Chiarissimo
Signor e (…….?) Memore dell'istanze sue, tante replicatemi, perché qualche
cosa le mandi da inserire nel suo Celebre Giornale di Scienza Naturale, mi
sono posto a scartabellare le mie lettere, ed altre scritture, per vedere
se qualche cosa ci fosse, che far potesse a suo proposito. Tra varie altre
cose, mi è caduta sott'occhi la Relazione di sopra le minere d'Argentovivo
di Silvena, nell'estremità dello Stato Senese verso Roma, che le invio con
questo foglio. So quanto grande sia la sua cordialità a mio riguardo, e quei
trattio sincera e cordialissima Amicizia abbia sempre meco usati da che ho
il piacere di conoscerla. Io m'arrischio adunque di mandarli questa Bagatella,
pregandola d'esaminarla, e ben riflettere se possa tornar bene di pubblicarla.
Io non posso esser giudice dei miei proprifasti; l'amore di me stesso, e delle
mie produzioni può troppo facilmente farmi creder buono ciò, che ad altri
può apparire frivolo, e ridicolo. Mi raccomando alla sua ingenuità, e vasto
discernimento, affinché se questa esposizione, da me fatta al Governatore
della Città e Stato di Siena (là chiamato Auditore Generale) non si mostra
a' suoi occhi chiaroveggenti con veste da pubblica composta, favorisca rimandarmela,
onde continui ancora a starsene sepolta nell'oblio con altre mie carte delle
minere del Trentino, del Vicentino e Veronese, Bresciano e Bergamasco, Etrusche
e Modenesi. Caso poi che fattone rigoroso processo, la giudichi capace di
farmi danno e vergogna, e poter aver luogo nella sua collezione; mi preme
che vi sia la nota, che vi ho aggiunta, come fatta da Lei. Mi conviene smentire
le detrazioni de miei nimici. La storia contenuta nella stessa nota, mi pare
a proposito per tale oggetto amatissimo e stimatissimo Signor Grisellini,
Ella ha già vedute e lette varie delle mie scritture, ma sta sicuro anche
per quelle non ancora vedute. Io non vi ho scritto cosa, che non sia rigorosamente
vera; e tengo appresso di me strumenti autentici, e carter legali, con che
tutto comprovare. Può di tutto impegnarsi nel modo più forte, perché quando
mai occasione ho con che dimostrare quanto essa nota asserisce. Il Signor
Auditore Generale Franchini Taviani, passato tra i monti era cavaliere pistoiese
di molta dottrina, e poeta di buon gusto: ed erasi fatto merito fino sotto
l'ultimo Granduca de' Medici con Ambasceria in Francia. Egli degavasi di sentirmi
discorrere, con molta Bontà, premostrava assai piacere; come faceva pure il
Senatore Marchese Carlo Ginori, Governatore di Livorno, molto conosciuto per
la sua grandezza d'Animo, per le cose magnifiche da esso fatte, e per la Fabbrica
di Porcellane da esso intrapresa, e con coraggio sostenuta. Le minere d'Allume
di Monterotondo furono impresa del Celebre Conte di Richecour, Capo della
Regenza Granducale, partito dalla Toscana poco prima di morire, credo, nella
Lorena sua Patria. Vi spese un tesoro, e vi fece un edificio stupendo; ma
fu ingannato da quelli che aveva fatto venire dalle Allumiere Pontificie della
Tolfa; poiché non fecero che cavare e ripurgare pietre poverissime d'Allume.
Io fui a visitare le minere stesse in compagnia del Signor Francesco Peacironi(?),
dal quale erano state condotte quelle della Tolfa circa dodici anni, e che
fu mandato ad esaminare quelle di Monte Rotondo dal suddetto Conte di Richecour.
Questo Signore pronunciò che di pietra Alluminosa ivi non erano che piccole
venerelle: ed infatti della comune pitra d'Allume la di lui asserzione era
vera. Ma io viddi gran massi di pietra alluminosa, dagli Italiani non conosciuta;
ne presi dei pezzi per assicurarmene nella mia fonderia di Montieri: e fatti
i saggi, trovai di non m'essere ingannato nel giudicio, che ne avevo fatto
ad occhio. Ciò accadde vicino al tempo, in cui avevo fissato di ritornare
in questo Felicissimo Stato Veneto mia Patria: e perciò non comunicai a persona
il mio ritrovato, per farlo nell'occasione di portarmi in Livorno, o di passare
per Firenze; ma il Fato rapì, tanto il Conte Richecour quanto il Senatore
Marchese Ginori, al quale poteva essere giovevole di far sapere tale scoperta:
e però non ne o mai più fatta parola. Mi par anche bene ch'Ella sappia che
aderii d'andare la seconda volta in Toscana, per l'Amicizia contratta nella
prima occasione, con quegli decoratissimi Signori Inglesi, e pel genio mio
appassionatissimo per le minere; ma però senza impegno di tempo determinato
per dimorarvi; anzi con la libertà di potermene partire a mio piacere. Contuttociò
ivi stetti due anni e mezzo, e non sapevo come dare a quei Signori il dispiacere
di abbandonare la loro impresa; ma finalmente la mia salute si trovo talmente
pregiudicata da quell'aria della maremma, oltre al danno, che comprendevo
benissimo risultare a questo mio impiego di Vicenza, con si lunga mia asenza,
che dovei risolvermi a abbandonare la bella Toscana. Io colà ero trattato
benissimo, ben veduto e onorato dalli Senesi, e spesso Visitato in quella
mia solitudine. Dalla Società avevo una specie di plenipotestà; dalla Camera
Granducato Ordini, che mi rendevano rispettato; ma però non mai voluto maneggio
de' denari dell'impresa, per il che suggerii un cassiere, dal quale non poteva
pagarsi un quattrino senza mio mandato a Stampa. Io posso far vedere quanto
alla Socità increbbe la mia partenza, con quanto ne scrisse al fu Signor James
Gujon Console di Svezia in Venezia: ed è un chiaro testimonio, della buona
opinione, che colà di me avevasi, l'aggregazione di me fatta all'Accademia
dell'Università di Siena, qualche tempo dopo la mia partenza, senza che ciò
fosse mai da me stato ricercato, oltre alle moltissime Lettere ricevute poi
pel corso di molti anni da Soggetti di credito. Ma non voglio più oltre esercitare
la Sua sofferenza; solamente aggiungo che sommamente mi preme la stampa corretta;
ma che mai non mi risulti il termine -minera-minere = in quello cruscante
di = miniera-miniere =. Scriva tutto il mondo come vuole, ma io credo improprio
quello di = miniera =, e non convenire che alle minere di Cinabro, che minio
dcevano gli Antichi. Inoltre la prego che sia principio di Foglio: e quando
mai non capisse tutta, colle note, in uno, fare fare che il resto continui
nel principio del secondo Foglio. Ma si potrebbe fare un contrabbando? Lasciare
di mandare un Foglio d'una settimana, e mandarli tutti due uniti, in un'altra,
onde niente vi fosse d'interessato. La raccomando anche di farmene tirare
venti copie per mio conto, o trenta che la pagherò; ma non manchi, perché,
se risolve di stampare questo scritto, devo averne da mandare in diversi Paesi.
So che sono in mano d'un Buon Amico, che vede bene ciò, che mi può convenire,
e che ha premura del mio onore. Ma desidero che niente appaia mandato da me;
ciò sarebbe un capo a molti per ridersene. Mi scriva subito i suoi sentimenti,
e continui ad amarmi, con sicurezza d'esser corrisposta con quella stima e
devozione, con quali riverendola mi protesto di Vostra Signoria Illustrissima
Vicenza 27 - Gennaio 1767 P.S. Scusi se non le mando le Lettere, scritte dalla
Società Minerale di Zurigo, e le mie risposte, poiché non è ora a proposito
di pubblicarle. Ho fatti i saggi delle tre varietà di minerale d'Amagio di
Sargnj, ricercatimi dalla stessa Società: e se nel dartene notizia mi verrà
qualche buon estro, chi sa che la mia piccola testa non faccia qualche piccolissimo
gusto per suo Giornale. Moltissimo la ringrazio dell'elogio che la sua incomparabile
cordialità ha voluto farmi nuovamente nel suo giornale, in proposito dei due
materiali dello stesso da me indicati, per fabbricare le Porcellane, al Signor
Conti, fino dal tempo ch'egli s'unì coi noti due Sasson, marito e moglie,
i quali per mancanza di tali condizione,nel Friuli non potevano riuscire a
fare niente di passabile. Umilissimo Ossequiosissimo Obbligatissimo Servitore
Giovanni Arduino



Manoscritto
conservato alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze
Manoscritti e rari, Archivio Palatino 1151.