Feudi e nobiltà: I possessi feudali dei Salviati nel Senese (Secoli XVII - XVIII)

Un esame dei modi in cui furono gestite le comunità toscane infeudate fra '500 e '600, ad esponenti dell'aristocrazia cittadina deve essere senz'altro inserito sia nella problematica del processo di aristocratizzazione e di trasformazione del patriziato in nobiltà di corte - quale si verificò in Toscana, come in altri stati italiani a partire dalla seconda metà del XVI secolo -, sia nel quadro dei rapporti determinatisi nel corso dei secoli fra signori, comunità locali e governo mediceo, sempre più debole ed incapace di fronteggiare e contenere la crescente potenza di corpi estranei precedentemente creati dagli stessi principi. E' sembrato opportuno così presentare l'esempio dei Salviati: la famiglia ha infatti, nel '400 e '500, tutte le caratteristiche per essere annoverata fra le più importanti del patriziato fiorentino, ma, dalla metà del XVI secolo, anch'essa iniziò una graduale trasformazione che la portò ad essere una delle tante casate gravitanti intorno alla corte medicea. Si tratta perciò di comprendere perché anche i Salviati, che avevano costituito la propria potenza economica soprattutto su attività finanziarie e commerciali, abbiano mutato sia le direzioni degli investimenti sia, più profondamente, il proprio modus vivendi. A partire dalla metà del '500 (ma sarebbe più preciso dire "a partire dal 1532", proprio per sottolineare come la componente politica sia stata determinante) e soprattutto nel secolo successivo, la mercatura ed il cambio non furono più considerate dai Salviati fra le attività su cui concentrare gli investimenti. Anche i discendenti di Averardo, Jacopo, Piero e di altri che, fra '400 e '500, avevano creato e consolidato la ricchezza della casa, trovarono nella rendita fondiaria, nelle cariche diplomatiche e di corte introiti più consistenti e sicuri che permisero loro di far fronte alle ingenti spese per mantenere il lussuoso tenore di vita. Il mutamento avvenuto in seno a questa famiglia patrizia appare tanto più significativo se posto in relazione con le travagliate e complesse vicende politiche fiorentine, in cui si trovarono direttamente coinvolti i principali esponenti della casa. I Salviati avevano rappresentato, nella società fiorentina rinascimentale, il tipo di famiglia in cui si fondevano armoniosamente ricchezza economica, potenza politica e prestigio sociale, qualità che non rimasero mai circoscritte entro l'ambito delle mura cittadine. Nella complessa realtà politica fiorentina della prima metà del Cinquecento i Salviati furono il punto di convergenza, di verifica e spesso di mediazione delle contrastanti tendenze sviluppatesi in seno agli aristocratici. Dopo il ritorno dei Medici in Firenze, fra il 1512 ed il 1527, i "grandi" si trovarono infatti combattuti e divisi fra l'odio contro il governo popolare repubblicano ed il timore che la concentrazione del potere nelle mani di una sola famiglia allontanasse definitivamente l'aristocrazia dalla guida dello stato. Fu allora che attorno ai principali esponenti della famiglia Salviati, ma soprattutto attorno a Jacopo, si radunarono i rappresentanti delle grandi casate fiorentine, coloro cioè che "se bene favorivano i Medici né gli arebbano per capi e superiori ricusati, ma non però gli volevano come principi e padroni [e] desideravano che il governo s'aprisse alquanto e s'allargasse...". Jacopo, il genero di Lorenzo de' Medici, l'aristocratico liberale a che nutriva sentimenti filofrancesi il "più riputato" m dagli ottimati stessi, sostenne ad oltranza la necessità di un ritorno al tradizionale modo di governare dei Medici e manifestò poi sempre più chiaramente, nel corso degli eventi successivi, un'opposizione politica decisa all'ormai irreversibile processo che portò all'affermazione del principato. Non subito, data anche la forte posizione economica della famiglia, si stabili quel legame di "necessaria dipendenza" che caratterizzò i rapporti fra il principe e la maggior parte delle famiglie patrizie cittadine. Fra gli stessi Salviati, infatti, solo Averardo si mostrò subito fautore del nuovo regime, grazie anche ai suoi più stretti vincoli con i Medici rafforzati da interessi finanziari; ma proprio tramite la "disponibilità" di Averardo, che continuò a commerciare con successo in lettere di cambio, si iniziò anche per gli altri un avvicinamento alla corte ed al principe. Si tratta di vedere, alla luce di queste premesse, quali furono i motivi che spinsero esponenti di famiglie di consolidata ed ancor viva tradizione mercantile ad acquistare feudi dalla Camera Ducale. L'ipotesi è che, per Salviati - ma anche per la maggioranza di coloro che inoltrarono richiesta di ottenere feudi - ci sia stata soprattutto l'ambizione di fregiarsi di titoli nobiliari per rafforzare, anche con essi, la posizione ed il prestigio della casata e dei suoi membri, specie di quelli che svolgevano missioni diplomatiche o vivevano a corte. Motivi di onore e prestigio, segni inconfutabili dei mutati interessi ed ambizioni di famiglie escluse ormai da molto tempo da un'attiva partecipazione alla guida dello stato dovrebbero esser stati senz'altro prevalenti sulle motivazioni economiche. E un fatto che le terre infeudate erano povere e, per quanto è stato possibile rilevare per i Salviati, quando furono acquistati i feudi si era già formato il nucleo più cospicuo di proprietà fondiaria che divenne la principale fonte di ricchezza nel '700, grazie all'investimento di capitali e ad una serie di migliorie agrarie. Se soprattutto l'ambizione di fregiarsi di titoli spinse l'aristocrazia ad acquistare feudi, le conseguenze della gestione nobiliare sulle già precarie condizioni dell'economia locale furono sempre e decisamente negative. L'aggravarsi della depressione, la ripresa e l'inasprimento di usi e privilegi di chiaro tono feudale, l'isolamento delle comunità rette da signori dal generale miglioramento dell'economia agricola nella seconda metà del Settecento, proprio per la permanenza o per il retaggio di privilegi signorili, possono senz'altro essere indicati come le componenti essenziali del fenomeno di "rifeudalizzazione" avvenuto in Toscana fra la fine del XVI secolo e l'estinzione della dinastia medicea. Per meglio comprendere il ruolo che i feudi senesi ebbero nel complessivo patrimonio familiare dei Salviati, è necessario considerare brevemente la posizione economica della famiglia, quale si era venuta formando dalla seconda metà del Quattrocento. All'inizio del secolo XV, infatti, i Salviati non avevano ancora costituito una solida e consistente ricchezza. Il giro di attività era piuttosto limitato ed aveva i suoi centri principali a Firenze e a Pisa. Essi iniziarono dopo il 1445 ad allargare il volume dei traffici, aprendo luoghi di cambio e piazze di vendita soprattutto di pannilani e seta, fuori d'Italia in particolare a Londra, Bruges e Lione. In quest'ultimo centro si svolse, durante la prima metà del '500, la fervida attività commerciale e finanziaria di Jacopo, Piero ed Averardo, incoraggiata e protetta anche dal rafforzato legame fra gli agenti fiorentini e la corona francese. Dopo la rapida ascesa economica che aveva collocato in breve tempo i Salviati al terzo posto fra i maggiori contribuenti fiorentini, sopraggiunsero, nella seconda metà del XV secolo, notevoli difficoltà soprattutto per le piazze di Bruges e Anversa. Nonostante un cospicuo aiuto finanziario prontamente apprestato dai Medici, secondo una ben precisa politica da essi perseguita in quel momento ", sembra che i Salviati si siano dovuti ritirare da molte città europee in cui avevano impiantato le loro attività commerciali. E interessante notare come, già del '400, in corrispondenza dei periodi in cui meno sicuri si presentavano i traffici e gli affari. si andasse formando la parte più cospicua del patrimonio fondiario. Fra le terre elencate nelle carte del XVIII secolo, sotto la denominazione di "patrimonio di Toscana" le più estese e le più produttive furono acquistate fra il 1445 ed il 1500. Questa precisazione appare necessaria al fine di riconfermare, ancora una volta, come una tendenza più spiccata all'investimento fondiario da parte di famiglie impegnate in attività mercantili e finanziarie si sia manifestata e consolidata già molto prima del così detto "ritorno alla terra" dei secoli XVI e XVII. Per quanto concerne poi la presente ricerca, si deve tener conto della già avvenuta formazione di una solida base di proprietà terriera, priva di vincoli feudali, per accertare il valore delle entrate provenienti dai feudi acquistati nel '600. I legami mantenuti con i mercati esteri, dopo le difficoltà incontrate in un momento che aveva visto la chiusura ed il fallimento dei maggiori banchi fiorentini, permisero ai Salviati di affermare in modo definitivo la propria potenza economica cui corrispose, nella prima metà del Cinquecento, il periodo di maggior splendore e prestigio politico. Nella seconda metà del XVI secolo rallentarono le attività finanziarie della famiglia che tuttavia riuscì a mantenere il dominio, quasi incontrastato, soprattutto di Lione, ma anche di Anversa. L'attività dei fiorentini nella città francese cessò infatti alla fine del '500. il Banco di Pisa chiuse nei primi decenni del secolo successivo. Nella seconda metà del Seicento, di tutto il volume di affari precedente, rimaneva ai Salviati solo il Banco di Firenze che cessò ogni attività alla fine del secolo. Anche il ramo fiorentino della famiglia, sebbene rimasto per ancora molto tempo più attivo . rispetto a quello di Roma (i due rami si erano divisi nel 1540), che aveva assunto una fisionomia più precocemente cortigiana e parassita, dato il più stretto vincolo con la corte papale, anche il ramo fiorentino dunque iniziò in coincidenza con la perdita della libertà repubblicana una lenta, ma irreversibile trasformazione. Una conferma dei mutati interessi della famiglia Salviati all'inizio del Seicento sembra essere la prima richiesta inoltrata alle Reggenti del 1621 da parte di Vincenzo Salviati, legato granducale presso la Sede Apostolica, di ottenere la comunità e castello di Montieri in feudo, con tutti i privilegi solitamente attribuiti in tali casi. Niccolò dell'Antella fu incaricato di redigere una dettagliata relazione per accertare l'origine e l'ammontare complessivo delle rendite del luogo da infeudarsi, si da calcolare, in base ad esse, il valore del titolo che il patrizio fiorentino avrebbe pagato alla Camera Ducale. La suddetta comunità ed il suo territorio, compresi nella giurisdizione del Capitanato di Casole, erano stati infeudati una prima volta nel 1609 al nobile romano Biagio Capizucchi, ma nel 1619 erano ricaduti alla Camera Ducale per estinzione della linea di successione. La strada che univa Siena a Grosseto attraversava il nucleo centrale del castello: a ridosso delle due porte si trovavano due "borghetti" di case, uno dalla parte di Siena, l'altro "con manco d'apparenza", appena fuori dalla porta, sulla strada verso la Maremma. La comunità era retta dallo statuto locale, la cui ultima redazione risaliva al 1500. Ad. essa, tuttavia, erano state apportate successivamente numerose aggiunte e correzioni dagli organi senesi competenti (i Regolatori Statutari), allo scopo di conciliare le norme comunitative con le leggi generali emanate dalla capitale per tutto lo stato granducale. Lo statuto prevedeva un Consiglio Maggiore che, composto a ragione di un uomo per casa delle famiglie originarie del luogo o da quelle che vi avessero abitato per almeno venti anni, eleggeva i Priori ed il Camerlengo; i primi duravano in carica sei mesi, il secondo un anno. I Priori percepivano un salario di lire 9, avevano l'obbligo di accettare la carica, cui erano stati eletti ed il loro compito consisteva, soprattutto, "nell'haver occhio alla quiete et allo stato pacifico di detta terra e che li offiziali osservino gli Statuti", a tal fine, assumeva particolare importanza la, sorveglianza, da parte dei Priori appunto, sui beni della corte e sul rispetto delle norme e consuetudini che ne regolavano gli usi. Il Camarlengo era incaricato di riscuotere ed amministrare le entrate della comunità, ricevere i grani e conservarli in appositi magazzini pubblici. In seno al Consiglio erano elette altre persone con specifici compiti: i due Paschieri, cui spettava di contare tutti i bestiami della corte, obbligati a pagare un certo dazio o Annovero alla comunità (divenne una funzione assai importante e delicata, soprattutto in seguito, quando i Ministri feudali cercarono di esautorare e corrompere i Paschieri per trarre proprio dal pascolo il maggior pro6tto a danno dei locali). Tra le altre cariche previste dallo statuto c'erano i Sindaci del Malefizio che "cavati dal bossolo de' Priori... erano obbligati a conoscere tutti i furti, malefizi, tagliamenti et occupazioni che si fanno in detta corte per riferirli alla Giustizia Criminale e Civile"; i Correggitori delle Accuse; i Sindaci incaricati di "prezzare" le merci da mettere in vendita; il Consiglio Minore, composto da 12 membri, eletto dal Consiglio Maggiore per scrutinio, doveva infine deliberare "sopra i negozij della Comunità di poco rilievo ", gli altri essendo di competenza del Consiglio Maggiore. Per il corretto e sollecito funzionamento di tutte le attività di interesse comune, Io statuto disponeva che i rappresentanti "l'universale " provvedessero ad eleggere i cosiddetti "salariati ", come il medico, il maestro e il predicatore, che svolgessero le loro funzioni in quel luogo, dietro retribuzione da parte della comunità stessa. Le entrate di un comune rurale, specie se come Montieri posto quasi al confine con la Maremma senese, erano assai scarse. Esse derivavano per lo più dall'affitto di pochi beni immobili, dall'allivellamento di alcuni poderi, dalla riscossione di fide, terratici e da altri usi civici. I forni, macelli, osterie si trovavano anch'essi in fondi comunità ed erano venduti, con licenza dei Quattro Conservatori "a lume di candela al più offerente ". La riscossione di tutti i proventi spettava al Camerlengo, il quale doveva poi render conto della gestione prima ai rappresentanti locali, poi a Siena di fronte ai Conservatori. La situazione economica e la vita amministrativa della comunità non appaiono prospere fin dalla seconda metà del '500, come risulta dalla relazione della visita dell'Auditore Francesco Rasi compiuta nel 1572-73 ai quattro Capitanati della Maremma (Sovana, Massa, Grosseto, Casole). In essa vengono forniti dati molto importanti per una valutazione complessiva dell'economia e dell'amministrazione delle comunità e del territorio più depresso dello Stato Nuovo. La relazione, infatti, redatta sulla base di un formulario presentato ai rappresentanti " dell'universale " e da essi compilato, contiene anche una serie di proposte dei magistrati locali tese ad ovviare alle più gravi ed evidenti carenze che condizionavano fortemente Io sviluppo delle loro terre. I Priori di Montieri avevano condannato fermamente, in questa circostanza, l'operato dei Capitani di Giustizia, dei Podestà ed altri ufficiali succedutisi nel luogo, accusandoli di non aver adempiuto ai propri doveri e di "haver preso per gl'Atti o altrimenti sempre più di quello che si contiene nella Tariffa et Ordini e [per] non haver osservati gli Statuti loro ". La mancata assegnazione del danno dato aveva portato più volte il Podestà ad arrogarsene egli stesso la riscossione, con i conseguenti, inevitabili abusi ed ingiustizie a danno dei locali. Risulta evidente, insomma, anche in questa relazione eseguita sotto il primo granduca, la gravità del problema contro cui stava lottando il governo mediceo di recente formato: la mancanza, cioè, di un personale burocratico, tecnicamente preparato e ben retribuito, cui affidare l'amministrazione della giustizia nelle Comunità dei due stati, specie in quelle zone isolate e malsane dove, spesso, era disposto ad andare solo chi, approfittando dello scarso controllo degli organi centrali, non avrebbe avuto alcuno scrupolo ad arrotondare i magri stipendi con abusi di potere a danno degli abitanti. Nel 1621, secondo la relazione di Niccolò dell'Antella, la corte di Montieri, con i due borghetti, contava 172 fuochi, mentre gli abitanti sarebbero stati complessivamente circa 600. Si trattava di un luogo abbastanza popolato, considerato che la terra era quasi tutta "sodiva e boschiva per esser luogo montuoso et aspro ", tanto che lo stesso relatore la definisce più adatta per i bestiami che per i coltivatori. Dopo che le miniere d'argento, ampiamente sfruttate nel medio evo, erano state abbandonate, attività prevalente, già nella seconda metà del '500, era rimasta l'allevamento del bestiame, nonostante gli abitanti lo avessero "quasi tutto in soccia da altri et poca quantità si dice quella che sia lor propria ". Nel perimetro complessivo di circa 10 miglia si trovavano 6 bandite, il cui uso era regolato da precise norme statutarie, oltre che da inveterate consuetudini. Esse erano: la Bandita del Poggio, dove il pascolo era riservato alle sole bestie domestiche; la Bandita dei Crani, ordinata a terzeria (divisa in tre terzi, ognuno dei quali suddiviso in 10 prese in cui ogni alino si seminava secondo rotazione, ed il bestiame vi poteva entrare solo dopo il raccolto); la Bandita di Jandia: da novembre a carnevale vi potevano accedere i bestiami del compratore e dei suoi fidati, mentre per il resto dell'anno era pascolo "universale " per gli animali degli abitanti; il Ruspo dei Castagneti, di solito dalla comunità a favore di Luoghi Pii; i Confini, luoghi più "domestici " della corte; infine, si designava col nome di "pascolo universale " tutto il terreno restante, eccetto le citate riserve. Coltura prevalente era il grano, seminato sulle terre a bandi, i cui terratici erano di solito "in ragione di staia duo per In base ai dati forniti da Niccolò dell'Antella, confermati poi anche relazione Gherardini del 1616, si evince che il grano raccolto corte di Montieri non fosse sufficiente al fabbisogno degli abitanti. Il titolo feudale fu valutato 3000 scudi, cui si dovevano aggiungere 4230 scudi calcolati sulla base delle entrate e dei pagamenti della comunità, in ragione del 2½ %. Il neofeudatario chiese di pagare il prezzo del titolo, che era stato arrotondato a 7000 scudi, con dilazioni, dando cioè 1000 scudi al momento dell'investitura, altri 1000 l'anno successivo e lasciandosi così da pagare una quota unica di 5000 scudi fino al saldo della cifra iniziale. Da questo breve esame della situazione economica prima dell'infeudazione, si può immediatamente notare lo stato di povertà e di ristagno in cui la comunità si trovava già dalla metà del XVI secolo. Nelle relazioni ufficiali si attribuiva la causa di mali gravi ed evidenti alla discontinuità che aveva caratterizzato la prima gestione feudale della nobile famiglia romana dei Capizucchi, oppure i motivi della decadenza si individuavano nel cattivo operato di funzionari ed amministratori. Ma la situazione precaria aveva le sue radici anche nella più generale depressione economica che aveva coinvolto la provincia inferiore del Senese dopo la fine della Repubblica. Dinanzi dunque a tali limiti oggettivi, quali potevano essere le vie e le possibilità di intervento di chi aveva acquistato il feudo? Nel diploma di investitura a favore di Giovan Vincenzo Salviati la terra di Montieri veniva eretta "in feudum nobile et ligium... per rectam lineam masculinam et primo ordine primogeniturae ". AI momento dell'infeudazione, la comunità ed il territorio furono separati dal Capitanato di Casole e dalla Podesteria di Chiusdino da cui dipendevano per l'amministrazione della giustizia civile e criminale: in futuro, infatti, sarebbe stato compito del signore provvedervi mediante un ufficiale da lui eletto e retribuito. Il Marchesato fu concesso "cum toto eius territorio et cum mero et mixto imperio, gladii potestate et omnimoda iurisditione et cognitione causarum civilium, criminalium et mixtarum, earundem causarum primis appellationibus, poenis, multis et confiscationibus... " infeudata la terra "cum hominibus et vaxallis ", il signore avrebbe esercitato su di essa la giurisdizione civile, criminale e mista, il "mixtum imperium " cioè, con il quale si intendeva la competenza nelle cause penali, la cui pena non fosse superiore ad una cifra stabilita o che comportasse "fustigazione, ma senza infamia o almeno non implicassero spargimento di sangue o altra pena corporale ". Dalla giurisdizione feudale erano esclusi i cittadini senesi e fiorentini che abitassero o possedessero beni nelle località infeudate. La gtadii potestas, attribuita ai signori nel secolo XVI e nella prima metà del successivo quasi sempre "sine ulla condicione ", subì notevoli limitazioni negli ultimi anni del Seicento a causa degli interventi statali contro gli abusi feudali nel campo dell'amministrazione della giustizia. Il principe si riservava sempre il "supremum et dircctum dominium " sul feudo e la sua superiorità veniva formalmente sancita dal giuramento di fedeltà che ogni anno comunità e signori di tutta la Toscana prestavano al principe per la festa di S. Giovanni. Pur essendo espressamente richiesto in ogni investitura l'omaggio formale al sovrano, accompagnato dall'offerta di una tazza d'argento, tale prassi fu poco a poco disertata da un gran numero di feudatari. Nel privilegio ufficiale con cui Vincenzo Salviati divenne Marchese di Montieri si imponeva al nuovo signore, fra l'altro, il rispetto di tutte le norme statutarie e consuetudinarie del luogo, insieme al divieto di imporre nuove gravezze e servizi gratuiti ai sudditi. Nel citato diploma si sanciva esplicitamente la separazione fra entrate comunali ed entrate feudali, provenienti, quest'ultime, al signore dall'esercizio della giurisdizione nei limiti concessi, dall'esazione di tasse, gabelle (gabella del " piè tondo " e gabella dei contratti) 4" e da ogni altro diritto esplicitamente previsto nell'investitura. Solo successivamente, infatti, molti signori, fra i quali anche il Salviati, si accollarono con un contratto distinto l'amministrazione delle entrate della comunità rimaste fino a quel momento sotto il controllo delle magistrature locali e dei Quattro Conservatori "tamquam si infeudatio facta non foret". I feudatari non avrebbero potuto accogliere e proteggere nelle loro terre banditi e fuorusciti del Granducato e di altri stati italiani. Riservata al principe era l'obbedienza militare dei soldati che si trovavano in una terra infeudata: al granduca spettava la designazione degli ufficiali, mentre " ... quanto alla giurisdizione e agli emolumenti per detti soldati si aspetterà al feudatario, senza comunicazione coll'Auditore delle Bande, salvo casi di tortura ". Nel diploma esaminato si precisano infine altri privilegi a favore del nobile fiorentino. Egli non avrebbe pagato le gabelle dei contratti e le sue bestie sarebbero state escluse dal prestar servizi di pubblica utilità. Quanto agli abitanti, infine, si aggiungeva che essi dovevano esser liberi di viaggiare, comunicare, vendere e comperare, essendo sottoposti solo alle leggi del territorio senese, come se mai fosse avvenuta l'infeudazione delle loro terre. Vincenzo Salviati non abbandonò, dopo il 162l, la sua brillante carriera diplomatica per dedicarsi all' amministrazione della giustizia e al miglioramento economico della terra di Montieri e questa prassi fu seguita da tutti i suoi successori nei feudi senesi. Come molti altri nobili fiorentini che avevano acquistato feudi dalla Camera Ducale, anch'egli delegò ad un Commissario l'esazione delle entrate feudali e l'amministrazione della giustizia. Sulla figura del Commissario o Ministro feudale è necessario premettere alcune considerazioni per comprendere il ruolo da essi svolto nel progressivo deteriorarsi delle generali condizioni delle comunità infeudate fra XVI e XVII secolo. La maggior parte di questi Ministri non era retribuita con un salario fisso, sebbene per il signore, che lo aveva scelto " per meriti e portamento ", vigesse esplicitamente l'obbligo di rispettare la Tariffa Generale stabilita dai Tribunali di Firenze e di Siena per le retribuzioni. Proprio l'incerto compenso di questi agenti feudali, testimoniato del resto quasi per tutti i feudi del Senese, e la conseguente necessità di integrare per altre vie gli scarsi guadagni, permettono di individuare il meccanismo con cui venivano taglieggiati i vassalli che avevano a che fare col tribunale signorile. La maggior parte dei nobili pretendeva infatti di retribuire il giusdicente con proporzionale ai proventi ottenuti con le condanne e le confische inferte agli abitanti del feudo. Il Commissario di Montieri che, dal 1637, doveva esercitare le sue funzioni anche a Boccheggiano, comunità limitrofa alla prima ed acquistata proprio in quell'anno a titolo feudale dal Salviati, percepiva dal nobile fiorentino scudi 37 annui, " oltre agli utili del banco che son tutti suoi ". La necessità di retribuire con un salario sicuro e sufficiente i Ministri feudali era stata ribadita più volte, nel corso del XVII secolo, dai rappresentanti di molte comunità del Senese ogni volta che avevano fatto rimostranze al collegio dei Quattro Conservatori. A del Marchesato di Montieri, per esempio, essi avevano osservato che era " sommamente importante che il Commissario del Feudo conseguisca un decoroso e sufficiente salario che possa liberarlo dal pensiero e stimolo, purtroppo comune e tutt'altro che biasimevole, di aggravare indoverosamente la povera gente ad esso sottoposta ". Difficilmente rispettati erano anche i termini stabiliti per la durata in carica dei medesimi Commissari', come pure quasi sempre veniva eluso l'obbligo di render conto ai Conservatori ogni quattro anni. Dinanzi alle frequenti proteste dei rappresentanti le comunità infeudate contro il cattivo operato dei Ministri, i magistrati senesi adducevano a discolpa della loro passività la mancanza di dettagliati rendiconti periodici che impediva di conoscere l'effettiva situazione delle terre sottoposte al potere signorile. Esistevano, in teoria, norme ben precise che autorizzavano i Conservatori ad inviare gli " Esecutori di Campagna " per ridurre all'obbedienza i Commissari feudali, ma non appare mai che da Siena ci si sia serviti di simile facoltà. La violazione delle norme statutarie e delle consuetudini locali si concretizzò, talvolta, persino nella aperta soppressione di alcune magistrature della comunità. Fu, ad esempio, il caso di Montieri, nel cui statuto si prevedeva che il Consiglio dovesse eleggere i " Correggitori delle accuse ": dopo il 1621, però, questi " uffiziali " non venivano più scelti. Da parte nobiliare si obiettava che la prassi di eleggere i " Correggitori " non era più in viridi observantia, ma soprattutto, pareva " cosa impropria che persone rozze et inesperte imponghino legge al Jusdicente ". La comunità difendeva le norme statutarie, pretendendone il rispetto ed affermando in un libello presentato a Firenze poco dopo la fine del principato medico che " l'effetto ha fatto vedere che, partecipando delle pene il Commissario d'ordine del Signore, sono stati facili essi nel condannare le accuse che sono state date, anchora che iniuste, et è convenuto a questo popolo pagarle per mancanza dei Correggitori delle Accuse e per non aver avuto comodo appellarsi all'Auditore del feudo, conforme a quanto gli veniva disposto in simili casi ". Dal nome stesso della magistratura arbitrariamente soppressa si può comprendere quale importanza essa assumesse in un piccolo centro isolato, lontano dai tribunali cittadini, e come per gli abitanti fosse un tribunale di . appello in loco, cui rivolgersi per mitigare le pene inflitte dai rappresentanti del feudatario. Considerate infatti la lontananza dei tribunali di Siena e di Firenze, le spese non indifferenti per il viaggio e la perdita di giornate lavorative, nella maggior parte dei casi gli abitanti dei feudi rinunziavano a contendere con il loro signore. I limiti imposti dai diplomi di investitura alla giurisdizione feudale da esercitarsi nei territori acquistati, se fossero stati scrupolosamente osservati dai beneficiari dei titoli stessi, non avrebbero permesso alla azione signorile di incidere in modo assolutamente negativo sulla vita delle comunità. Anzi, secondo quanto contemplato nei privilegi, lo stato mediceo si voleva garantire, almeno all'inizio, una netta separazione della sfera del " Gius feudale " dal funzionamento della vita amministrativa, e soprattutto economica della comunità. Ma, evidentemente, bastarono pochi anni dopo l'acquisto dei feudi per dimostrare che le entrate baronali si riducevano a ben poco in centri rurali depressi e poveri, mentre abbastanza cospicue risultavano le spese cui il signore doveva far rronte per la soddisfazione delle numerose voci riguardanti l'amministrazione della giustizia nel luogo. Si doveva cercare dunque di ampliare la giurisdizione signorile in modo da garantire al feudatario ed ai suoi Ministri interventi " legali " nella vita economica comunitaria. Se si considera infatti che, nel caso di Montieri, il Salviati aveva speso 7000 scudi per l'acquisto del titolo e che doveva corrispondere annualmente al Commissario 245 lire annue, mentre le entrate baronali ascendevano a soli l 50 scudi all'anno, provenienti dalla Gabella dei Contratti e del " piè tondo ", si può comprendere come si fosse dimostrata immediatamente scarsa la rendita feudale, specie se fossero stati rispettati i limiti imposti dal diploma di investitura. Si può presumere dunque che proprio nella prospettiva di ampliare la rendita complessiva proveniente dai feudi nel Senese, i Salviati, come la maggioranza dei detentori di titoli feudali, abbiano cercato altre " voci " che, a differenza delle entrate baronali, già rigidamente determinate nei diplomi di investitura, meglio si prestassero ad interventi ed eventualmente ad abusi da parte del signore e del suo Vicario. Con questo proposito anche il marchese Salviati chiese al governo fiorentino di prendere a livello le entrate comunali di Montieri e di Boccheggiano. Il governo mediceo non si mostrò affatto contrario ad esaudire le sempre più numerose richieste di affitto di entrate comunitative inoltrate dalla maggior parte di possessori di feudi, soprattutto nel Senese: si vedeva in queste ulteriori concessioni a potenti e ricchi sudditi un mezzo efficace per alleggerire le spese di amministrazione delle comunità gravanti sugli organi centrali competenti, mentre si lasciava alla iniziativa signorile ogni possibile ed auspicabile - almeno nella mente dei principi - tentativo di miglioria agraria in terre per lo più povere ed isolate dai centri urbani di maggior sviluppo economico. Il marchese Salviati nel 1641 chiese ed ottenne dal granduca Ferdinando II di poter amministrare direttamente le entrate in ambedue le comunità a lui precedentemente infeudate. Per Montieri fu redatto un " instrumento di locazione perpetua " articolato in diversi punti in cui si definivano i compiti del signore ed i suoi rapporti con la popolazione e gli organi locali. Si disponeva che il Salviati dovesse pagare per tale locazione 135 scudi annui alla Cassa dei Conservatori, senza pretendere " sbasso o detrazione alcuna ". se poi il contraente o i suoi successori non avessero, provveduto per tre anni consecutivi a tale pagamento, le entrate con tutti i miglioramenti e le bonifiche apportate alla terra sarebbero ritornate sotto il controllo delle magistrature locali. Si ribadiva l'obbligo per il conduttore di " mantenere et osservare agli huomini et habitatori li Statuti, Ordini et Usi di detto luogo ", con l'esplicito divieto di alterare terratici, danni dati, pene diverse. Gli abitanti avrebbero continuato a servirsi delle bandite per il pascolo, nei termini previsti dagli statuti. Al signore spettava di mantenere, a sue spese, in buono stato ed in efficienza il Palazzo di Giustizia, i molini, forni e tutti gli altri fondi in cui si esercitavano attività di interesse e utilità generale. Nel testo del contratto era inoltre compresa una lista, la cosiddetta Tavoletta, in cui si elencavano tutte le spese che la comunità doveva sostenere, per le quali il feudatario avrebbe fornito al Camerlengo le somme necessarie. Quest'ultimo avrebbe poi reso conto del suo operato davanti al marchese Salviati o al suo Commissario ogni anno, mentre ogni quattro anni il Ministro del feudatario avrebbe dovuto provare davanti ai Conservatori " di aver adempiuto e soddisfatto alle suddette obbligazioni e pagamenti da farsi alli Camarlinghi della Comunità ". In realtà, anche sulla gestione signorile delle entrate comunitative mancò ogni controllo effettivo degli organi centrali competenti: mai i Quattro Conservatori applicarono la clausola della ricaduta delle entrate alle magistrature comunali per omissione continuata di pagamento da parte feudale, mentre i debiti dei signori verso la loro Cassa aumentarono progressivamente nel corso del secolo XVII e nella prima metà del successivo, quando sempre più debole si fece la presenza dello stato mediceo in tutto il territorio toscano. Testimonianza ulteriore dell'incapacità del governo fiorentino di svolgere controlli sull'amministrazione signorile nelle comunità sono i frequenti e vani appelli inoltrati da ufficiali al granduca perché costringesse, in qualche modo, i feudatari a saldare i debiti contratti con le Casse della Biccherna e dei Conservatori. Nel 1656, per esempio, Ferdinando II ingiunse che a " Titolati e Privilegiati s'assegnassero quindici giorni di tempo al pagamento e che non pagando, si mandassero Famigli di Campagna a farne l'esecuzione ". Il governo fiorentino sollecitò quindi i Conservatori ad applicare, senza rispetto per nessuno, le disposizioni sovrane, aggiungendo che " quando i Commissari e Jusdicenti non rispondono, gli faccino venire a Siena e i Famigli sieno forzati fare le esecuzioni che gli saranno commesse ed essendo impediti da qualsivoglia, ne dian subito [notizia] da chi e come... ". L'esazione di imposte nelle comunità senesi era diventata sempre più difficoltosa, nel corso del XVII secolo, per la mancanza di personale, ma soprattutto per il sempre più scarso potere delle magistrature creditrici e per la connivenza che si veniva a creare fra i Conservatori ed i feudatari a tutto danno delle casse dello stato, incapace di perseguire una politica finanziaria organicamente programmata. Le condizioni economiche appaiono sensibilmente deteriorate in tutto il granducato e soprattutto nello Stato Nuovo nella seconda metà del '600, specie in conseguenza dei frequenti scarsi raccolti. La Relazione della visita dell'auditore Bartolomeo Gherardini compiuta nel 1676, per volontà di Cosimo III, in tutte le comunità dello stato fornisce un quadro un po' generico, ma soprattutto troppo " ufficiale " della reale situazione nelle comunità infeudate, trascurando spesso di rilevare gli evidenti danni provocati dall'accresciuto potere signorile 56.Tuttavia, per quanto riguarda i feudi dei Salviati, nella Relazione Sl hanno particolari sufficienti per delineare i tratti fondamentali dell'involuzione economica ed amministrativa. Nel manoscritto originale della relazione, al termine della descrizione del luogo e delle notizie sulla locale economia, sono riferite le richieste inoltrate dagli abitanti al governo fiorentino, in occasione della visita dell'Auditore. Per il feudo di Montieri ci sono quindici proposizioni, di cui ben undici denunziano la cattiva gestione signorile o, comunque, riguardano i rapporti fra comunità locale e feudatario, divenuti, nel corso degli anni, sempre più aspri e difficili. Gli abitanti chiedevano, per prima cosa, clie fossero ridotti i permessi di portare armi da fuoco: l'abuso di esse aveva causato già troppi incidenti e disordini nel paese che, per la sua posizione di transito verso la Maremma e quindi verso lo Stato Pontificio, era diventato luogo di incontro di banditi e contrabbandieri, protetti spesso dagli stessi Commissari feudali. Si faceva notare, inoltre, come il marchese Salviati non permettesse ai Famigli di Campagna di accedere nel feudo, seguendo in questo atteggiamento tracotante l'esempio di altri signori del Senese. Si reclamava, come al solito, il rispetto degli statuti, appellandosi a quanto stabilito nell'Editto emanato da Firenze il 16 maggio 1619, con cui si voleva salvaguardare la comunità da nuovi abusi signorili, dopo la prima esperienza negativa dell'infeudazione ai Capizucchi. Ma, dopo più di cinquant'anni, si dichiara con rassegnazione che " in tutti i luoghi infeudati gl'ordini non si osservano e si tengon chiusi gl'occhi ". Il malgoverno signorile sembrava essersi manifestato soprattutto in materia d'amministrazione della giustizia. Per esempio, nella relazione si faceva rilevare come, a norma di disposizioni statutarie ancora in vigore, abitanti di terre limitrofe non dovessero esser considerati " forestieri " per il pagamento di determinate pene: per il danno dato, ad esempio, anche i circonvicini avrebbero dovuto pagare le stesse quote degli abitanti del feudo e non il doppio, come invece esigevano i Commissari feudali. Da Firenze non fu data una risposta celere e soprattutto univoca a quanto esposto nella Relazione Gherardini da parte dei vassallì dei Salviati. Infatti, mentre furono incaricati i Quattro Conservatori di esaminare ed eventualmente procedere nelle questioni riguardanti strade e confini con le comunità vicine, i problemi di carattere feudale non furono affatto oggetto di immediato esame: una copia delle denunzie dei rappresentanti la comunità fu inoltrata all'Auditore Generale Andrea Poltri perché lo trasmettesse al principe, nell'attesa - vana delle sue " resoluzioni ". Un'imponente documentazione degli anni immediatamente successivi al passaggio del Granducato ai Lorena riesce efficacemente a gettar luce, grazie ai molti dati retrospettivi, sulle condizioni dei feudi dei Salviati all'avvento della nuova dinastia. La sempre più precaria situazione e la fiducia nutrita nel nuovo regime spinsero i Priori ad inoltrare, quali rappresentanti " l'universale ", un memoriale in dodici punti alle magistrature senesi e fiorentine, nella speranza di ottenere giustizia. Nel 1746, il Principe di Craon, vicere dopo l'elezione di Prancesco Stefano ad Imperatore, invitò la Consulta di Siena ad informarsi più dettagliatamente del caso dei possedimenti feudali dei duchi Salviati. Il memoriale fu trasmesso ai Conservatori dal Segretario del governo imperiale ed in seguito notificato al Commissario dei Salviati. Dopo diversi mesi di attesa, il Magistrato dei Conservatori faceva presente che il Commissario feudale " non solo non s'è degnato di rispondere, ma ne pure accusarne ricevuta ". Nella memoria ritornano diverse accuse già esposte, specie per quanto concerne l'amministrazione della giustizia ed il mancato rispetto da parte feudale di statuti e consuetudini; il duca Salviati, da Roma dove ormai risiedeva, confutava tutte le accuse e in risposta ad esse dichiarava falso il libello, in cui gli veniva contestato di aver alienato parte delle terre comunali di cui, secondo le disposizioni del contratto di livello, era usufruttuario e non proprietario. Finalmente, solo nel settembre del l746, i Conservatori, considerati i diversi punti della memoria, riconobbero fondate le accuse e il duca Salviati fu invitato a pagare entro quindici giorni il debito contratto con la loro Cassa ed a render conto " della soddisfazione degli obblighi e del rispetto degli statuti, obbligandosi a rifare, a proprie spese, edifizij pubblici del Comune che sono in pessimo stato, sotto pena della caducità ". Prevedendo inoltre che, se, come troppe volte era avvenuto in passato, gli ordini delle magistrature fossero assolutamente disprezzati dai Commissari e dai signori, " non essendo sottoposti di mandarsi il Bargello di Campagna ", la medesima Cassa dei Conservatori avrebbe inviato i propri esecutori nel luogo. Non sembra tuttavia che, anche questa volta, all'apparente fermezza di chi aveva notificato le minacce abbia fatto riscontro un'incisiva azione contro gli abusi commessi: non era difficile per il Duca arrivare a distogliere i magistrati senesi dalle loro ferme decisioni, intervenendo contemporaneamente a Corte, come dimostra la corrispondenza del Salviati in questo momento. Il contrasto comunque non si assopì: nel giugno 1747 i Priori della comunità indirizzarono due lettere al Conte di Richecourt ed essi stessi portarono a Firenze un altro libello, accompagnati, questa volta, da un prete del paese cui era stato concesso di assistere " alle ragioni della comunità, poiché in virtù del suo stato ecclesiastico non può esser attaccato e minacciato dal Duca ". Motivo fondamentale del riacutizzarsi della polemica fra feudatario e comunità era stata la richiesta, inoltrata a Firenze dal Commissario, di esautorare il Consiglio, lasciando così de iure, oltre che de facto, in mano al Duca la elezione a tutte le cariche comunitative. Per avvalorare la richiesta si era cercato di dimostrare, da parte signorile, che " l'universale è favorevole al Duca e vuole attendere le sue sole determinazioni ", senza più rispondere alle magistrature statali. I Priori impugnavano la validità della proposta, oltre che per la costante difesa delle "leggi patrie", cioè degli statuti e consuetudini, perché- affermavano - era stata imposta con minacce e con altri mezzi subdoli agli abitanti " quasi tutta gente povera e idiota, la più parte de' quali si crede non abbia neppur saputo il contenuto di essa ". Il Commissario poi, " consapevole dell'assoluto dominio de' suoi antecessori e da quello forse allettato, primieramente ha messo in discredito i Magistrati di S.M. e, per mezzo de' suoi confidenti, ha fatto spargere la voce che se qua dovranno attendersi gli ordini de' Magistrati, ogni poco ci saranno gli sbirri, non si potrà tener più contrabbandi ed insomma sarà finita quella licenza di vivere sopra divisata ". Sparsa la notizia che il " Foglio " era stato scritto per ordine del duca Salviati stesso, fu facile per il Commissario feudale spaventare gli abitanti con minacce di vendette e punizioni se non lo avessero sottoscritto. Nel fornire ampi dettagli sulle desolate condizioni della loro terra, i Priori non mancavano di sottolineare il ruolo determinante svolto dai . Ministri del feudatario nel ledere i diritti statutari e consuetudinari dei vassalli. Le accuse dei Priori, pur basate, per lo più, sulla costataziohe della miseria delle loro terre, non mancano tuttavia di cogliere in essa riflessi della più ampia e grave crisi politica ed amministrativa in cui era ridotto lo stato toscano dopo due secoli di governo mediceo. Infatti la causa dei disordini e della depressione delle comunità veniva senz'altro attribuita all'impotenza delle magistrature centrali fiorentine e senesi. Fra queste, in particolare, venivano accusati i Quattro Conservatori: senza timore si faceva rilevare come troppo spesso alla ormai secolare inerzia di tali organi si aggiungesse la corruzione e la connivenza fra feudatari e funzionari di magistrature istituite, un tempo, a tutela delle comunità del contado. In una terra dove attività preponderante era il pascolo, i Commissari feudali avevano trovato il modo di arricchirsi proprio sfruttando a loro vantaggio le disposizioni che Io regolavano. Infatti, oltre ad aver spremuto le già scarse risorse dell'Opera, i cui terreni erano stati affittati o addirittura alienati dal Salviati, senza licenza dei Conservatori, ed oltre ad aver sconsideratamente amministrato le entrate dell'Ospedale, " di modo che l'entrate di molti anni sono restate in mano de' rispettivi esattori e si son dati, contro la volontà de' Priori, stabili a linea per mezzo prezzo " Ma i Ministri avevano cercato un modo più sicuro per arricchirsi introducendo nella corte " bestiame forastiero " in misura superiore a quella stabilita dagli statuti locali. Secondo norme ben precise, infatti, chi voleva prendere in affitto o a soccida animali per introdurli nel pascolo, doveva denunziarli prima ai Quattro Conservatori i quali, su informazione dei Priori, dovevano concedere autorizzazione, solo se non ci fosse stato danno per la corte stessa. Gli statuti non proibivano di " dar bestie forastiere a fida ", ma prescrivevano che per queste si pagasse il doppio che per gli animali locali ed obbligavano inoltre i Paschieri a non " fidare " più di 25 bestie a persona, considerato il limitato perimetro della corte. Gli abitanti dei feudi pagavano al duca Salviati, in quanto livellario, l'Annovero, cioè una tassa capitale annua per il pascolo d'erba. Tutte le norme statutarie sul pascolo non furono però rispettate ne dai feudatari ne dai loro Ministri: nella seconda lettera al conte di Richecourt presentata dai Priori alla metà del '700 si asseriva che " ...è diminuito il pascolo de' paesani che ciononostante pagano la tassa capitale al Duca, non senza timore che [gli animali] ne possano perire per mancanza di pascolo e non senza pericolo di restar dannificati le vigne e castagneti ". I Commissari dunque guadagnavano per lo meno il doppio permettendo di pascere nella corte ai bestiami di cittadini senesi o anche di sudditi del limitrofo Stato Pontificio che venivano così a ledere i diritti degli abitanti dei feudi, con il tacito accordo dei magistrati dei Conservatori, mentre nei paesi " si rovinano le famiglie e si mettono a sacco le chiuse ". Gli abitanti delle comunità avevano tentato di stabilire un accordo col Duca: nel 1743, calcolato il ricavato annuo del pascolo, avevano offerto al nobile fiorentino la somma di lire 400 all'anno " purché si fusse contentato di lasciare in libertà de' Comunisti l'ammettere o no il bestiame forastiero ". L'offerta era stata accolta, " ma la grazia durò solo otto giorni, che fu rivocata, si crede, per mance e regali seguiti a' Ministri del Duca, e così restò la Comunità miserabile come prima " .La polemica fra i vassalli, Ministri del duca Salviati e autorità del governo lorenese non si assopì nemmeno nella seconda metà del XVIII secolo. Come dimostra un documento del 1766, steso cioè già diversi anni dopo la Legge sui Feudi del 1749, la pressione signorile sulle zone infeudate non era affatto diminuita, ma anzi aveva trovato nello sfruttamento del pascolo il veicolo più diretto e sicuro di guadagno. Il nuovo governo lorenese aveva emanato, nel luglio 1747, un rescritto in cui si disponeva che spettasse agli abitanti dei feudi, tramite loro periti, stabilire ogni anno la capacità di ricezione dei propri terreni a pascolo, onde evitare l'immissione di bestiami in soprannumero. Nel citato documento inoltrato alla corte lorenese nel 1766 dai vassalli del Salviati, si fa notare che " benché più volte dalla Comunità si sia voluta questa stima, non è stato possibile, essendosi opposto il Ministro; ed intanto il bestiame de' poveri Abitatori o è perito o è stato deteriorato. Per l'esuberante molteplicità del suddetto bestiame forastiero ammesso al pascolo - si aggiunge - le bestie paesane sono costrette a pascolare per dimesticheti e castagneti, unica sussistenza del Paese, i quali cominciano a decadere con pericolo di andare male affatto ". La distruzione delle colture causata da una forzata estensione del pascolo aveva avuto tanto più rapidi e negativi. effetti sulla vita economica dell'intera comunità in quanto aveva coinciso proprio con un anno, il 1766 appunto, di eccezionale scarsità di raccolti in tutto il territorio toscano: nel ribadire la gravità della situazione economica ed alimentare si afferma nel documento che nei feudi " si è ridotta la gente a cibarsi sino di giumenti morti da se ".In quell'anno di carestia i Priori avevano chiesto al Commissario feudale di " conservare le Grasce " e i prodotti dei beni comunitativi, evitando di immetterle sui mercati cittadini, considerata la precaria situazione alimentare nei feudi stessi: al contrario, " queste [le Grasce] erano state mandate fuori con tanto maggior dolore degli Abitatori ".Se le accuse contenute in questo libello presentato nel 1766 possono sembrare (ed in molti punti in effetti lo sono) analoghe alle rimostranze esposte al governo lorenese nel 1746 contro il duca Salviati, si deve tuttavia rilevare una differenza sostanziale fra di esse. Mentre infatti in un primo momento i rappresentanti della comunità infeudata si limitavano ad esporre i mali causati dalla cattiva gestione dei Commissari ed attendevano fiduciosamente un'incisiva azione del nuovo governo e dei suoi organi periferici, in un secondo tempo si precisarono le proposte e le richieste degli abitanti. La " memoria " inoltrata il 9 aprile 1766 si conclude infatti con la precisa richiesta da parte della comunità di " amministrare a proprio conto le rendite nella maniera che fanno le altre Comunità, giacche la decadenza di questo Paese ha avuto il principio e accrescimento dell'aver affittato i Beni al Feudatario ". Anche nei confronti della figura del signore e della sua auctoritas la posizione dei suoi vassalli è profondamente mutata, certamente grazie anche ai primi tentativi di riforme ed alle prime concrete realizzazioni cui era pervenuto il governo lorenese in materia privilegi feudali. Infatti, nei libelli presentati nel 1746 non si poneva affatto in discussione il dominio feudale, ma, accettata la realtà, si criticava aspramente il cattivo operato dei Commissari che, privi di ogni controllo superiore, agivano a tutto danno non solo della comunità, ma anche del signore stesso. Vent'anni più tardi invece, pur non mancando di muovere precise accuse ai Ministri feudali ed alla toro rapacità, si chiedeva apertamente che un'autorità superiore dichiarasse il duca Salviati decaduto dalla linea per la mancata osservanza dei patti livellari e ci si appellava ad un'autorità suprema e diversa, ad un nuovo Stato perché prendesse cura dei Paesi infeudati, " contro la ruberia dei Signori e dei toro Ministri " 3 c. Alla copiosa documentazione sui disordini e sul malgoverno signorile nelle due comunità non corrisponde, purtroppo, una serie continua ed organica di dati che permettano di confermare o modificare l'immagine di abbandono scaturita dai documenti precedentemente analizzati. Lacunosa è infatti la serie di registri di entrate ed uscite delle due comunità giacenti nell'Archivio di Stato di Siena. assai scarse infine le relazioni sullo stato economico dei feudi net '600 conservate nell'Archivio Salviati di Pisa. E' interessante notare, infatti, come alla quasi assoluta assenza di rendiconti sullo stato dei feudi inviati al duca Salviati dai suoi Vicari nel corso della seconda metà del XVII secolo si contrapponga invece una documentazione quasi regolare a partire dalla metà del XVIII secolo, redatta minuziosamente spesso su richiesta del governo. Questa razionalità nell'amministrazione non deve essere tanto considerata come un segno di un cambiamento di " mentalità " nella gestione feudale; ma soprattutto è la conseguenza di una azione più efficace dello stato che vuol conoscere l'effettiva situazione delle comunità infeudate, interrogando e stimolando gli stessi signori e gli organi periferici. La scarsità delle serie dei bilanci e, all'interno di questi, la mancata illustrazione della provenienza delle singole voci sono fattori che condizionano l'utilizzazione di tali fonti, rendendone possibile lo studio solo al fine di cogliere l'andamento generate dell'economia delle zone infeudate in una prospettiva di " lungo periodo ". Da un documento del 1761 , redatto in seguito all'invio, nel giugno del medesimo anno, di una lettera circolare mediante la quale il governo lorenese si preoccupava di conoscere dettagliatamente lo stato dei feudi nel Senese, risalta con evidenza la inequivocabile involuzione dell'economia nei Marchesati della famiglia Salviati. L'aumento della popolazione (nel 1761 nei due feudi vivevano 1491 anime concentrate nel ristretto perimetro della corte) può spiegare - specie se considerato in rapporto con le frequenti annate di scarsi raccolti dei primi decenni del '700 - il crescente bisogno di espandere le colture, soprattutto cerealicole, per far fronte all'accresciuta domanda interna. Invece, alle sempre più pressanti richieste di potenziare l'agricoltura, sebbene in una prospettiva di autoconsumo che avrebbe lasciato inalterati i sistemi di produzione privi o quasi, date le circostanze, di precipui fini di commercializzazione de] prodotto, i duchi Salviati avevano risposto con un costante allargamento del pascolo a danno delle colture. Dai bilanci dei feudi redatti " per decenni ", che coprono l'arco di tempo dal 1710 al 1760, risultano cassate alcune voci perché ormai improduttive (fra queste le più importanti erano il bollo del cuoio ed i lavoratori salariati); uniche fonti di reddito per il Duca restavano pertanto le entrate generali e particolari, il bestiame, l'affitto delle bandite, i proventi di un podere sito fuori il perimetro della corte e compreso fra i beni allodiali del Salviati. Le entrate avevano subito nei tre decenni considerati oscillazioni notevoli fino a ridursi, nell'ultimo periodo, alla " miserabil somma di scudi 37 ", come afferma con malcelato sconforto il Commissario feudale, autore di un commento sullo stato economico dei feudi, accluso ai bilanci stessi. 4 a. La legge del 29 aprile 1749 sulle giurisdizioni feudali n non ebbe conseguenze decisive sull'intricato e complesso sistema di feudi e signorie che costellavano il territorio toscano. Fu, come è stato osservato 781 solo un ridimensionamento degli abusi maggiori e del potere signorile, ormai sfuggito ad ogni controllo dell'apparato statale, dopo due secoli di governo mediceo. Non si può dire, insomma, con Antonio Zobi , che la Legge sui Feudi rappresentò un colpo mortale all'idra feudale, dato che le strutture e le pastoie di privilegi frenarono ancora per molto il cammino della Toscana verso un vero e nuovo sviluppo civile. C'era però una " volontà effettiva di riforma ", manifestatasi fin dalle prime disposizioni del governo lorenese in materia di Fidecommessi e manimorte, volontà di riforma e di rinnovamento profondo che trovò infine la sua " conseguenza necessaria " e la formulazione teorica nel Trattato della Nobiltà di Pompeo Neri e nella legge sulla nobiltà del 1° ottobre 1750. Solo con Pietro Leopoldo, dunque, si può parlare di riforme che colpirono, più direttamente, il sistema feudale, anche se, neppure sotto il giovane sovrano, si arrivò all'abolizione dell'istituto del feudo. Questo, infatti, venne scosso più per riflesso ed in conseguenza di tutta una ampia politica promossa dal sovrano austriaco, tesa a rinnovare i settori chiave dell'apparato statale. In questa direzione un particolare significato ebbe la riforma dell'ordinamento comunale, emanata nel 1774 per il contado e distretto fiorentino e nel 1777 per la provincia superiore di Siena. Con le nuove disposizioni si restituiva alle comunità la facoltà di amministrare le proprie entrate, nella prospettiva di " ... frantumare la soggezione della provincia alla capitale, ristabilire l'equilibrio fra città e campagna, finirla con la molteplicità dei diritti... " B4. Il valore innovatore della riforma nel suo complesso deve però essere ridimensionato alla luce del contrasto che venne a crearsi con le strutture feudali e con i privilegi esistenti, corretti, ma non estirpati dalla precedente legge del 1749. Nei feudi dei Salviati, come in tutti gli altri del Senese, dopo le disposizioni della legge sui feudi ed altre successive che avevano tolto ai signori la giurisdizione nelle cause " di sale, tabacco e sottigliumi ", non restava altro diritto al feudatario che quello di " eleggere il Giusdicente dalle liste degli Approvati del collegio di Balia, la facoltà di cacciare e pescare nel territorio, l'esazione delle pene pecuniarie e la cognizione delle cause criminali che non portano pena afflittiva, le quali si risolvano dall'Auditore del Feudatario, senza partecipazione al Governo di Siena ". L'entrata proveniva dunque solo dall'esazione delle pene pecuniarie e da lire 737 che la comunità elargiva a titolo di canone per il pagamento del giusdicente: la somma complessiva, si faceva rilevare, era a stento sufficiente per il salario del Vicario e per la tassa che ogni anno si doveva sborsare per la festa di S. Giovanni. Dalla Memoria Storica dei Feudi, precedentemente citata, redatta dal Commissario del duca Salviati in occasione della successione nei feudi del cardinale Gregorio, è possibile cogliere le impressioni ed il commento della parte signorile alle conseguenze verificatesi nelle proprietà feudali in seguito all'entrata in vigore della legge del 1777. Passate sinteticamente in rassegna le fasi principali della storia delle due comunità sottoposte alla giurisdizione della nobile famiglia, si fa notare che con la nuova legge " ...le condizioni del Conduttore furono in parte lese ed in parte migliorate ". La tassa di redenzione, veniva a gravare interamente sul feudatario ed era di peso notevole, atteso che i beni comunitativi erano sempre stati esenti da ogni gravezza. Con la liberazione degli abitanti dalle servitù di pascolo pubbliche e comunali, il Duca perdeva i proventi dell'erbatico; così come non percepiva più le quote derivanti dall'affitto dei macelli, forni, osterie ecc. Fra i diritti di cui il feudatario avrebbe ancora goduto, si annovera la " liberazione dall'obbligo di permettere ai Comunisti il Gius di far legna senza pagamento nei boschi comunitativi compresi nel livello...; la piena libertà di pattuire le quote dei terratici, con quelli che vogliono seminare nei terreni della Comunità; la libertà di pattuire i prezzi delle fide dei bestiami in quella maniera che più gli fosse piaciuta, senza attendere ai prezzi stabiliti dagli Statuti de] luogo ". Tutti questi "prodotti" rendevano al netto 400 scudi annui. Non sembra di poter notare nelle parole del Vicario del Salviati lo scontento di chi aveva visto gli interessi ed i diritti drasticamente ridotti dalle disposizioni leopoldine. La cifra indicata come rendita feudale annua netta è quasi triplicata rispetto ai 157 scudi annui di rendita netta calcolati in media fra il 1710 ed il 1760. È necessario dunque, alla luce di questo esempio, riconsiderare il valore della legge sulle amministrazioni. Essa, in sostanza, non riusciva ancora a dare una scossa decisiva ai diritti signorili la cui esistenza, al contrario, veniva così riconosciuta e regolata. Elemento positivo e rispondente alle istanze ripetutamente manifestate dai rappresentanti della comunità nei momenti di più acuta tensione con il signore era il ritorno dell'amministrazione delle entrate alla comunità. Essa avrebbe provveduto a tale compito mediante i suoi rappresentanti, eletti ora fra i possidenti, dopo la soppressione delle antiche magistrature comunali. Fattore positivo, sì, ma che rischiava - come in realtà avvenne - di non apportare nessuna conseguenza decisiva sul piano economico poiché i settori in cui si esplicavano le principali attività di un piccolo centro ad economia agricolo-pastorale rimanevano vincolati dai privilegi feudali. 4 b. Uno studio completo dei bilanci patrimoniali di una famiglia nobile, che aveva fatto parte dell'aristocrazia mercantile e finanziaria, permetterebbe senza dubbio di seguire dall'interno le trasformazioni economiche e sociali da essa subite nel corso dei secoli. I limiti imposti alla presente ricerca, ma soprattutto la mancanza di dati omogenei e continui sul patrimonio per tutto il periodo considerato, hanno indotto a valutare la serie completa dei bilanci dal 1759 al 1781 al fine, più modesto, di comprendere il ruolo avuto dai possedimenti feudali nel complessivo patrimonio del ramo fiorentino della famiglia Salviati. Tuttavia, dall'esame degli elementi disponibili, si delinea in termini ben precisi quale fosse, nella seconda metà del Settecento, il punto di arrivo di quel mutamento sociale iniziato all'indomani della caduta della repubblica fiorentina. Dal ritiro dai commerci e dai banchi all'acquisto di terre e feudi in Toscana e nello Stato Pontificio, alla riorganizzazione, infine, sia del patrimonio vincolato da fedecommesso che dei beni della primogenitura, in funzione dell'investimento di capitali per un diverso sfruttamento delle terre più ricche e produttive: queste, in sintesi, le tracce fondamentali di un processo svoltosi nell'arco di quasi tre secoli, nel quadro delle situazioni politiche più diverse che videro i membri della famiglia passare da difensori delle " libertà " degli ottimati contro il Principe, a spettatori distaccati di una vita che si svolgeva ormai fuori e talvolta contro di loro. I redditi, negli anni qui considerati, provengono per la quasi totalità dai beni immobili, per lo più acquistati, come si è visto, nei momenti di crisi o di stasi dei traffici nel '400 e nel '500. Le entrate da luoghi di monte, cambi e censi appaiono ormai .del tutto trascurabili: inoltre si nota una ben chiara tendenza a liquidare definitivamente le poche residue attività finanziarie in cui i Salviati avevano ancora impegnati alcuni capitali. Per esempio, nel bilancio del 1762-63, si trova, fra le voci dell'entrata, il ricavato della vendita di una " torre " di dieci stanze in Firenze (scudi 1194.6), somma destinata ad estinguere una attività di cambio di cui i Salviati erano compartecipi insieme ai Gerini. Nel bilancio del medesimo anno figurano, sempre fra le entrate, anche 259.3 scudi ricavati da un fondaco di lana in Firenze, del quale i Salviati erano comproprietari con i Serristori. Tale voce però non è più calcolata né fra le entrate né fra le uscite negli anni successivi. Nel 1769 si annoverano fra gli introiti anche i 14 scudi, frutto di 4000 lire tornesi per un fondaco di pellami a Parigi; successivamente la somma si riduce a 10 scudi annui. Scarsi, se considerati in rapporto con l'ammontare complessivo delle entrate, sono anche i proventi di fitti e pigioni (circa 500 scudi all'anno, salvo ascendere ad una punta massima di 746 scudi nel l768 - 69). Il valore di queste cifre apparirà più chiaro se posto in relazione con altri introiti quali, per esempio, la carica di Gran Ciambellano che aveva reso il primo anno (1768) scudi 1767.3.17 e negli anni successivi la somma fissa di scudi 800. La preferenza accordata, ormai da più di un secolo, ai redditi più consistenti e più sicuri, come quelli derivanti dalle cariche onorifiche, testimonia come, alla metà del XVIII secolo, la famiglia Salviati si fosse perfettamente inserita nel tipo di vita condotto dalla maggior parte delle famiglie della medesima classe in Firenze, città in cui " ... la nobiltà è estremamente ignorante, non studiando ne applicandosi punto, unicamente occupata nell'ozio, senza coltura ne istruzione e generalmente con poco o punto onore... portata ad esser prepotente verso il popolo e le altre classi e ceti delle città subalterne, disprezzando e trattando tutti di alto in basso, pretendendo di non pagare i manufattori, di maltrattare la gente di servizio e di fare a chiunque qualunque prepotenza... " " . L'aumento delle spese " superflue ", quale risulta all'esame delle voci dei bilanci, si spiega nel quadro delle mutate esigenze di chi cercava di mantenere un elevato tenore di vita, in gara con le altre casate nobiliari residenti negli aviti palazzi cittadini o nelle ville suburbane, circondati sempre da un'imponente schiera di servitù e da una piccola corte, modellata sull'esempio di quella principesca. Anche per la casa Salviati aumentarono le spese di caccia, per cui si impiegarono in media 500 scudi all'anno, anche se tale voce subì una drastica riduzione negli ultimi anni, fino a scendere a scudi 13 nel 1781; la somma destinata alla " scuderia " salì dalla già alta cifra di 928.2 scudi spesi nel 1759 a 2928.6 scudi del 1781; stesso aumento si registra nelle spese di vitto, pari a scudi 951 nel 1759, mentre nel 1781 ammontavano a scudi 2489.2. Una crescita costante caratterizza le somme destinate alle livree : dai 44 scudi del primo anno arrivarono a 540 nel 1781. Si spendevano inoltre circa 4500 scudi all'anno per il mantenimento delle cappelle nelle ville, per far celebrare messe, per elargire elemosine ed offerte. Per una nobiltà esclusa da più di due secoli da un'attiva partecipazione al governo e che poco a poco aveva rinunziato ad ogni attività che comportasse rischio ed insicurezza, il lusso e la vita di corte sembravano esser diventate le vie più sicure per valorizzare la propria posizione sociale ed accrescere il prestigio. Si era ipotizzato, all'inizio della presente ricerca, che fra i motivi principali che spinsero le famiglie patrizie fiorentine ad acquistare feudi, fra XVI e XVII secolo, ci fosse stata soprattutto l'ambizione degli esponenti di quelle casate di fregiarsi di titoli e godere di privilegi, ambizione favorita e stimolata senz'altro dalla volontà del principe di fare del patriziato una nobiltà legata alla corte e, di conseguenza; più facilmente controllabile sul piano politico. Una conferma a questa ipotesi sembra venire proprio dal considerare il valore che i possedimenti feudali ebbero nel complessivo patrimonio dei Salviati. La posizione marginale avuta dai feudi toscani nell'economia familiare risulta con evidenza dall'osservare il rapporto fra le entrate dei marchesati ed il totale delle entrate; ancora più netto appare lo squilibrio esistente fra le entrate feudali e quelle delle " Fattorie di Toscana", cioè della parte più solida del patrimonio potenziata, dopo la metà del XVIII secolo, da un costante investimento di capitali. Scarso valore economico, dunque, quello delle proprietà godute a titolo feudale dai Salviati i quali, tuttavia, non pensarono mai a rinunziare ad esse, nemmeno nei momenti in cui, sia per la rendita divenuta sempre più scarsa e precaria, sia per le frequenti liti con i rappresentanti delle comunità, la gestione di quelle terre poteva rappresentare solo un peso per la famiglia. Ma il possesso di feudi ed il relativo titolo aveva per la nobiltà un valore più profondo e non certo identificabile col semplice vantaggio economico derivante da]la rendita feudale. I feudi non rappresentarono mai un terreno adatto ad investimenti di capitali e non vennero considerati in una prospettiva " capitalistica " neppure nel Settecento, in un momento di espansione economica e demografica e di rialzo dei prezzi dei prodotti agricoli. Numerosi dati, infatti, confermano che, anche nel XVIII secolo, nelle terre affidate ad esponenti di nobili famiglie si continuò a praticare un tipo di agricoltura promiscua, diretta a soddisfare precipuamente le richieste del mercato locale e del fabbisogno interno, mentre nella maggior parte della superficie infeudata si intensificò lo sfruttamento del pascolo. La concentrazione di capitali per migliorare e potenziare lo sviluppo delle fattorie e delle zone più vicine ai mercati cittadini e la conseguente esclusione dei feudi dal rinnovamento economico iniziatosi sotto la spinta delle riforme, è testimoniato inoltre, nei bilanci qui considerati, dalle cifre spese per " migliorie ed acconcimi ". Fra il 1759 ed il 1761 furono destinati alle fattorie toscane scudi 1030.3; nel 1778 la cifra era salita a scudi 3913.4.13.8: non risulta però che parte almeno delle somme spese per incentivare la produttività del patrimonio fondiario sia stata investita nelle terre infeudate. L'aggravarsi delle condizioni economiche ed amministrative nelle comunità affidate, da più di due secoli, alla gestione feudale non fu dunque dovuto all'introduzione di sistemi di produzione " capitalistici " o alla mercantilizzazione del feudo stesso, come avvenne nell'Italia meridionale. Invece, proprio l'assenza nella nobiltà di precisi intenti di fare dei feudi, acquistati per motivi di prestigio e di onore, il pernio della proprietà fondiaria, relegò le già depresse comunità ai margini dello sviluppo economico e sociale avviato con le riforme leopoldine e destinato a dare i suoi frutti nel periodo del governo francese.
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