dei risultati, poiché ...
non è così facile di trovare il vero metodo di trarre il metallo colla maggior economia possibile ed e accaduto in molte minere che ci sia stato riservato a que' soli che avevano congiunta alla molta sperienza della metallurgia, della chimica, le scienze Fisiche ad un Ingegno perspicace... Chi si metta all'impresa di scoprire minere deve proporsi che intraprende una cosa di grand'utile bensì se riesce, ma d'esito molto incerto, che richiede molta abilità e cognizione d'assai cose ed insieme molta costanza e grossi dispendi... poiché spesse volte è accaduto per aviso di celebri Mineralogisti che l'ignoranza e la malizia di tali persone mercenarie abbia rovinato lavori minerali di grande speranza.[121]
Era l'appello finale alla correttezza nei confronti di una nascente categoria
professionale di cui egli, a buon diritto, si sentiva parte: ma se, da un
lato, molte imprese minerali potevano essere fallite per l'incapacità degli
uomini addetti alla loro direzione, motivo che Arduino addurrà anche in
altre occasioni, dall'altro egli non poteva rendersi conto che i mezzi tecnici
allora a disposizione, in rapporto agli scarsi capitali investiti, producevano
troppo spesso situazioni negative.[122]
In questi stessi mesi dell'autunno 1753, poco prima di partire, Arduino
si era recato a visitare le Allumiere di Monterotondo (Monte Leo) nel Volterrano,
dietro autorevole ordine del Reggente Conte di Richecourt, che intendeva
riprendere quell'opera di sfruttamento, nonostante le continue difficoltà
sorte in seguito alla spietata concorrenza esercitata dalle pontificie allumiere
della Tolfa.[123]
La ricognizione, compiuta in compagnia dell'ex appaltatore delle stesse
miniere di Tolfa, Francesco Macironi, permise ad Arduino di scoprire, a
dispetto del giudizio negativo del collega, dei "gran massi di pietre alluminose,
dagl'Italiani non conosciute", ma ben note ad un "metallurgo" che si era
formato nelle miniere tirolesi.[124] In effetti, i saggi che egli
ne fece presso la fonderia di Montieri fornirono risultati incoraggianti,
ma, come scrive lo stesso Arduino, "ciò accadde vicino al tempo in cui avevo
fissato di ritornarmene in questo felicissimo Stato Veneto, mia patria:
e per ciò non comunicai a persona il mio ritrovato per farlo nell'occasione
di portarmi a Livorno o di passare per Firenze".[125]
AI termine del proprio incarico Arduino si recò brevemente a Firenze, si
presume nella seconda meta del dicembre 1753, con 1'intento, tra l'altro,
di incontrare il noto scienziato Giovanni Targioni Tozzetti e di visitare
la sua rinomata collezione di fossili e minerali.[126]
"Inizierà qui - afferma Tiziano Arrigoni, studioso del naturalista toscano
- una lunga relazione scientifica fra Arduino e Targioni che andrà ben oltre
l'episodio delle Carbonaie ed investirà anche le più generali concezioni
geologiche dei due scienziati".[127]
Non è forse un caso che nell'opuscolo stampato a Livorno, relativo alla
Relazione arduiniana sulle miniere di Montieri, siano stati allegati in
appendice due estratti dal terzo tomo delle Relazioni d'alcuni viaggi fatti
in diverse parti della Toscana di Targioni Tozzetti.[128]
Ritornato a Vicenza, appena pochi giorni dopo l'invio a Livorno della relazione,
Arduino acquisiva, il 25 gennaio 1754, il titolo di "Pubblico Perito Ingegnere
della città di Vicenza".[129]
Un ulteriore riconoscimento delle sue capacità tecniche, ma soprattutto
un carico di lavoro ancor più gravoso, che avrebbe ovviamente contribuito
a limitare la sua azione scientifica negli anni a venire.[130]
Ma di questo egli non aveva ragione di preoccuparsi, almeno per il momento.
Si era subito interessato, invece, alle condizioni in cui versava il distretto
minerario vicentino, ed aveva accolto con malcelata gioia la notizia della
ripresa di alcune attività estrattive, richiesta ed ottenuta dal Soprintendente
Zanchi, preoccupato per la persistente crisi dell'azienda agordina.[131]
Pur cercando di mostrarsi distaccato, data la sua delicata posizione di
ex Soprastante, Arduino scriveva sull'argomento ai Deputati alle Miniere,
ribadendo decisamente la necessità di tempo e di continuità, quali elementi
essenziali nella conduzione delle imprese minerarie:
Sarebbe per me nuova di molto piacere, se sentissi che l'ordine fosse di perfezionare la cava, quantunque ora non v'abbia altro interesse che il desiderio del pubblico bene ed una filosofica curiosità... Nelle ricerche di minere, posto s'abbiano buoni indizi, vi vuol metodo e buona costanza, in prova di che potrebbe bastare la storia delle miniere di Valle Imperina. Nell'America stessa, dove si crede comunemente che l'oro e l'argento si trovino raspando la terra, come gli uccelli il grano, si sta talvolta trent'anni senza cavar dalle miniere utilità, come ce ne assicura Barba esperimentatissimo minerista di quella parte del mondo. Quanto poi maggiormente dobbiamo esser costanti, dove sogliono le miniere esser molto occulte e profonde.[132]
Dietro a queste insistenti osservazioni traspariva l'amarezza per come
si era conclusa la sua esperienza scledense, che pur evitava di nominare,
citando invece la situazione della Valle Imperina, più fortunata, a suo
parere, perché favorita da maggiori attenzioni statali. Arduino non avrebbe
comunque assistito da vicino all'ennesimo fallimento delle miniere vicentine:
verso la fine del 1755 era stato infatti nuovamente chiamato in Toscana
ed egli "vi andò, a condizione di potersene partire a suo arbitrio".[133]
Mentre il "pubblico minerista" veronese si trovava a Vicenza, 1'attivo Calzabigi
aveva fatto proprio il suggerimento, avanzato da Arduino nella relazione
del gennaio 1754, di regolarizzare con l'autorità granducale la posizione
della Società livornese per meglio proseguire nelle attività estrattive.[134]
Cosi, in seguito alla supplica del medesimo avvocato, cui si erano associati
Giovan Francesco Pagnini e tali Charron e Lefroy, "negozianti in Livorno",
Francesco I° di Lorena aveva concesso lo sfruttamento delle miniere richieste,
con due distinti decreti datati 26 agosto e 3 dicembre 1755.[135]
Quasi contemporaneamente la Società Minerale di Livorno decideva di stilare
un proprio regolamento (o programma), composto di 31 articoli, per autodefinirsi
chiaramente anche in senso giuridico.[136]
Si giunse così alla nomina ufficiale del Soprintendente alle Miniere, nella
persona di Giovanni Arduino, in data Livorno, 24 gennaio 1756: a questi
veniva data "ampia commissione e facoltà di poter fare ne' luoghi di dette
concessioni, tutte le scavazioni, fabriche, forni, macchine, tagli di legname,
carboni, condotte d'acqua e tutto ciò che al medesimo parra bene per il
buon avviamento e proseguimento delle nostre minerali intraprese".[137]
Il neo Soprintendente si presentò a Montieri, questa volta accompagnato
dalla moglie Leonilde Chiarastella Nogarine, nello stesso gennaio del 1756:[138]
stabilitosi nella "casa minerale" alle Carbonaje, poco più di tre mesi dopo
scopriva, durante un escursione esplorativa nella valle del Merse verso
Roccastrada, alcuni filoni ramiferi in prossimità della "Mersa del Boccheggiano".[139]
I lavori sul nuovo giacimento furono subito iniziati e si mostrarono probabilmente
piuttosto redditizi, dal momento che i due direttori della Societa, Calzabigi
e Charron, scrivendo congiuntamente ad Arduino verso la fine dell'anno,
si complimentavano vivamente con lui dopo una breve visita di controllo
alle nuove miniere.[140] In realtà però la Società livornese, come
facevano chiaramente intendere i suoi due direttori, non intendeva versare
ulteriori capitali per allargare le strutture già esistenti e costruire
una nuova grande fonderia per il minerale estratto dalle due miniere, come
chiedeva Arduino. La situazione si presentava quindi statica ancora nell'estate
del 1757, quando il Soprintendente tracciava, forse ad uso della Società,
un Abbozzo per fare disegno delle Minere della Mersa, col Berg-Compass diviso
in ore 24, dove si segnalavano le cave in attività e le nuove zone da esaminare.[141]
Fortunatamente per Arduino la fama della sua competenza e della sua scrupolosità
nell'applicazione dei lavori minerari aveva raggiunto anche l'Auditore Generale
di Siena, Giulio Franchini Taviani, il quale, interpellato dal conte Francesco
Liberati di Parma che necessitava di una valida consulenza per le miniere
di cinabro a Silvena (nella contea di Santa Fiora), di cui era concessionario,
incaricò il "minerista" veneto di svolgere un sopralluogo nella zona e di
stendere un'adeguata relazione.[142] Nell'accurata Esposizione, redatta
il 26 luglio 1757, Arduino esprimeva un giudizio nettamente contrario alla
prosecuzione dei lavori di ricerca del mercurio (detto anche "argento vivo"),
fino ad allora attuati con il sistema "a cava aperta". In seguito ad un
preciso esame geologico del territorio, che tra l'altro lo aveva ancora
portato a riconoscere la diversa natura delle rocce (definite "vitrescenti,
e la massima parte di natura marnosa, e calcaria"), egli concludeva affermando
che
L'accennata confusione, che si ravvisa nell'interna struttura di quello, e dei circonvicini Monti, ed il tumultuario accozzamento delle materie eterogenee, delle quali essi costano, basterebbono a chiunque ha della Metallurgia la necessaria pratica, e sode cognizioni della Fisica sotterranea, per togliere la speranza che nei medesimi si possano incontrare filoni, o vene metalliche regolari, e di quella continuità ed estensione, che atta sia a renderne 1'escavazione lucrosa.[143]
Secondo Arduino era un fenomeno assai frequente, tipico di tutti i cosiddetti
"Monti Minerali", quello di presentare strati o filoni di minerali metallici
dispersi irregolarmente al loro interno a considerevole profondità, incassati
tra rocce di diversa natura e solo apparentemente omogenei.[144]
Tuttavia, se in questo caso si trattava di conclusioni definitive, maturate
dopo decenni di osservazioni minerarie sul territorio, la principale novità
di questa Esposizione (come già in parte della succitata Relazione sulle
miniere di Montieri) veniva invece dall'inserimento, ormai indispensabile,
di una riflessione geologica di più ampio respiro, che prendeva spunto dalle
strutture montuose esaminate.
L'esplorazione del Poggio di Montieri aveva, come si è visto, portato all'identificazione
delle due principali categorie rocciose "vetrescibili" e "calcarie": ora
la medesima distinzione, riscontrata anche nella zona di Santa Fiora, suggeriva
un'analisi più approfondita sulle trasformazioni geomorfologiche del territorio.
Non solamente nel sito delle Miniere Mercuriali, ma anche all'intorno per vasto tratto, tutto quasi si vede scompaginato, sconvolto, e disordinato dalla forza, a mio credere, d'antichi vulcani, de' quali tutt'ora vi sono insigni reliquie... Vi esistono caverne, fenditure, e crateri aperti, esalanti perenne cocente fumo, e fetidissimi aliti di zolfo. Oltre alle molte pietre, che sembrano abbruciate, e calcinate, molte anche ne osservai, che pajono fuse, fuori vomitate dalle aperture vulcaniche... [145]
La singolarità e l'importanza di questo passo risulta, a dir poco, cristallina:
in precedenza infatti Arduino non si era mai soffermato sugli effetti del
vulcanismo nei terreni che aveva dovuto studiare da un lato strettamente
mineralogico. Anzi, lo stesso termine "antichi vulcani" non era mai stato
utilizzato dal "metallurgo" veneto. È possibile, a nostro parere, che tale
affermazione non sia stata frutto di un'intuizione improvvisa: forse già
da tempo Arduino la meditava senza però trovare la necessaria sicurezza
per esprimerla adeguatamente a livello teorico. Indubbiamente egli fu confortato
e stimolato a rendere palesi le proprie opinioni dalla lettura delle Relazioni
d'alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana di Giovanni Targioni
Tozzetti, pubblicate dal 1751 al 1754: non a caso, accennando ai forni di
fusione presenti a Silvena, il nostro "minerista" aveva individuato "quella
specie di Granito, detto Peperino", con cui essi erano costruiti, come e
...!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
pietra, o piuttosto Lava dell'alta vicina Montagna di Santa Fiora, che coi
celeberrimi Naturalisti Micheli, e Targioni-Tozzetti, credo uno dei Vulcani
estinti in tempi remotissimi, ed immemorabili, per quelle stesse osservazioni,
da me medesimo rifatte sopra luogo, dottamente scritte dal lodato Sig. Targioni
nelle Relazioni de' suoi viaggi per la Toscana, piene dei lumi più interessanti
per la Scienza Naturale, e per l'Istoria Fisica della terra.[146]
La "Montagna di Santa Fiora" altro non era che il monte Amiata, giudicato
di origine vulcanica da Pier Antonio Micheli fin dal 1733:[147] circa
vent'anni dopo, Giovanni Targioni Tozzetti, riprendendo le osservazioni
del suo maestro, rimaste fino ad allora inedite e quindi pressoché sconosciute,
ne aveva pubblicato alcuni stralci significativi per rafforzare le proprie
convinzioni sull'Amiata, che anch'egli considerava un vulcano estinto.[148]
La statura scientifica di Micheli, valutata soprattutto per la sua enorme
opera di botanico, grazie all'intervento di Targioni Tozzetti si era così
arricchita di un "primato indiscusso nella storia della geologia: nessuno
aveva in precedenza riconosciuto un vulcano estinto al di fuori delle regioni
vulcaniche attuali".[149]
Arduino rimase quindi notevolmente influenzato, oltre che dalle conclusioni
micheliane, anche dalle descrizioni e dalle analisi geo-mineralogiche operate
da Targioni Tozzetti nei suoi viaggi,[150] Ed in effetti, 1'analisi
mineralogica della zona mineraria di Silvena rappresenta senz'altro il punto
più alto, per accuratezza e precisione, raggiunto dalla prosa scientifica
arduiniana di questi anni, rispetto, ad esempio, alla Relazione del 1754
(viziata, tra l'altro, da un incedere sintattico spesso difficoltoso). Se
Arduino, da semplice "minerista", stava gradualmente trasformandosi in un
attento studioso dei fenomeni geologici, non va dimenticata la sua posizione
estremamente critica nei confronti di chi confondeva la rigorosità della
"metallurgia" (intesa qui nell'accezione arduiniana più vasta, quindi comprensiva
anche della ricerca mineraria vera e propria), con una concezione completamente
priva di basi empiriche:
L'idea, che molti hanno ancora, essere le Miniere formate a guisa d'arbori,
che sorgendo col loro fusto dalle cupe viscere del nostro globo, s'alzino
verso la superficie de' Monti, spargendo in varie parti i loro rami, e una
delle tante chimere immaginate da quei Filosofanti, che, avendo voluto,
o dovuto farla da maestri, senza avere contemplati con attenzione gli effetti
della natura sopra i propri luoghi, e privi della tanto necessaria sperienza,
hanno oscurata ed imbrogliata la Filosofia, anzi che rischiararla.[151]
L'attacco all'interpretazione dei "Filosofanti", fossero essi alchimisti
o "mineristi", intendeva indubbiamente difendere la serietà di un'attività
lavorativa e di un campo di ricerca che non erano più completamente abbandonati
a congetture teoriche: è ancora il caso di ribadire che allora, come in
seguito, lo scienziato veneto avrebbe sempre considerato la propria preparazione
tecnico-mineraria una base insostituibile per molte osservazioni più propriamente
scientifiche e geologiche in particolare. Nel ringraziare 1'Auditore Franchini
Taviani dell'incarico assegnatogli, che gli aveva fornito, tra l'altro,
la preziosa opportunità di svolgere "altre diverse osservazioni, all'Istoria
del Regno Fossile appartenenti", Arduino lo informava anche della sua ormai
imminente partenza dalla Toscana, resasi necessaria a causa degli impegni
di lavoro accumulatisi a Vicenza e dell'insalubre clima maremmano, in cui
aveva lavorato ininterrottamente per oltre un anno e mezzo, deteriorandosi
la salute.[152]
' Giovanni Arduino lasciò infatti la Toscana verso la fine dell'estate 1757.
La Società Minerale di Livorno dovette accettare, sia pure a malincuore,
la decisione del suo Soprintendente: ma la giustificazione ufficiale della
partenza, cioè il timore di perdere 1'impiego vicentino, già di per se appare
sibillina e poco convincente; tanto più che, appena varcati gli Appennini,
Arduino si sarebbe fermato a Sassuolo, nel Ducato di Modena, a dirigere
per qualche mese un'altra impresa di estrazioni cuprifere. Indubbiamente
1'esperienza toscana aveva deluso, o perlomeno stancato, il "minerista"
veronese, tradito questa volta, non tanto dal1'impazienza dello Stato(come
nel caso vicentino), quanto dall'impietosa limitatezza di mezzi e di capitali
messi a disposizione dalla Società livornese.'

