
Feudi e nobiltà: I possessi feudali dei Salviati nel Senese (Secoli XVII -
XVIII)
Un esame dei modi in cui furono gestite le comunità toscane infeudate fra
'500 e '600, ad esponenti dell'aristocrazia cittadina deve essere senz'altro
inserito sia nella problematica del processo di aristocratizzazione e di trasformazione
del patriziato in nobiltà di corte - quale si verificò in Toscana, come in
altri stati italiani a partire dalla seconda metà del XVI secolo -, sia nel
quadro dei rapporti determinatisi nel corso dei secoli fra signori, comunità
locali e governo mediceo, sempre più debole ed incapace di fronteggiare e
contenere la crescente potenza di corpi estranei precedentemente creati dagli
stessi principi. E' sembrato opportuno così presentare l'esempio dei Salviati:
la famiglia ha infatti, nel '400 e '500, tutte le caratteristiche per essere
annoverata fra le più importanti del patriziato fiorentino, ma, dalla metà
del XVI secolo, anch'essa iniziò una graduale trasformazione che la portò
ad essere una delle tante casate gravitanti intorno alla corte medicea. Si
tratta perciò di comprendere perché anche i Salviati, che avevano costituito
la propria potenza economica soprattutto su attività finanziarie e commerciali,
abbiano mutato sia le direzioni degli investimenti sia, più profondamente,
il proprio modus vivendi. A partire dalla metà del '500 (ma sarebbe più preciso
dire "a partire dal 1532", proprio per sottolineare come la componente politica
sia stata determinante) e soprattutto nel secolo successivo, la mercatura
ed il cambio non furono più considerate dai Salviati fra le attività su cui
concentrare gli investimenti. Anche i discendenti di Averardo, Jacopo, Piero
e di altri che, fra '400 e '500, avevano creato e consolidato la ricchezza
della casa, trovarono nella rendita fondiaria, nelle cariche diplomatiche
e di corte introiti più consistenti e sicuri che permisero loro di far fronte
alle ingenti spese per mantenere il lussuoso tenore di vita. Il mutamento
avvenuto in seno a questa famiglia patrizia appare tanto più significativo
se posto in relazione con le travagliate e complesse vicende politiche fiorentine,
in cui si trovarono direttamente coinvolti i principali esponenti della casa.
I Salviati avevano rappresentato, nella società fiorentina rinascimentale,
il tipo di famiglia in cui si fondevano armoniosamente ricchezza economica,
potenza politica e prestigio sociale, qualità che non rimasero mai circoscritte
entro l'ambito delle mura cittadine. Nella complessa realtà politica fiorentina
della prima metà del Cinquecento i Salviati furono il punto di convergenza,
di verifica e spesso di mediazione delle contrastanti tendenze sviluppatesi
in seno agli aristocratici. Dopo il ritorno dei Medici in Firenze, fra il
1512 ed il 1527, i "grandi" si trovarono infatti combattuti e divisi fra l'odio
contro il governo popolare repubblicano ed il timore che la concentrazione
del potere nelle mani di una sola famiglia allontanasse definitivamente l'aristocrazia
dalla guida dello stato. Fu allora che attorno ai principali esponenti della
famiglia Salviati, ma soprattutto attorno a Jacopo, si radunarono i rappresentanti
delle grandi casate fiorentine, coloro cioè che "se bene favorivano i Medici
né gli arebbano per capi e superiori ricusati, ma non però gli volevano come
principi e padroni [e] desideravano che il governo s'aprisse alquanto e s'allargasse...".
Jacopo, il genero di Lorenzo de' Medici, l'aristocratico liberale a che nutriva
sentimenti filofrancesi il "più riputato" m dagli ottimati stessi, sostenne
ad oltranza la necessità di un ritorno al tradizionale modo di governare dei
Medici e manifestò poi sempre più chiaramente, nel corso degli eventi successivi,
un'opposizione politica decisa all'ormai irreversibile processo che portò
all'affermazione del principato. Non subito, data anche la forte posizione
economica della famiglia, si stabili quel legame di "necessaria dipendenza"
che caratterizzò i rapporti fra il principe e la maggior parte delle famiglie
patrizie cittadine. Fra gli stessi Salviati, infatti, solo Averardo si mostrò
subito fautore del nuovo regime, grazie anche ai suoi più stretti vincoli
con i Medici rafforzati da interessi finanziari; ma proprio tramite la "disponibilità"
di Averardo, che continuò a commerciare con successo in lettere di cambio,
si iniziò anche per gli altri un avvicinamento alla corte ed al principe.
Si tratta di vedere, alla luce di queste premesse, quali furono i motivi che
spinsero esponenti di famiglie di consolidata ed ancor viva tradizione mercantile
ad acquistare feudi dalla Camera Ducale. L'ipotesi è che, per Salviati - ma
anche per la maggioranza di coloro che inoltrarono richiesta di ottenere feudi
- ci sia stata soprattutto l'ambizione di fregiarsi di titoli nobiliari per
rafforzare, anche con essi, la posizione ed il prestigio della casata e dei
suoi membri, specie di quelli che svolgevano missioni diplomatiche o vivevano
a corte. Motivi di onore e prestigio, segni inconfutabili dei mutati interessi
ed ambizioni di famiglie escluse ormai da molto tempo da un'attiva partecipazione
alla guida dello stato dovrebbero esser stati senz'altro prevalenti sulle
motivazioni economiche. E un fatto che le terre infeudate erano povere e,
per quanto è stato possibile rilevare per i Salviati, quando furono acquistati
i feudi si era già formato il nucleo più cospicuo di proprietà fondiaria che
divenne la principale fonte di ricchezza nel '700, grazie all'investimento
di capitali e ad una serie di migliorie agrarie. Se soprattutto l'ambizione
di fregiarsi di titoli spinse l'aristocrazia ad acquistare feudi, le conseguenze
della gestione nobiliare sulle già precarie condizioni dell'economia locale
furono sempre e decisamente negative. L'aggravarsi della depressione, la ripresa
e l'inasprimento di usi e privilegi di chiaro tono feudale, l'isolamento delle
comunità rette da signori dal generale miglioramento dell'economia agricola
nella seconda metà del Settecento, proprio per la permanenza o per il retaggio
di privilegi signorili, possono senz'altro essere indicati come le componenti
essenziali del fenomeno di "rifeudalizzazione" avvenuto in Toscana fra la
fine del XVI secolo e l'estinzione della dinastia medicea. Per meglio comprendere
il ruolo che i feudi senesi ebbero nel complessivo patrimonio familiare dei
Salviati, è necessario considerare brevemente la posizione economica della
famiglia, quale si era venuta formando dalla seconda metà del Quattrocento.
All'inizio del secolo XV, infatti, i Salviati non avevano ancora costituito
una solida e consistente ricchezza. Il giro di attività era piuttosto limitato
ed aveva i suoi centri principali a Firenze e a Pisa. Essi iniziarono dopo
il 1445 ad allargare il volume dei traffici, aprendo luoghi di cambio e piazze
di vendita soprattutto di pannilani e seta, fuori d'Italia in particolare
a Londra, Bruges e Lione. In quest'ultimo centro si svolse, durante la prima
metà del '500, la fervida attività commerciale e finanziaria di Jacopo, Piero
ed Averardo, incoraggiata e protetta anche dal rafforzato legame fra gli agenti
fiorentini e la corona francese. Dopo la rapida ascesa economica che aveva
collocato in breve tempo i Salviati al terzo posto fra i maggiori contribuenti
fiorentini, sopraggiunsero, nella seconda metà del XV secolo, notevoli difficoltà
soprattutto per le piazze di Bruges e Anversa. Nonostante un cospicuo aiuto
finanziario prontamente apprestato dai Medici, secondo una ben precisa politica
da essi perseguita in quel momento ", sembra che i Salviati si siano dovuti
ritirare da molte città europee in cui avevano impiantato le loro attività
commerciali. E interessante notare come, già del '400, in corrispondenza dei
periodi in cui meno sicuri si presentavano i traffici e gli affari. si andasse
formando la parte più cospicua del patrimonio fondiario. Fra le terre elencate
nelle carte del XVIII secolo, sotto la denominazione di "patrimonio di Toscana"
le più estese e le più produttive furono acquistate fra il 1445 ed il 1500.
Questa precisazione appare necessaria al fine di riconfermare, ancora una
volta, come una tendenza più spiccata all'investimento fondiario da parte
di famiglie impegnate in attività mercantili e finanziarie si sia manifestata
e consolidata già molto prima del così detto "ritorno alla terra" dei secoli
XVI e XVII. Per quanto concerne poi la presente ricerca, si deve tener conto
della già avvenuta formazione di una solida base di proprietà terriera, priva
di vincoli feudali, per accertare il valore delle entrate provenienti dai
feudi acquistati nel '600. I legami mantenuti con i mercati esteri, dopo le
difficoltà incontrate in un momento che aveva visto la chiusura ed il fallimento
dei maggiori banchi fiorentini, permisero ai Salviati di affermare in modo
definitivo la propria potenza economica cui corrispose, nella prima metà del
Cinquecento, il periodo di maggior splendore e prestigio politico. Nella seconda
metà del XVI secolo rallentarono le attività finanziarie della famiglia che
tuttavia riuscì a mantenere il dominio, quasi incontrastato, soprattutto di
Lione, ma anche di Anversa. L'attività dei fiorentini nella città francese
cessò infatti alla fine del '500. il Banco di Pisa chiuse nei primi decenni
del secolo successivo. Nella seconda metà del Seicento, di tutto il volume
di affari precedente, rimaneva ai Salviati solo il Banco di Firenze che cessò
ogni attività alla fine del secolo. Anche il ramo fiorentino della famiglia,
sebbene rimasto per ancora molto tempo più attivo . rispetto a quello di Roma
(i due rami si erano divisi nel 1540), che aveva assunto una fisionomia più
precocemente cortigiana e parassita, dato il più stretto vincolo con la corte
papale, anche il ramo fiorentino dunque iniziò in coincidenza con la perdita
della libertà repubblicana una lenta, ma irreversibile trasformazione. Una
conferma dei mutati interessi della famiglia Salviati all'inizio del Seicento
sembra essere la prima richiesta inoltrata alle Reggenti del 1621 da parte
di Vincenzo Salviati, legato granducale presso la Sede Apostolica, di ottenere
la comunità e castello di Montieri in feudo, con tutti i privilegi solitamente
attribuiti in tali casi. Niccolò dell'Antella fu incaricato di redigere una
dettagliata relazione per accertare l'origine e l'ammontare complessivo delle
rendite del luogo da infeudarsi, si da calcolare, in base ad esse, il valore
del titolo che il patrizio fiorentino avrebbe pagato alla Camera Ducale. La
suddetta comunità ed il suo territorio, compresi nella giurisdizione del Capitanato
di Casole, erano stati infeudati una prima volta nel 1609 al nobile romano
Biagio Capizucchi, ma nel 1619 erano ricaduti alla Camera Ducale per estinzione
della linea di successione. La strada che univa Siena a Grosseto attraversava
il nucleo centrale del castello: a ridosso delle due porte si trovavano due
"borghetti" di case, uno dalla parte di Siena, l'altro "con manco d'apparenza",
appena fuori dalla porta, sulla strada verso la Maremma. La comunità era retta
dallo statuto locale, la cui ultima redazione risaliva al 1500. Ad. essa,
tuttavia, erano state apportate successivamente numerose aggiunte e correzioni
dagli organi senesi competenti (i Regolatori Statutari), allo scopo di conciliare
le norme comunitative con le leggi generali emanate dalla capitale per tutto
lo stato granducale. Lo statuto prevedeva un Consiglio Maggiore che, composto
a ragione di un uomo per casa delle famiglie originarie del luogo o da quelle
che vi avessero abitato per almeno venti anni, eleggeva i Priori ed il Camerlengo;
i primi duravano in carica sei mesi, il secondo un anno. I Priori percepivano
un salario di lire 9, avevano l'obbligo di accettare la carica, cui erano
stati eletti ed il loro compito consisteva, soprattutto, "nell'haver occhio
alla quiete et allo stato pacifico di detta terra e che li offiziali osservino
gli Statuti", a tal fine, assumeva particolare importanza la, sorveglianza,
da parte dei Priori appunto, sui beni della corte e sul rispetto delle norme
e consuetudini che ne regolavano gli usi. Il Camarlengo era incaricato di
riscuotere ed amministrare le entrate della comunità, ricevere i grani e conservarli
in appositi magazzini pubblici. In seno al Consiglio erano elette altre persone
con specifici compiti: i due Paschieri, cui spettava di contare tutti i bestiami
della corte, obbligati a pagare un certo dazio o Annovero alla comunità (divenne
una funzione assai importante e delicata, soprattutto in seguito, quando i
Ministri feudali cercarono di esautorare e corrompere i Paschieri per trarre
proprio dal pascolo il maggior pro6tto a danno dei locali). Tra le altre cariche
previste dallo statuto c'erano i Sindaci del Malefizio che "cavati dal bossolo
de' Priori... erano obbligati a conoscere tutti i furti, malefizi, tagliamenti
et occupazioni che si fanno in detta corte per riferirli alla Giustizia Criminale
e Civile"; i Correggitori delle Accuse; i Sindaci incaricati di "prezzare"
le merci da mettere in vendita; il Consiglio Minore, composto da 12 membri,
eletto dal Consiglio Maggiore per scrutinio, doveva infine deliberare "sopra
i negozij della Comunità di poco rilievo ", gli altri essendo di competenza
del Consiglio Maggiore. Per il corretto e sollecito funzionamento di tutte
le attività di interesse comune, Io statuto disponeva che i rappresentanti
"l'universale " provvedessero ad eleggere i cosiddetti "salariati ", come
il medico, il maestro e il predicatore, che svolgessero le loro funzioni in
quel luogo, dietro retribuzione da parte della comunità stessa. Le entrate
di un comune rurale, specie se come Montieri posto quasi al confine con la
Maremma senese, erano assai scarse. Esse derivavano per lo più dall'affitto
di pochi beni immobili, dall'allivellamento di alcuni poderi, dalla riscossione
di fide, terratici e da altri usi civici. I forni, macelli, osterie si trovavano
anch'essi in fondi comunità ed erano venduti, con licenza dei Quattro Conservatori
"a lume di candela al più offerente ". La riscossione di tutti i proventi
spettava al Camerlengo, il quale doveva poi render conto della gestione prima
ai rappresentanti locali, poi a Siena di fronte ai Conservatori. La situazione
economica e la vita amministrativa della comunità non appaiono prospere fin
dalla seconda metà del '500, come risulta dalla relazione della visita dell'Auditore
Francesco Rasi compiuta nel 1572-73 ai quattro Capitanati della Maremma (Sovana,
Massa, Grosseto, Casole). In essa vengono forniti dati molto importanti per
una valutazione complessiva dell'economia e dell'amministrazione delle comunità
e del territorio più depresso dello Stato Nuovo. La relazione, infatti, redatta
sulla base di un formulario presentato ai rappresentanti " dell'universale
" e da essi compilato, contiene anche una serie di proposte dei magistrati
locali tese ad ovviare alle più gravi ed evidenti carenze che condizionavano
fortemente Io sviluppo delle loro terre. I Priori di Montieri avevano condannato
fermamente, in questa circostanza, l'operato dei Capitani di Giustizia, dei
Podestà ed altri ufficiali succedutisi nel luogo, accusandoli di non aver
adempiuto ai propri doveri e di "haver preso per gl'Atti o altrimenti sempre
più di quello che si contiene nella Tariffa et Ordini e [per] non haver osservati
gli Statuti loro ". La mancata assegnazione del danno dato aveva portato più
volte il Podestà ad arrogarsene egli stesso la riscossione, con i conseguenti,
inevitabili abusi ed ingiustizie a danno dei locali. Risulta evidente, insomma,
anche in questa relazione eseguita sotto il primo granduca, la gravità del
problema contro cui stava lottando il governo mediceo di recente formato:
la mancanza, cioè, di un personale burocratico, tecnicamente preparato e ben
retribuito, cui affidare l'amministrazione della giustizia nelle Comunità
dei due stati, specie in quelle zone isolate e malsane dove, spesso, era disposto
ad andare solo chi, approfittando dello scarso controllo degli organi centrali,
non avrebbe avuto alcuno scrupolo ad arrotondare i magri stipendi con abusi
di potere a danno degli abitanti. Nel 1621, secondo la relazione di Niccolò
dell'Antella, la corte di Montieri, con i due borghetti, contava 172 fuochi,
mentre gli abitanti sarebbero stati complessivamente circa 600. Si trattava
di un luogo abbastanza popolato, considerato che la terra era quasi tutta
"sodiva e boschiva per esser luogo montuoso et aspro ", tanto che lo stesso
relatore la definisce più adatta per i bestiami che per i coltivatori. Dopo
che le miniere d'argento, ampiamente sfruttate nel medio evo, erano state
abbandonate, attività prevalente, già nella seconda metà del '500, era rimasta
l'allevamento del bestiame, nonostante gli abitanti lo avessero "quasi tutto
in soccia da altri et poca quantità si dice quella che sia lor propria ".
Nel perimetro complessivo di circa 10 miglia si trovavano 6 bandite, il cui
uso era regolato da precise norme statutarie, oltre che da inveterate consuetudini.
Esse erano: la Bandita del Poggio, dove il pascolo era riservato alle sole
bestie domestiche; la Bandita dei Crani, ordinata a terzeria (divisa in tre
terzi, ognuno dei quali suddiviso in 10 prese in cui ogni alino si seminava
secondo rotazione, ed il bestiame vi poteva entrare solo dopo il raccolto);
la Bandita di Jandia: da novembre a carnevale vi potevano accedere i bestiami
del compratore e dei suoi fidati, mentre per il resto dell'anno era pascolo
"universale " per gli animali degli abitanti; il Ruspo dei Castagneti, di
solito dalla comunità a favore di Luoghi Pii; i Confini, luoghi più "domestici
" della corte; infine, si designava col nome di "pascolo universale " tutto
il terreno restante, eccetto le citate riserve. Coltura prevalente era il
grano, seminato sulle terre a bandi, i cui terratici erano di solito "in ragione
di staia duo per In base ai dati forniti da Niccolò dell'Antella, confermati
poi anche relazione Gherardini del 1616, si evince che il grano raccolto corte
di Montieri non fosse sufficiente al fabbisogno degli abitanti. Il titolo
feudale fu valutato 3000 scudi, cui si dovevano aggiungere 4230 scudi calcolati
sulla base delle entrate e dei pagamenti della comunità, in ragione del 2½
%. Il neofeudatario chiese di pagare il prezzo del titolo, che era stato arrotondato
a 7000 scudi, con dilazioni, dando cioè 1000 scudi al momento dell'investitura,
altri 1000 l'anno successivo e lasciandosi così da pagare una quota unica
di 5000 scudi fino al saldo della cifra iniziale. Da questo breve esame della
situazione economica prima dell'infeudazione, si può immediatamente notare
lo stato di povertà e di ristagno in cui la comunità si trovava già dalla
metà del XVI secolo. Nelle relazioni ufficiali si attribuiva la causa di mali
gravi ed evidenti alla discontinuità che aveva caratterizzato la prima gestione
feudale della nobile famiglia romana dei Capizucchi, oppure i motivi della
decadenza si individuavano nel cattivo operato di funzionari ed amministratori.
Ma la situazione precaria aveva le sue radici anche nella più generale depressione
economica che aveva coinvolto la provincia inferiore del Senese dopo la fine
della Repubblica. Dinanzi dunque a tali limiti oggettivi, quali potevano essere
le vie e le possibilità di intervento di chi aveva acquistato il feudo? Nel
diploma di investitura a favore di Giovan Vincenzo Salviati la terra di Montieri
veniva eretta "in feudum nobile et ligium... per rectam lineam masculinam
et primo ordine primogeniturae ". AI momento dell'infeudazione, la comunità
ed il territorio furono separati dal Capitanato di Casole e dalla Podesteria
di Chiusdino da cui dipendevano per l'amministrazione della giustizia civile
e criminale: in futuro, infatti, sarebbe stato compito del signore provvedervi
mediante un ufficiale da lui eletto e retribuito. Il Marchesato fu concesso
"cum toto eius territorio et cum mero et mixto imperio, gladii potestate et
omnimoda iurisditione et cognitione causarum civilium, criminalium et mixtarum,
earundem causarum primis appellationibus, poenis, multis et confiscationibus...
" infeudata la terra "cum hominibus et vaxallis ", il signore avrebbe esercitato
su di essa la giurisdizione civile, criminale e mista, il "mixtum imperium
" cioè, con il quale si intendeva la competenza nelle cause penali, la cui
pena non fosse superiore ad una cifra stabilita o che comportasse "fustigazione,
ma senza infamia o almeno non implicassero spargimento di sangue o altra pena
corporale ". Dalla giurisdizione feudale erano esclusi i cittadini senesi
e fiorentini che abitassero o possedessero beni nelle località infeudate.
La gtadii potestas, attribuita ai signori nel secolo XVI e nella prima metà
del successivo quasi sempre "sine ulla condicione ", subì notevoli limitazioni
negli ultimi anni del Seicento a causa degli interventi statali contro gli
abusi feudali nel campo dell'amministrazione della giustizia. Il principe
si riservava sempre il "supremum et dircctum dominium " sul feudo e la sua
superiorità veniva formalmente sancita dal giuramento di fedeltà che ogni
anno comunità e signori di tutta la Toscana prestavano al principe per la
festa di S. Giovanni. Pur essendo espressamente richiesto in ogni investitura
l'omaggio formale al sovrano, accompagnato dall'offerta di una tazza d'argento,
tale prassi fu poco a poco disertata da un gran numero di feudatari. Nel privilegio
ufficiale con cui Vincenzo Salviati divenne Marchese di Montieri si imponeva
al nuovo signore, fra l'altro, il rispetto di tutte le norme statutarie e
consuetudinarie del luogo, insieme al divieto di imporre nuove gravezze e
servizi gratuiti ai sudditi. Nel citato diploma si sanciva esplicitamente
la separazione fra entrate comunali ed entrate feudali, provenienti, quest'ultime,
al signore dall'esercizio della giurisdizione nei limiti concessi, dall'esazione
di tasse, gabelle (gabella del " piè tondo " e gabella dei contratti) 4" e
da ogni altro diritto esplicitamente previsto nell'investitura. Solo successivamente,
infatti, molti signori, fra i quali anche il Salviati, si accollarono con
un contratto distinto l'amministrazione delle entrate della comunità rimaste
fino a quel momento sotto il controllo delle magistrature locali e dei Quattro
Conservatori "tamquam si infeudatio facta non foret". I feudatari non avrebbero
potuto accogliere e proteggere nelle loro terre banditi e fuorusciti del Granducato
e di altri stati italiani. Riservata al principe era l'obbedienza militare
dei soldati che si trovavano in una terra infeudata: al granduca spettava
la designazione degli ufficiali, mentre " ... quanto alla giurisdizione e
agli emolumenti per detti soldati si aspetterà al feudatario, senza comunicazione
coll'Auditore delle Bande, salvo casi di tortura ". Nel diploma esaminato
si precisano infine altri privilegi a favore del nobile fiorentino. Egli non
avrebbe pagato le gabelle dei contratti e le sue bestie sarebbero state escluse
dal prestar servizi di pubblica utilità. Quanto agli abitanti, infine, si
aggiungeva che essi dovevano esser liberi di viaggiare, comunicare, vendere
e comperare, essendo sottoposti solo alle leggi del territorio senese, come
se mai fosse avvenuta l'infeudazione delle loro terre. Vincenzo Salviati non
abbandonò, dopo il 162l, la sua brillante carriera diplomatica per dedicarsi
all' amministrazione della giustizia e al miglioramento economico della terra
di Montieri e questa prassi fu seguita da tutti i suoi successori nei feudi
senesi. Come molti altri nobili fiorentini che avevano acquistato feudi dalla
Camera Ducale, anch'egli delegò ad un Commissario l'esazione delle entrate
feudali e l'amministrazione della giustizia. Sulla figura del Commissario
o Ministro feudale è necessario premettere alcune considerazioni per comprendere
il ruolo da essi svolto nel progressivo deteriorarsi delle generali condizioni
delle comunità infeudate fra XVI e XVII secolo. La maggior parte di questi
Ministri non era retribuita con un salario fisso, sebbene per il signore,
che lo aveva scelto " per meriti e portamento ", vigesse esplicitamente l'obbligo
di rispettare la Tariffa Generale stabilita dai Tribunali di Firenze e di
Siena per le retribuzioni. Proprio l'incerto compenso di questi agenti feudali,
testimoniato del resto quasi per tutti i feudi del Senese, e la conseguente
necessità di integrare per altre vie gli scarsi guadagni, permettono di individuare
il meccanismo con cui venivano taglieggiati i vassalli che avevano a che fare
col tribunale signorile. La maggior parte dei nobili pretendeva infatti di
retribuire il giusdicente con proporzionale ai proventi ottenuti con le condanne
e le confische inferte agli abitanti del feudo. Il Commissario di Montieri
che, dal 1637, doveva esercitare le sue funzioni anche a Boccheggiano, comunità
limitrofa alla prima ed acquistata proprio in quell'anno a titolo feudale
dal Salviati, percepiva dal nobile fiorentino scudi 37 annui, " oltre agli
utili del banco che son tutti suoi ". La necessità di retribuire con un salario
sicuro e sufficiente i Ministri feudali era stata ribadita più volte, nel
corso del XVII secolo, dai rappresentanti di molte comunità del Senese ogni
volta che avevano fatto rimostranze al collegio dei Quattro Conservatori.
A del Marchesato di Montieri, per esempio, essi avevano osservato che era
" sommamente importante che il Commissario del Feudo conseguisca un decoroso
e sufficiente salario che possa liberarlo dal pensiero e stimolo, purtroppo
comune e tutt'altro che biasimevole, di aggravare indoverosamente la povera
gente ad esso sottoposta ". Difficilmente rispettati erano anche i termini
stabiliti per la durata in carica dei medesimi Commissari', come pure quasi
sempre veniva eluso l'obbligo di render conto ai Conservatori ogni quattro
anni. Dinanzi alle frequenti proteste dei rappresentanti le comunità infeudate
contro il cattivo operato dei Ministri, i magistrati senesi adducevano a discolpa
della loro passività la mancanza di dettagliati rendiconti periodici che impediva
di conoscere l'effettiva situazione delle terre sottoposte al potere signorile.
Esistevano, in teoria, norme ben precise che autorizzavano i Conservatori
ad inviare gli " Esecutori di Campagna " per ridurre all'obbedienza i Commissari
feudali, ma non appare mai che da Siena ci si sia serviti di simile facoltà.
La violazione delle norme statutarie e delle consuetudini locali si concretizzò,
talvolta, persino nella aperta soppressione di alcune magistrature della comunità.
Fu, ad esempio, il caso di Montieri, nel cui statuto si prevedeva che il Consiglio
dovesse eleggere i " Correggitori delle accuse ": dopo il 1621, però, questi
" uffiziali " non venivano più scelti. Da parte nobiliare si obiettava che
la prassi di eleggere i " Correggitori " non era più in viridi observantia,
ma soprattutto, pareva " cosa impropria che persone rozze et inesperte imponghino
legge al Jusdicente ". La comunità difendeva le norme statutarie, pretendendone
il rispetto ed affermando in un libello presentato a Firenze poco dopo la
fine del principato medico che " l'effetto ha fatto vedere che, partecipando
delle pene il Commissario d'ordine del Signore, sono stati facili essi nel
condannare le accuse che sono state date, anchora che iniuste, et è convenuto
a questo popolo pagarle per mancanza dei Correggitori delle Accuse e per non
aver avuto comodo appellarsi all'Auditore del feudo, conforme a quanto gli
veniva disposto in simili casi ". Dal nome stesso della magistratura arbitrariamente
soppressa si può comprendere quale importanza essa assumesse in un piccolo
centro isolato, lontano dai tribunali cittadini, e come per gli abitanti fosse
un tribunale di . appello in loco, cui rivolgersi per mitigare le pene inflitte
dai rappresentanti del feudatario. Considerate infatti la lontananza dei tribunali
di Siena e di Firenze, le spese non indifferenti per il viaggio e la perdita
di giornate lavorative, nella maggior parte dei casi gli abitanti dei feudi
rinunziavano a contendere con il loro signore. I limiti imposti dai diplomi
di investitura alla giurisdizione feudale da esercitarsi nei territori acquistati,
se fossero stati scrupolosamente osservati dai beneficiari dei titoli stessi,
non avrebbero permesso alla azione signorile di incidere in modo assolutamente
negativo sulla vita delle comunità. Anzi, secondo quanto contemplato nei privilegi,
lo stato mediceo si voleva garantire, almeno all'inizio, una netta separazione
della sfera del " Gius feudale " dal funzionamento della vita amministrativa,
e soprattutto economica della comunità. Ma, evidentemente, bastarono pochi
anni dopo l'acquisto dei feudi per dimostrare che le entrate baronali si riducevano
a ben poco in centri rurali depressi e poveri, mentre abbastanza cospicue
risultavano le spese cui il signore doveva far rronte per la soddisfazione
delle numerose voci riguardanti l'amministrazione della giustizia nel luogo.
Si doveva cercare dunque di ampliare la giurisdizione signorile in modo da
garantire al feudatario ed ai suoi Ministri interventi " legali " nella vita
economica comunitaria. Se si considera infatti che, nel caso di Montieri,
il Salviati aveva speso 7000 scudi per l'acquisto del titolo e che doveva
corrispondere annualmente al Commissario 245 lire annue, mentre le entrate
baronali ascendevano a soli l 50 scudi all'anno, provenienti dalla Gabella
dei Contratti e del " piè tondo ", si può comprendere come si fosse dimostrata
immediatamente scarsa la rendita feudale, specie se fossero stati rispettati
i limiti imposti dal diploma di investitura. Si può presumere dunque che proprio
nella prospettiva di ampliare la rendita complessiva proveniente dai feudi
nel Senese, i Salviati, come la maggioranza dei detentori di titoli feudali,
abbiano cercato altre " voci " che, a differenza delle entrate baronali, già
rigidamente determinate nei diplomi di investitura, meglio si prestassero
ad interventi ed eventualmente ad abusi da parte del signore e del suo Vicario.
Con questo proposito anche il marchese Salviati chiese al governo fiorentino
di prendere a livello le entrate comunali di Montieri e di Boccheggiano. Il
governo mediceo non si mostrò affatto contrario ad esaudire le sempre più
numerose richieste di affitto di entrate comunitative inoltrate dalla maggior
parte di possessori di feudi, soprattutto nel Senese: si vedeva in queste
ulteriori concessioni a potenti e ricchi sudditi un mezzo efficace per alleggerire
le spese di amministrazione delle comunità gravanti sugli organi centrali
competenti, mentre si lasciava alla iniziativa signorile ogni possibile ed
auspicabile - almeno nella mente dei principi - tentativo di miglioria agraria
in terre per lo più povere ed isolate dai centri urbani di maggior sviluppo
economico. Il marchese Salviati nel 1641 chiese ed ottenne dal granduca Ferdinando
II di poter amministrare direttamente le entrate in ambedue le comunità a
lui precedentemente infeudate. Per Montieri fu redatto un " instrumento di
locazione perpetua " articolato in diversi punti in cui si definivano i compiti
del signore ed i suoi rapporti con la popolazione e gli organi locali. Si
disponeva che il Salviati dovesse pagare per tale locazione 135 scudi annui
alla Cassa dei Conservatori, senza pretendere " sbasso o detrazione alcuna
". se poi il contraente o i suoi successori non avessero, provveduto per tre
anni consecutivi a tale pagamento, le entrate con tutti i miglioramenti e
le bonifiche apportate alla terra sarebbero ritornate sotto il controllo delle
magistrature locali. Si ribadiva l'obbligo per il conduttore di " mantenere
et osservare agli huomini et habitatori li Statuti, Ordini et Usi di detto
luogo ", con l'esplicito divieto di alterare terratici, danni dati, pene diverse.
Gli abitanti avrebbero continuato a servirsi delle bandite per il pascolo,
nei termini previsti dagli statuti. Al signore spettava di mantenere, a sue
spese, in buono stato ed in efficienza il Palazzo di Giustizia, i molini,
forni e tutti gli altri fondi in cui si esercitavano attività di interesse
e utilità generale. Nel testo del contratto era inoltre compresa una lista,
la cosiddetta Tavoletta, in cui si elencavano tutte le spese che la comunità
doveva sostenere, per le quali il feudatario avrebbe fornito al Camerlengo
le somme necessarie. Quest'ultimo avrebbe poi reso conto del suo operato davanti
al marchese Salviati o al suo Commissario ogni anno, mentre ogni quattro anni
il Ministro del feudatario avrebbe dovuto provare davanti ai Conservatori
" di aver adempiuto e soddisfatto alle suddette obbligazioni e pagamenti da
farsi alli Camarlinghi della Comunità ". In realtà, anche sulla gestione signorile
delle entrate comunitative mancò ogni controllo effettivo degli organi centrali
competenti: mai i Quattro Conservatori applicarono la clausola della ricaduta
delle entrate alle magistrature comunali per omissione continuata di pagamento
da parte feudale, mentre i debiti dei signori verso la loro Cassa aumentarono
progressivamente nel corso del secolo XVII e nella prima metà del successivo,
quando sempre più debole si fece la presenza dello stato mediceo in tutto
il territorio toscano. Testimonianza ulteriore dell'incapacità del governo
fiorentino di svolgere controlli sull'amministrazione signorile nelle comunità
sono i frequenti e vani appelli inoltrati da ufficiali al granduca perché
costringesse, in qualche modo, i feudatari a saldare i debiti contratti con
le Casse della Biccherna e dei Conservatori. Nel 1656, per esempio, Ferdinando
II ingiunse che a " Titolati e Privilegiati s'assegnassero quindici giorni
di tempo al pagamento e che non pagando, si mandassero Famigli di Campagna
a farne l'esecuzione ". Il governo fiorentino sollecitò quindi i Conservatori
ad applicare, senza rispetto per nessuno, le disposizioni sovrane, aggiungendo
che " quando i Commissari e Jusdicenti non rispondono, gli faccino venire
a Siena e i Famigli sieno forzati fare le esecuzioni che gli saranno commesse
ed essendo impediti da qualsivoglia, ne dian subito [notizia] da chi e come...
". L'esazione di imposte nelle comunità senesi era diventata sempre più difficoltosa,
nel corso del XVII secolo, per la mancanza di personale, ma soprattutto per
il sempre più scarso potere delle magistrature creditrici e per la connivenza
che si veniva a creare fra i Conservatori ed i feudatari a tutto danno delle
casse dello stato, incapace di perseguire una politica finanziaria organicamente
programmata. Le condizioni economiche appaiono sensibilmente deteriorate in
tutto il granducato e soprattutto nello Stato Nuovo nella seconda metà del
'600, specie in conseguenza dei frequenti scarsi raccolti. La Relazione della
visita dell'auditore Bartolomeo Gherardini compiuta nel 1676, per volontà
di Cosimo III, in tutte le comunità dello stato fornisce un quadro un po'
generico, ma soprattutto troppo " ufficiale " della reale situazione nelle
comunità infeudate, trascurando spesso di rilevare gli evidenti danni provocati
dall'accresciuto potere signorile 56.Tuttavia, per quanto riguarda i feudi
dei Salviati, nella Relazione Sl hanno particolari sufficienti per delineare
i tratti fondamentali dell'involuzione economica ed amministrativa. Nel manoscritto
originale della relazione, al termine della descrizione del luogo e delle
notizie sulla locale economia, sono riferite le richieste inoltrate dagli
abitanti al governo fiorentino, in occasione della visita dell'Auditore. Per
il feudo di Montieri ci sono quindici proposizioni, di cui ben undici denunziano
la cattiva gestione signorile o, comunque, riguardano i rapporti fra comunità
locale e feudatario, divenuti, nel corso degli anni, sempre più aspri e difficili.
Gli abitanti chiedevano, per prima cosa, clie fossero ridotti i permessi di
portare armi da fuoco: l'abuso di esse aveva causato già troppi incidenti
e disordini nel paese che, per la sua posizione di transito verso la Maremma
e quindi verso lo Stato Pontificio, era diventato luogo di incontro di banditi
e contrabbandieri, protetti spesso dagli stessi Commissari feudali. Si faceva
notare, inoltre, come il marchese Salviati non permettesse ai Famigli di Campagna
di accedere nel feudo, seguendo in questo atteggiamento tracotante l'esempio
di altri signori del Senese. Si reclamava, come al solito, il rispetto degli
statuti, appellandosi a quanto stabilito nell'Editto emanato da Firenze il
16 maggio 1619, con cui si voleva salvaguardare la comunità da nuovi abusi
signorili, dopo la prima esperienza negativa dell'infeudazione ai Capizucchi.
Ma, dopo più di cinquant'anni, si dichiara con rassegnazione che " in tutti
i luoghi infeudati gl'ordini non si osservano e si tengon chiusi gl'occhi
". Il malgoverno signorile sembrava essersi manifestato soprattutto in materia
d'amministrazione della giustizia. Per esempio, nella relazione si faceva
rilevare come, a norma di disposizioni statutarie ancora in vigore, abitanti
di terre limitrofe non dovessero esser considerati " forestieri " per il pagamento
di determinate pene: per il danno dato, ad esempio, anche i circonvicini avrebbero
dovuto pagare le stesse quote degli abitanti del feudo e non il doppio, come
invece esigevano i Commissari feudali. Da Firenze non fu data una risposta
celere e soprattutto univoca a quanto esposto nella Relazione Gherardini da
parte dei vassallì dei Salviati. Infatti, mentre furono incaricati i Quattro
Conservatori di esaminare ed eventualmente procedere nelle questioni riguardanti
strade e confini con le comunità vicine, i problemi di carattere feudale non
furono affatto oggetto di immediato esame: una copia delle denunzie dei rappresentanti
la comunità fu inoltrata all'Auditore Generale Andrea Poltri perché lo trasmettesse
al principe, nell'attesa - vana delle sue " resoluzioni ". Un'imponente documentazione
degli anni immediatamente successivi al passaggio del Granducato ai Lorena
riesce efficacemente a gettar luce, grazie ai molti dati retrospettivi, sulle
condizioni dei feudi dei Salviati all'avvento della nuova dinastia. La sempre
più precaria situazione e la fiducia nutrita nel nuovo regime spinsero i Priori
ad inoltrare, quali rappresentanti " l'universale ", un memoriale in dodici
punti alle magistrature senesi e fiorentine, nella speranza di ottenere giustizia.
Nel 1746, il Principe di Craon, vicere dopo l'elezione di Prancesco Stefano
ad Imperatore, invitò la Consulta di Siena ad informarsi più dettagliatamente
del caso dei possedimenti feudali dei duchi Salviati. Il memoriale fu trasmesso
ai Conservatori dal Segretario del governo imperiale ed in seguito notificato
al Commissario dei Salviati. Dopo diversi mesi di attesa, il Magistrato dei
Conservatori faceva presente che il Commissario feudale " non solo non s'è
degnato di rispondere, ma ne pure accusarne ricevuta ". Nella memoria ritornano
diverse accuse già esposte, specie per quanto concerne l'amministrazione della
giustizia ed il mancato rispetto da parte feudale di statuti e consuetudini;
il duca Salviati, da Roma dove ormai risiedeva, confutava tutte le accuse
e in risposta ad esse dichiarava falso il libello, in cui gli veniva contestato
di aver alienato parte delle terre comunali di cui, secondo le disposizioni
del contratto di livello, era usufruttuario e non proprietario. Finalmente,
solo nel settembre del l746, i Conservatori, considerati i diversi punti della
memoria, riconobbero fondate le accuse e il duca Salviati fu invitato a pagare
entro quindici giorni il debito contratto con la loro Cassa ed a render conto
" della soddisfazione degli obblighi e del rispetto degli statuti, obbligandosi
a rifare, a proprie spese, edifizij pubblici del Comune che sono in pessimo
stato, sotto pena della caducità ". Prevedendo inoltre che, se, come troppe
volte era avvenuto in passato, gli ordini delle magistrature fossero assolutamente
disprezzati dai Commissari e dai signori, " non essendo sottoposti di mandarsi
il Bargello di Campagna ", la medesima Cassa dei Conservatori avrebbe inviato
i propri esecutori nel luogo. Non sembra tuttavia che, anche questa volta,
all'apparente fermezza di chi aveva notificato le minacce abbia fatto riscontro
un'incisiva azione contro gli abusi commessi: non era difficile per il Duca
arrivare a distogliere i magistrati senesi dalle loro ferme decisioni, intervenendo
contemporaneamente a Corte, come dimostra la corrispondenza del Salviati in
questo momento. Il contrasto comunque non si assopì: nel giugno 1747 i Priori
della comunità indirizzarono due lettere al Conte di Richecourt ed essi stessi
portarono a Firenze un altro libello, accompagnati, questa volta, da un prete
del paese cui era stato concesso di assistere " alle ragioni della comunità,
poiché in virtù del suo stato ecclesiastico non può esser attaccato e minacciato
dal Duca ". Motivo fondamentale del riacutizzarsi della polemica fra feudatario
e comunità era stata la richiesta, inoltrata a Firenze dal Commissario, di
esautorare il Consiglio, lasciando così de iure, oltre che de facto, in mano
al Duca la elezione a tutte le cariche comunitative. Per avvalorare la richiesta
si era cercato di dimostrare, da parte signorile, che " l'universale è favorevole
al Duca e vuole attendere le sue sole determinazioni ", senza più rispondere
alle magistrature statali. I Priori impugnavano la validità della proposta,
oltre che per la costante difesa delle "leggi patrie", cioè degli statuti
e consuetudini, perché- affermavano - era stata imposta con minacce e con
altri mezzi subdoli agli abitanti " quasi tutta gente povera e idiota, la
più parte de' quali si crede non abbia neppur saputo il contenuto di essa
". Il Commissario poi, " consapevole dell'assoluto dominio de' suoi antecessori
e da quello forse allettato, primieramente ha messo in discredito i Magistrati
di S.M. e, per mezzo de' suoi confidenti, ha fatto spargere la voce che se
qua dovranno attendersi gli ordini de' Magistrati, ogni poco ci saranno gli
sbirri, non si potrà tener più contrabbandi ed insomma sarà finita quella
licenza di vivere sopra divisata ". Sparsa la notizia che il " Foglio " era
stato scritto per ordine del duca Salviati stesso, fu facile per il Commissario
feudale spaventare gli abitanti con minacce di vendette e punizioni se non
lo avessero sottoscritto. Nel fornire ampi dettagli sulle desolate condizioni
della loro terra, i Priori non mancavano di sottolineare il ruolo determinante
svolto dai . Ministri del feudatario nel ledere i diritti statutari e consuetudinari
dei vassalli. Le accuse dei Priori, pur basate, per lo più, sulla costataziohe
della miseria delle loro terre, non mancano tuttavia di cogliere in essa riflessi
della più ampia e grave crisi politica ed amministrativa in cui era ridotto
lo stato toscano dopo due secoli di governo mediceo. Infatti la causa dei
disordini e della depressione delle comunità veniva senz'altro attribuita
all'impotenza delle magistrature centrali fiorentine e senesi. Fra queste,
in particolare, venivano accusati i Quattro Conservatori: senza timore si
faceva rilevare come troppo spesso alla ormai secolare inerzia di tali organi
si aggiungesse la corruzione e la connivenza fra feudatari e funzionari di
magistrature istituite, un tempo, a tutela delle comunità del contado. In
una terra dove attività preponderante era il pascolo, i Commissari feudali
avevano trovato il modo di arricchirsi proprio sfruttando a loro vantaggio
le disposizioni che Io regolavano. Infatti, oltre ad aver spremuto le già
scarse risorse dell'Opera, i cui terreni erano stati affittati o addirittura
alienati dal Salviati, senza licenza dei Conservatori, ed oltre ad aver sconsideratamente
amministrato le entrate dell'Ospedale, " di modo che l'entrate di molti anni
sono restate in mano de' rispettivi esattori e si son dati, contro la volontà
de' Priori, stabili a linea per mezzo prezzo " Ma i Ministri avevano cercato
un modo più sicuro per arricchirsi introducendo nella corte " bestiame forastiero
" in misura superiore a quella stabilita dagli statuti locali. Secondo norme
ben precise, infatti, chi voleva prendere in affitto o a soccida animali per
introdurli nel pascolo, doveva denunziarli prima ai Quattro Conservatori i
quali, su informazione dei Priori, dovevano concedere autorizzazione, solo
se non ci fosse stato danno per la corte stessa. Gli statuti non proibivano
di " dar bestie forastiere a fida ", ma prescrivevano che per queste si pagasse
il doppio che per gli animali locali ed obbligavano inoltre i Paschieri a
non " fidare " più di 25 bestie a persona, considerato il limitato perimetro
della corte. Gli abitanti dei feudi pagavano al duca Salviati, in quanto livellario,
l'Annovero, cioè una tassa capitale annua per il pascolo d'erba. Tutte le
norme statutarie sul pascolo non furono però rispettate ne dai feudatari ne
dai loro Ministri: nella seconda lettera al conte di Richecourt presentata
dai Priori alla metà del '700 si asseriva che " ...è diminuito il pascolo
de' paesani che ciononostante pagano la tassa capitale al Duca, non senza
timore che [gli animali] ne possano perire per mancanza di pascolo e non senza
pericolo di restar dannificati le vigne e castagneti ". I Commissari dunque
guadagnavano per lo meno il doppio permettendo di pascere nella corte ai bestiami
di cittadini senesi o anche di sudditi del limitrofo Stato Pontificio che
venivano così a ledere i diritti degli abitanti dei feudi, con il tacito accordo
dei magistrati dei Conservatori, mentre nei paesi " si rovinano le famiglie
e si mettono a sacco le chiuse ". Gli abitanti delle comunità avevano tentato
di stabilire un accordo col Duca: nel 1743, calcolato il ricavato annuo del
pascolo, avevano offerto al nobile fiorentino la somma di lire 400 all'anno
" purché si fusse contentato di lasciare in libertà de' Comunisti l'ammettere
o no il bestiame forastiero ". L'offerta era stata accolta, " ma la grazia
durò solo otto giorni, che fu rivocata, si crede, per mance e regali seguiti
a' Ministri del Duca, e così restò la Comunità miserabile come prima " .La
polemica fra i vassalli, Ministri del duca Salviati e autorità del governo
lorenese non si assopì nemmeno nella seconda metà del XVIII secolo. Come dimostra
un documento del 1766, steso cioè già diversi anni dopo la Legge sui Feudi
del 1749, la pressione signorile sulle zone infeudate non era affatto diminuita,
ma anzi aveva trovato nello sfruttamento del pascolo il veicolo più diretto
e sicuro di guadagno. Il nuovo governo lorenese aveva emanato, nel luglio
1747, un rescritto in cui si disponeva che spettasse agli abitanti dei feudi,
tramite loro periti, stabilire ogni anno la capacità di ricezione dei propri
terreni a pascolo, onde evitare l'immissione di bestiami in soprannumero.
Nel citato documento inoltrato alla corte lorenese nel 1766 dai vassalli del
Salviati, si fa notare che " benché più volte dalla Comunità si sia voluta
questa stima, non è stato possibile, essendosi opposto il Ministro; ed intanto
il bestiame de' poveri Abitatori o è perito o è stato deteriorato. Per l'esuberante
molteplicità del suddetto bestiame forastiero ammesso al pascolo - si aggiunge
- le bestie paesane sono costrette a pascolare per dimesticheti e castagneti,
unica sussistenza del Paese, i quali cominciano a decadere con pericolo di
andare male affatto ". La distruzione delle colture causata da una forzata
estensione del pascolo aveva avuto tanto più rapidi e negativi. effetti sulla
vita economica dell'intera comunità in quanto aveva coinciso proprio con un
anno, il 1766 appunto, di eccezionale scarsità di raccolti in tutto il territorio
toscano: nel ribadire la gravità della situazione economica ed alimentare
si afferma nel documento che nei feudi " si è ridotta la gente a cibarsi sino
di giumenti morti da se ".In quell'anno di carestia i Priori avevano chiesto
al Commissario feudale di " conservare le Grasce " e i prodotti dei beni comunitativi,
evitando di immetterle sui mercati cittadini, considerata la precaria situazione
alimentare nei feudi stessi: al contrario, " queste [le Grasce] erano state
mandate fuori con tanto maggior dolore degli Abitatori ".Se le accuse contenute
in questo libello presentato nel 1766 possono sembrare (ed in molti punti
in effetti lo sono) analoghe alle rimostranze esposte al governo lorenese
nel 1746 contro il duca Salviati, si deve tuttavia rilevare una differenza
sostanziale fra di esse. Mentre infatti in un primo momento i rappresentanti
della comunità infeudata si limitavano ad esporre i mali causati dalla cattiva
gestione dei Commissari ed attendevano fiduciosamente un'incisiva azione del
nuovo governo e dei suoi organi periferici, in un secondo tempo si precisarono
le proposte e le richieste degli abitanti. La " memoria " inoltrata il 9 aprile
1766 si conclude infatti con la precisa richiesta da parte della comunità
di " amministrare a proprio conto le rendite nella maniera che fanno le altre
Comunità, giacche la decadenza di questo Paese ha avuto il principio e accrescimento
dell'aver affittato i Beni al Feudatario ". Anche nei confronti della figura
del signore e della sua auctoritas la posizione dei suoi vassalli è profondamente
mutata, certamente grazie anche ai primi tentativi di riforme ed alle prime
concrete realizzazioni cui era pervenuto il governo lorenese in materia privilegi
feudali. Infatti, nei libelli presentati nel 1746 non si poneva affatto in
discussione il dominio feudale, ma, accettata la realtà, si criticava aspramente
il cattivo operato dei Commissari che, privi di ogni controllo superiore,
agivano a tutto danno non solo della comunità, ma anche del signore stesso.
Vent'anni più tardi invece, pur non mancando di muovere precise accuse ai
Ministri feudali ed alla toro rapacità, si chiedeva apertamente che un'autorità
superiore dichiarasse il duca Salviati decaduto dalla linea per la mancata
osservanza dei patti livellari e ci si appellava ad un'autorità suprema e
diversa, ad un nuovo Stato perché prendesse cura dei Paesi infeudati, " contro
la ruberia dei Signori e dei toro Ministri " 3 c. Alla copiosa documentazione
sui disordini e sul malgoverno signorile nelle due comunità non corrisponde,
purtroppo, una serie continua ed organica di dati che permettano di confermare
o modificare l'immagine di abbandono scaturita dai documenti precedentemente
analizzati. Lacunosa è infatti la serie di registri di entrate ed uscite delle
due comunità giacenti nell'Archivio di Stato di Siena. assai scarse infine
le relazioni sullo stato economico dei feudi net '600 conservate nell'Archivio
Salviati di Pisa. E' interessante notare, infatti, come alla quasi assoluta
assenza di rendiconti sullo stato dei feudi inviati al duca Salviati dai suoi
Vicari nel corso della seconda metà del XVII secolo si contrapponga invece
una documentazione quasi regolare a partire dalla metà del XVIII secolo, redatta
minuziosamente spesso su richiesta del governo. Questa razionalità nell'amministrazione
non deve essere tanto considerata come un segno di un cambiamento di " mentalità
" nella gestione feudale; ma soprattutto è la conseguenza di una azione più
efficace dello stato che vuol conoscere l'effettiva situazione delle comunità
infeudate, interrogando e stimolando gli stessi signori e gli organi periferici.
La scarsità delle serie dei bilanci e, all'interno di questi, la mancata illustrazione
della provenienza delle singole voci sono fattori che condizionano l'utilizzazione
di tali fonti, rendendone possibile lo studio solo al fine di cogliere l'andamento
generate dell'economia delle zone infeudate in una prospettiva di " lungo
periodo ". Da un documento del 1761 , redatto in seguito all'invio, nel giugno
del medesimo anno, di una lettera circolare mediante la quale il governo lorenese
si preoccupava di conoscere dettagliatamente lo stato dei feudi nel Senese,
risalta con evidenza la inequivocabile involuzione dell'economia nei Marchesati
della famiglia Salviati. L'aumento della popolazione (nel 1761 nei due feudi
vivevano 1491 anime concentrate nel ristretto perimetro della corte) può spiegare
- specie se considerato in rapporto con le frequenti annate di scarsi raccolti
dei primi decenni del '700 - il crescente bisogno di espandere le colture,
soprattutto cerealicole, per far fronte all'accresciuta domanda interna. Invece,
alle sempre più pressanti richieste di potenziare l'agricoltura, sebbene in
una prospettiva di autoconsumo che avrebbe lasciato inalterati i sistemi di
produzione privi o quasi, date le circostanze, di precipui fini di commercializzazione
de] prodotto, i duchi Salviati avevano risposto con un costante allargamento
del pascolo a danno delle colture. Dai bilanci dei feudi redatti " per decenni
", che coprono l'arco di tempo dal 1710 al 1760, risultano cassate alcune
voci perché ormai improduttive (fra queste le più importanti erano il bollo
del cuoio ed i lavoratori salariati); uniche fonti di reddito per il Duca
restavano pertanto le entrate generali e particolari, il bestiame, l'affitto
delle bandite, i proventi di un podere sito fuori il perimetro della corte
e compreso fra i beni allodiali del Salviati. Le entrate avevano subito nei
tre decenni considerati oscillazioni notevoli fino a ridursi, nell'ultimo
periodo, alla " miserabil somma di scudi 37 ", come afferma con malcelato
sconforto il Commissario feudale, autore di un commento sullo stato economico
dei feudi, accluso ai bilanci stessi. 4 a. La legge del 29 aprile 1749 sulle
giurisdizioni feudali n non ebbe conseguenze decisive sull'intricato e complesso
sistema di feudi e signorie che costellavano il territorio toscano. Fu, come
è stato osservato 781 solo un ridimensionamento degli abusi maggiori e del
potere signorile, ormai sfuggito ad ogni controllo dell'apparato statale,
dopo due secoli di governo mediceo. Non si può dire, insomma, con Antonio
Zobi , che la Legge sui Feudi rappresentò un colpo mortale all'idra feudale,
dato che le strutture e le pastoie di privilegi frenarono ancora per molto
il cammino della Toscana verso un vero e nuovo sviluppo civile. C'era però
una " volontà effettiva di riforma ", manifestatasi fin dalle prime disposizioni
del governo lorenese in materia di Fidecommessi e manimorte, volontà di riforma
e di rinnovamento profondo che trovò infine la sua " conseguenza necessaria
" e la formulazione teorica nel Trattato della Nobiltà di Pompeo Neri e nella
legge sulla nobiltà del 1° ottobre 1750. Solo con Pietro Leopoldo, dunque,
si può parlare di riforme che colpirono, più direttamente, il sistema feudale,
anche se, neppure sotto il giovane sovrano, si arrivò all'abolizione dell'istituto
del feudo. Questo, infatti, venne scosso più per riflesso ed in conseguenza
di tutta una ampia politica promossa dal sovrano austriaco, tesa a rinnovare
i settori chiave dell'apparato statale. In questa direzione un particolare
significato ebbe la riforma dell'ordinamento comunale, emanata nel 1774 per
il contado e distretto fiorentino e nel 1777 per la provincia superiore di
Siena. Con le nuove disposizioni si restituiva alle comunità la facoltà di
amministrare le proprie entrate, nella prospettiva di " ... frantumare la
soggezione della provincia alla capitale, ristabilire l'equilibrio fra città
e campagna, finirla con la molteplicità dei diritti... " B4. Il valore innovatore
della riforma nel suo complesso deve però essere ridimensionato alla luce
del contrasto che venne a crearsi con le strutture feudali e con i privilegi
esistenti, corretti, ma non estirpati dalla precedente legge del 1749. Nei
feudi dei Salviati, come in tutti gli altri del Senese, dopo le disposizioni
della legge sui feudi ed altre successive che avevano tolto ai signori la
giurisdizione nelle cause " di sale, tabacco e sottigliumi ", non restava
altro diritto al feudatario che quello di " eleggere il Giusdicente dalle
liste degli Approvati del collegio di Balia, la facoltà di cacciare e pescare
nel territorio, l'esazione delle pene pecuniarie e la cognizione delle cause
criminali che non portano pena afflittiva, le quali si risolvano dall'Auditore
del Feudatario, senza partecipazione al Governo di Siena ". L'entrata proveniva
dunque solo dall'esazione delle pene pecuniarie e da lire 737 che la comunità
elargiva a titolo di canone per il pagamento del giusdicente: la somma complessiva,
si faceva rilevare, era a stento sufficiente per il salario del Vicario e
per la tassa che ogni anno si doveva sborsare per la festa di S. Giovanni.
Dalla Memoria Storica dei Feudi, precedentemente citata, redatta dal Commissario
del duca Salviati in occasione della successione nei feudi del cardinale Gregorio,
è possibile cogliere le impressioni ed il commento della parte signorile alle
conseguenze verificatesi nelle proprietà feudali in seguito all'entrata in
vigore della legge del 1777. Passate sinteticamente in rassegna le fasi principali
della storia delle due comunità sottoposte alla giurisdizione della nobile
famiglia, si fa notare che con la nuova legge " ...le condizioni del Conduttore
furono in parte lese ed in parte migliorate ". La tassa di redenzione, veniva
a gravare interamente sul feudatario ed era di peso notevole, atteso che i
beni comunitativi erano sempre stati esenti da ogni gravezza. Con la liberazione
degli abitanti dalle servitù di pascolo pubbliche e comunali, il Duca perdeva
i proventi dell'erbatico; così come non percepiva più le quote derivanti dall'affitto
dei macelli, forni, osterie ecc. Fra i diritti di cui il feudatario avrebbe
ancora goduto, si annovera la " liberazione dall'obbligo di permettere ai
Comunisti il Gius di far legna senza pagamento nei boschi comunitativi compresi
nel livello...; la piena libertà di pattuire le quote dei terratici, con quelli
che vogliono seminare nei terreni della Comunità; la libertà di pattuire i
prezzi delle fide dei bestiami in quella maniera che più gli fosse piaciuta,
senza attendere ai prezzi stabiliti dagli Statuti de] luogo ". Tutti questi
"prodotti" rendevano al netto 400 scudi annui. Non sembra di poter notare
nelle parole del Vicario del Salviati lo scontento di chi aveva visto gli
interessi ed i diritti drasticamente ridotti dalle disposizioni leopoldine.
La cifra indicata come rendita feudale annua netta è quasi triplicata rispetto
ai 157 scudi annui di rendita netta calcolati in media fra il 1710 ed il 1760.
È necessario dunque, alla luce di questo esempio, riconsiderare il valore
della legge sulle amministrazioni. Essa, in sostanza, non riusciva ancora
a dare una scossa decisiva ai diritti signorili la cui esistenza, al contrario,
veniva così riconosciuta e regolata. Elemento positivo e rispondente alle
istanze ripetutamente manifestate dai rappresentanti della comunità nei momenti
di più acuta tensione con il signore era il ritorno dell'amministrazione delle
entrate alla comunità. Essa avrebbe provveduto a tale compito mediante i suoi
rappresentanti, eletti ora fra i possidenti, dopo la soppressione delle antiche
magistrature comunali. Fattore positivo, sì, ma che rischiava - come in realtà
avvenne - di non apportare nessuna conseguenza decisiva sul piano economico
poiché i settori in cui si esplicavano le principali attività di un piccolo
centro ad economia agricolo-pastorale rimanevano vincolati dai privilegi feudali.
4 b. Uno studio completo dei bilanci patrimoniali di una famiglia nobile,
che aveva fatto parte dell'aristocrazia mercantile e finanziaria, permetterebbe
senza dubbio di seguire dall'interno le trasformazioni economiche e sociali
da essa subite nel corso dei secoli. I limiti imposti alla presente ricerca,
ma soprattutto la mancanza di dati omogenei e continui sul patrimonio per
tutto il periodo considerato, hanno indotto a valutare la serie completa dei
bilanci dal 1759 al 1781 al fine, più modesto, di comprendere il ruolo avuto
dai possedimenti feudali nel complessivo patrimonio del ramo fiorentino della
famiglia Salviati. Tuttavia, dall'esame degli elementi disponibili, si delinea
in termini ben precisi quale fosse, nella seconda metà del Settecento, il
punto di arrivo di quel mutamento sociale iniziato all'indomani della caduta
della repubblica fiorentina. Dal ritiro dai commerci e dai banchi all'acquisto
di terre e feudi in Toscana e nello Stato Pontificio, alla riorganizzazione,
infine, sia del patrimonio vincolato da fedecommesso che dei beni della primogenitura,
in funzione dell'investimento di capitali per un diverso sfruttamento delle
terre più ricche e produttive: queste, in sintesi, le tracce fondamentali
di un processo svoltosi nell'arco di quasi tre secoli, nel quadro delle situazioni
politiche più diverse che videro i membri della famiglia passare da difensori
delle " libertà " degli ottimati contro il Principe, a spettatori distaccati
di una vita che si svolgeva ormai fuori e talvolta contro di loro. I redditi,
negli anni qui considerati, provengono per la quasi totalità dai beni immobili,
per lo più acquistati, come si è visto, nei momenti di crisi o di stasi dei
traffici nel '400 e nel '500. Le entrate da luoghi di monte, cambi e censi
appaiono ormai .del tutto trascurabili: inoltre si nota una ben chiara tendenza
a liquidare definitivamente le poche residue attività finanziarie in cui i
Salviati avevano ancora impegnati alcuni capitali. Per esempio, nel bilancio
del 1762-63, si trova, fra le voci dell'entrata, il ricavato della vendita
di una " torre " di dieci stanze in Firenze (scudi 1194.6), somma destinata
ad estinguere una attività di cambio di cui i Salviati erano compartecipi
insieme ai Gerini. Nel bilancio del medesimo anno figurano, sempre fra le
entrate, anche 259.3 scudi ricavati da un fondaco di lana in Firenze, del
quale i Salviati erano comproprietari con i Serristori. Tale voce però non
è più calcolata né fra le entrate né fra le uscite negli anni successivi.
Nel 1769 si annoverano fra gli introiti anche i 14 scudi, frutto di 4000 lire
tornesi per un fondaco di pellami a Parigi; successivamente la somma si riduce
a 10 scudi annui. Scarsi, se considerati in rapporto con l'ammontare complessivo
delle entrate, sono anche i proventi di fitti e pigioni (circa 500 scudi all'anno,
salvo ascendere ad una punta massima di 746 scudi nel l768 - 69). Il valore
di queste cifre apparirà più chiaro se posto in relazione con altri introiti
quali, per esempio, la carica di Gran Ciambellano che aveva reso il primo
anno (1768) scudi 1767.3.17 e negli anni successivi la somma fissa di scudi
800. La preferenza accordata, ormai da più di un secolo, ai redditi più consistenti
e più sicuri, come quelli derivanti dalle cariche onorifiche, testimonia come,
alla metà del XVIII secolo, la famiglia Salviati si fosse perfettamente inserita
nel tipo di vita condotto dalla maggior parte delle famiglie della medesima
classe in Firenze, città in cui " ... la nobiltà è estremamente ignorante,
non studiando ne applicandosi punto, unicamente occupata nell'ozio, senza
coltura ne istruzione e generalmente con poco o punto onore... portata ad
esser prepotente verso il popolo e le altre classi e ceti delle città subalterne,
disprezzando e trattando tutti di alto in basso, pretendendo di non pagare
i manufattori, di maltrattare la gente di servizio e di fare a chiunque qualunque
prepotenza... " " . L'aumento delle spese " superflue ", quale risulta all'esame
delle voci dei bilanci, si spiega nel quadro delle mutate esigenze di chi
cercava di mantenere un elevato tenore di vita, in gara con le altre casate
nobiliari residenti negli aviti palazzi cittadini o nelle ville suburbane,
circondati sempre da un'imponente schiera di servitù e da una piccola corte,
modellata sull'esempio di quella principesca. Anche per la casa Salviati aumentarono
le spese di caccia, per cui si impiegarono in media 500 scudi all'anno, anche
se tale voce subì una drastica riduzione negli ultimi anni, fino a scendere
a scudi 13 nel 1781; la somma destinata alla " scuderia " salì dalla già alta
cifra di 928.2 scudi spesi nel 1759 a 2928.6 scudi del 1781; stesso aumento
si registra nelle spese di vitto, pari a scudi 951 nel 1759, mentre nel 1781
ammontavano a scudi 2489.2. Una crescita costante caratterizza le somme destinate
alle livree : dai 44 scudi del primo anno arrivarono a 540 nel 1781. Si spendevano
inoltre circa 4500 scudi all'anno per il mantenimento delle cappelle nelle
ville, per far celebrare messe, per elargire elemosine ed offerte. Per una
nobiltà esclusa da più di due secoli da un'attiva partecipazione al governo
e che poco a poco aveva rinunziato ad ogni attività che comportasse rischio
ed insicurezza, il lusso e la vita di corte sembravano esser diventate le
vie più sicure per valorizzare la propria posizione sociale ed accrescere
il prestigio. Si era ipotizzato, all'inizio della presente ricerca, che fra
i motivi principali che spinsero le famiglie patrizie fiorentine ad acquistare
feudi, fra XVI e XVII secolo, ci fosse stata soprattutto l'ambizione degli
esponenti di quelle casate di fregiarsi di titoli e godere di privilegi, ambizione
favorita e stimolata senz'altro dalla volontà del principe di fare del patriziato
una nobiltà legata alla corte e, di conseguenza; più facilmente controllabile
sul piano politico. Una conferma a questa ipotesi sembra venire proprio dal
considerare il valore che i possedimenti feudali ebbero nel complessivo patrimonio
dei Salviati. La posizione marginale avuta dai feudi toscani nell'economia
familiare risulta con evidenza dall'osservare il rapporto fra le entrate dei
marchesati ed il totale delle entrate; ancora più netto appare lo squilibrio
esistente fra le entrate feudali e quelle delle " Fattorie di Toscana", cioè
della parte più solida del patrimonio potenziata, dopo la metà del XVIII secolo,
da un costante investimento di capitali. Scarso valore economico, dunque,
quello delle proprietà godute a titolo feudale dai Salviati i quali, tuttavia,
non pensarono mai a rinunziare ad esse, nemmeno nei momenti in cui, sia per
la rendita divenuta sempre più scarsa e precaria, sia per le frequenti liti
con i rappresentanti delle comunità, la gestione di quelle terre poteva rappresentare
solo un peso per la famiglia. Ma il possesso di feudi ed il relativo titolo
aveva per la nobiltà un valore più profondo e non certo identificabile col
semplice vantaggio economico derivante da]la rendita feudale. I feudi non
rappresentarono mai un terreno adatto ad investimenti di capitali e non vennero
considerati in una prospettiva " capitalistica " neppure nel Settecento, in
un momento di espansione economica e demografica e di rialzo dei prezzi dei
prodotti agricoli. Numerosi dati, infatti, confermano che, anche nel XVIII
secolo, nelle terre affidate ad esponenti di nobili famiglie si continuò a
praticare un tipo di agricoltura promiscua, diretta a soddisfare precipuamente
le richieste del mercato locale e del fabbisogno interno, mentre nella maggior
parte della superficie infeudata si intensificò lo sfruttamento del pascolo.
La concentrazione di capitali per migliorare e potenziare lo sviluppo delle
fattorie e delle zone più vicine ai mercati cittadini e la conseguente esclusione
dei feudi dal rinnovamento economico iniziatosi sotto la spinta delle riforme,
è testimoniato inoltre, nei bilanci qui considerati, dalle cifre spese per
" migliorie ed acconcimi ". Fra il 1759 ed il 1761 furono destinati alle fattorie
toscane scudi 1030.3; nel 1778 la cifra era salita a scudi 3913.4.13.8: non
risulta però che parte almeno delle somme spese per incentivare la produttività
del patrimonio fondiario sia stata investita nelle terre infeudate. L'aggravarsi
delle condizioni economiche ed amministrative nelle comunità affidate, da
più di due secoli, alla gestione feudale non fu dunque dovuto all'introduzione
di sistemi di produzione " capitalistici " o alla mercantilizzazione del feudo
stesso, come avvenne nell'Italia meridionale. Invece, proprio l'assenza nella
nobiltà di precisi intenti di fare dei feudi, acquistati per motivi di prestigio
e di onore, il pernio della proprietà fondiaria, relegò le già depresse comunità
ai margini dello sviluppo economico e sociale avviato con le riforme leopoldine
e destinato a dare i suoi frutti nel periodo del governo francese.
