Con questi due versi fa la sua prima apparizione in Maremma la poesia italiana. Siamo nel 1158; il conte Ranieri Pannocchieschi, soprannominato Pannocchia, e Galgano, suo fratello, vescovo di Volterra, sono in contrasto per la divisione di certe terre poste nelle corti di Travale e di Gerfalco, oggi nel Comune di Montieri, ultimo lembo del territorio grossetano compreso tra quel di Volterra e di Siena. Il vescovo Pietro di Grosseto, davanti al quale la questione è stata portata, dopo un vano accordo concluso il 29 marzo 1156, affida l'incarico della risoluzione ad un collegio di nobili e curiali di Volterra, i quali emettono un lodo il 23 maggio 1158. Ma neppure questa volta la sentenza, è accettata integralmente, almeno da parte del Pannocchia, che doveva rinunziare in favore del vescovo ad alcune mansiones della corte di Travale e di Fosini, le quali, secondo lui, erano state incorporate nella corte di Gerfalco, pur non facendone parte.
Gli arbitri invitano il conte a presentare, davanti al giudice Balduino, entro il 6 luglio, sei bonos homines et legales di Travale e altrettanti di Fosini che attestino con giuramento la verità o meno delle affermazioni del Pannocchia. I sei uomini di Travale, il 6 luglio, fanno la loro deposizione a Gerfalco davanti al giudice Balduino, il quale, dopo avere brevemente esposto i termini della controversia nella sua fase finale, riferisce la loro testimonianza al latino notarile frammischiando parole e periodetti nella lingua del popolo la dove, a suo modo di vedere, il valore della deposizione richiedeva la trascrizione fedele delle parole dette dal teste.
La vecchia pergamena, conservata nell'archivio vescovile di Volterra, non riporta le deposizioni degli uomini di Fosini, o perché il conte Ranieri non riuscì a trovare testimoni che sostenessero la sua tesi, o perché il documento ci è pervenuto incompleto, tanto che manca la stessa sentenza.
Pur così com'è, la pergamena volterrana riesce ugualmente assai preziosa, non per la controversia in se, di nessuna, importanza per noi, ma per il contributo che porta alla storia delle origini della lingua e della letteratura italiana.
Nomi di località maremmane Travale, Fosini, Gerfalco, mascia de castagneto o de la castagneta, mascia de la montanina, Casamagi appaiono già intieramente fissati nella più schietta lingua toscana, al pari di nomi di persone e cognomi, come Andrea Starna, i Maccingki, li napparii, gli Starni, i Del Rosso da castagneta e quelli da la montanina i Cavalieri; nomi comuni, come controversia, pane, vino, la guaita, li maccioni per muratori, si presentano insieme con aggettivi quelli, mezo, con avverbi male, mai e con voci verbali presi, tornò, mangiai, far, in un lessico e costrutto grammaticale definitivamente sviluppato.
Non solo: tre brevi periodi vi risuonano così toscanamente puri, come di rado capita di udire in certi testi, anche toscani, d'un secolo dopo.
Io de presi pane e vino per li maccioni a Travale, confessa il teste Enrigulo, a proposito della località detta " montanina ", se togliamo quel de, evidente arcaismo di ne, derivante da un inde, e quel maccioni, che nel latino medievale significa muratori, il periodo è chiaro e linguisticamente moderno. Così può dirsi della testimonianza di Pochino, cioè di un tal Pietro che aveva quel nomignolo, il quale a proposito di un certo Malfredo di Casamagi, dice che per aver cantato una sera, mentre faceva la guardia, "guaita guaita male non mangiai ma mezo pane, non tormò mai a far guaita".
L'importanza di quest'ultima testimonianza, e perciò di tutto il documento, non si limita al valore storico della veste volgare con la quale il giudice, senza rinunciare al suo latino curialesco, l'ha riportata; per rendersene pieno conto, giova, riferirla integralmente; e perché non sfugga al lettore ogni elemento di giudizio ripubblichiamo tutto il documento, che in alcuni punti non fu letto esattamente neppure dall'ultimo studioso (1), che ne dette anche il fac-simile.

Ego balduinus sacri Lateranensis palatii Iudex et Imperatorie dignitatis missus atque iudex ordinarius hanc sententiam a me datam subscribendo confirmo.... In nomine summi et eterni dei amen. Quia prefati Guido, Lamrprettus riccius et monaldus pridie nonus julii fieri id preceperunt. Ego balduinus judex ordinarius de causa cognoscendo super controvercia quae vertebatur inter prefatum episcopum ex una parte et comitem pannockiam ex alia nomine curtis de gerfalco et curtis de travale, haec a partibus audivi. prefatus pannockia dicebat de curte de travale esse ostensum et divisum et de curte de fosini per curtem gerfalci. pars episcopi dicebat non sic esse quia ipsemet pannockia terrifines curtis gerfalci nominaverat et ostenderat. et sex boni homines sua concordia fuerunt electi qui sub suo jure jurando curtem de gerfalco dividerent quibus etiam alii doo sunt adiuncti qui se ostensuros curtem gerfalcki juraverunt. et diviserunt et ostenderunt. pars comitis dicebat se errasse et quod juratores curtem gerfalci et plus ostenderunt et diviserunt. Ideoque prefati Guido et Lamprettus riccius et monaldus dixerunt ut comes prefatus daret sex bonos homines et legales de travale et sex de fosini et quod sex de travale curtis de travale et sex de fosini curtis de fosini a die late ab eis sententie usque ad diem quo pridie nonus julii est esse jure jurando ostenderint infra terrifines ostensos per curtem de gerfalco. curti eius castelli remaneat cuius esse ostensum erit. et si non ostenderint remaneat curtis de gerfaco exinde sicut ostensa fuit per primos juratores. et ita Guido et Lamprettus riccius et monaldus hinc inde ab utraque ista parte observari preceperunt. Prefatus comec infra predictum terminum de travale dedit sex homines, qui juraverunt quod de discordia quae erat inter episcopum et comitem predictos de curte gerfalci quam episcopus dicebat esse sicut terrifinata erat per juratores et de curte travalis de qua comes dicit esse infra terrifines per curtem de gerfalco ostensos veritatem quam inde scirent. interrogati totam dicerent et ostenderent neque tacerent et falsitatem studiose inde non dicerent. Quorum primo berardinus quondam tebaldi testatur de curte de travale esse sicut territorium mascie de castagneto tenet de antiquo quod primo habuit andreas starna qui nappaio vocabatur. de mascia montanina dicit quod est de curte de travale antiquum scilicet eius quod martinus cavalieri tenuit.
Viventii quondam filius qui henrigulus vocatur dicit quod audivit dicere berardinum predictum quod isti de casa magii hii sunt li nappari fuerunt de la curte di travale ut ipse audivit dicere: de la montanina dicit Io de Presi Pane e vino per li maccioni a travale. de illa quae est da casa magii dicit quod non recepit inde servitium audivit dicere quod perdonatum fuit.
Martinus quondam petri dicit deus scit quod ego certetham aliam aon scio nisi per auditam: de caca magii e de la cnstagneta e de la montanina audivi a patre meo quod erat de la curte di travale, de curte de gerfalco dicit quod nescit alios terrifines nisi quos hic audivit palam dicere nec de la curte di travale: nullum invenit qui sibi diceret ut super animam eius iuraret terrifines alios.
brunettus quondam Eldithelli dicit quod audivit dicere et non scit inde nisi per auditam de casa Magii et castagneta e la montanina quod erat de la curte de travale.
Saracenus quondam benthuli dicit quod audivit ab avia sua quod maccingki li nupparii et starni e del rosso da castagneta et quelli da la montanina erant de la curte di travale, dicit quod aliud non scit inde nec aliud ponit.
Pogkino qui petrus dicitur dicit (2) quod ipse stetit cum Gkisolfolo Africinu et ab eo audivit quod casa magii erat de la curte de travale et fecit ibi servitium non quod ipse viderit vel sciat. et ab eodem Gkisolfolo audivit quod malfredus fecit la guaita a travale. sero ascendit murum et dixit Guaita guaita male non mangiai ma mezo pane, et ob id remissum fuit sibi servitium. et amplius non torno mai a far guaita, ut ab aliis audivit quia veritatem inde nescit.

L' attenzione del lettore e attirata subito dall' ultima, parte della testimonianza, e segnatamente dai due versi che Malfredo avrebbe cantati:

Guaita guaita male
Non mangiai ma mezo pane.

Il valore loro, dal punto di vista storico della poesia italiana, non è sfuggito a nessuno dei pochi che si sono occupati del documento, da Tommaso Casini, che primo lo pubblicò, nel 1907, nella sua Letteratura italiana, (Roma, 1907, I, p. 326), riportandolo dal Regestum Volaterranum, curato da Fedor Schneider (Roma, 1907, n. 186, pp. 65-66), a Guido Mazzoni, che per l'età, per il luogo e per il nome del vescovo Galgano di recente lo ricollegò col tanto discusso ritmo laurenziano (3).
Concordi i critici sul valore storico e su la generica interpretazione che i due versetti di Malfredo siano una manifestazione di malcontento, essi dissentono sul carattere di questa manifestazione e di conseguenza su la natura e gli effetti di quei versi, forse perché la testimonianza di Pochino, avulsa dalle precedenti deposizioni e da alcune abitudini dei guaitatori, non è stata colta nel suo vero significato.
Al Bertoni, che ne dette un fugace cenno nel. suo Duecento (pp. 155- 156), quei due versi " paiono quasi un'eco dei dolori e dei pianti del popolo in un'età, di miseria o di avvilimento per la gente minuta ".
Luigi Gasperetti, dopo avere ampiamente illustrato il documento dal lato storico della contesa, dei boni homines ecc., discute il commento suggestivo " ma poco corrispondente alla verità " del Bertoni, per dimostrare che " il grido della scolta di Travale ", a cui non è stato dato cibo sufficiente e che non vuole quindi compiere il suo uffizio e protesta che non tornerà più a far guaita, è il sintomo che anche " nelle campagne la lenta emancipazione delle onerose imposizioni e il graduale decadere del potere e dell'importanza politica del feudo favoriva una serie di sottrazioni personali, individuali alle fazioni ed alle angarie degli antichi padroni ". Malfredo, palesando il suo malcontento con quella " rozza imprecazione ", sarebbe riuscito a sottrarsi all'obbligo della guaita.
Romualdo Cardarelli, recensendo le pagine del Gasperetti (4), ne integra la illustrazione storica e dal fatto che le tre località in questione, ai primi del 1100, al tempo cioè cui i fatti esposti dai testimoni risalgono, dovevano appartenere a un antenato dei due fratelli Pannocchieschi, deduce che le parole di Malfredo non rappresentano " un gesto di ribellione contro l'autorità feudale ", ma solo il desiderio di fare la guaita non più in Travale, ma in Gerfalco, perché forse gli era più vicino e comodo.
Il guaitatore avrebbe colto " il pretesto di una insufficiente razione di pane, cosa forse non inconsueta in quelle località di montagna, per protestare contro il servizio di guaita fatto in Travale e che da allora in poi egli ottenesse di farla in Gerfalco e di essere accettato colà con gli stessi oneri e privilegi di cui godevano gli altri villici di Gerfalco.... ".
Antonio Restori, discutendo (5) col Torraca sull'antica sirventesca toscana ricorda di volo il ritmo di Travale come un improvvisato canto satirico, che fruttò al popolano Malfredo la punizione di essere per sempre escluso da quel servizio, e il Mazzoni ripeté col Restori che a Malfredo " fu castigo il non esser più chiamato a far la guardia e il perderne il soldo relativo ".
La illustrazione del Gasperetti e specialmente quella del Cardarelli, che sono sfuggite tanto al Restori quanto al Mazzoni, e senza le quali la testimonianza di Pochino non può essere intesa nel suo giusto valore, esclude che Malfredo non tornasse più a far guaita per punizione: la frace ob id remissum fuit sibi servitium non significa fu licenziato, non solo perché remitto ha sempre il concetto del condonare e perdonare - è superfluo ricordare la remissione dei peccati -, ma anche perché nello stesso documento la testimonianza precedente di Enrigulo, accennando, forse alla guaita, certo ad un servizio obbligatorio che pesava sugli uomini di Casamagi, riferisce: " de illa quae est da casa magii dicit quod non recepit iede servitium, audivit dicere quod perdonatum fuit: di quel servizio di guaita che spetta agli uomini di Casamagi dice che non ne ebbero obbligo di prestazione; sentì dire perché era stato loro condonato ". Accetto l'aggiunta di guaita suggerita, per la intelligenza del passo, dal Cardarelli, che ne ha data la spiegazione, ma non l'ha collegata col remissum fuit della testimonianza di Pochino.
Dunque, quel servizio a Malfredo fu condonato; ma ce si guarda più che al carattere obbligatorio della guaita, all'utilità sociale che essa apportava a tutti, dai feudatari ai vassalli, dai signori ai contadini, è probabile che Malfredo mirasse piuttosto a liberarsi dall'obbligo di far guaita a Travale per prestarla a Gerfalco, se, come pare, gli rimaneva più comodo.
L'ipotesi appare fondata anche perché, come ha rilevato il Cardarelli, il feudatario da cui dipendevano Travale e Gerfalco era in quel tempo lo stesso. Certo, a prima vista può sembrare strano che palesando con dei versi il suo malcontento Malfredo ottenesse senz'altro un premio, anziché una punizione; ma la stranezza scompare facilmente se ammettiamo che in fondo si trattava di cambiare solo il posto del servizio, non cessarlo; così i signori di Travale si sarebbero indotti a contentarlo senza difficoltà, come, del resto, appare anche dalla deposizione del teste Enrigulo, che si riferisce genericamente agli uomini di Casamagi, anziché al solo Malfredo.
Ammessa questa interpretazione, i due versi che esprimono - a giudizio di tutti - una manifestazione di malcontento e che sono in stretta relazione con essa, come sono apparsi - ci si domanda - sul labbro dello svogliato villico?
Si noti la scena che s'intravede nel rapido e significativo cenno di Pochino. Malfredo di Casamagi deve andare a, fare la guardia a Travale, perché è di turno; di malincuore s'avvia e o perché lungo e disagiato è il cammino - siamo in montagna e nell'aspra corona di monti che culminano nelle Cornate di Gerfalco - o perché si gingilla durante il tragitto mal disposto com'e a prestare quel servizio, arriva tardi e tardi prende il suo posto. Sero ascendit murum. Par di vederlo, questo contadino, salire la scala che porta sulle mura lento, dinoccolato e pensoso. Che medita? Forse il modo di far capire a quei signori che quel servizio non gli garba, che è seccato di quel peso che potrebbe essere meno gravoso se lo lasciassero andare a Gerfalco. E come?
Lanciando " una rozza imprecazione ", dice il Gasperetti, la quale rappresenterebbe " l'espressione di un sentimento, il lamento e la protesta di una coscienza ", affidata al diffuso metro delle filastrocche di ottonari monorimi, che " sembrano costituire una tradizione antichissima nella poesia popolaresca ".
Con un breve strambotto, corregge il Cardarelli, perché in quei versi, che per lui " e difficile che costituiscano un frammento di poesia popolare " - ma forse voleva dire giullaresca, perché anche lo strambotto è un componimento spiccatamente popolare - c'e dentro del cruccio ma anche dell'ironia che s'addice bene a questo componimento primitivo ".
E' un'improvvisazione dunque tanto per il Cardareili quanto per il Gasperetti; così pure per il Restori e per il Mazzoni, nei quali, convinti che la conseguenza del canto sia una punizione, mi pare logica l'ipotesi della improvvisazione, perché Malfredo " non poteva sapere - dice il Restori - in precedenza che quegli avaroni di Travale non gli avrebbero dato per cena che un mezzo panino. E a quei due seguivan certo altri versi più mordenti se quei di Travale, avari si ma permalosi, gli dettero senz'altro licenza ".
Naturalmente, per arrivare a tale spiegazione, nonostante quel mezzo panino che sa troppo di città e dei nostri tempi, bisogna ammettere che il buon Malfredo prestasse servizio di guaita per la prima volta e prima di salire ricevesse la remunerazione di un " mezzo panino " per cui, sdegnato, lanciò al cielo il suo sfogo satirico, senza riflettere che avrebbe perduto senz'altro quel posto così scarsamente remunerativo. Basta. rileggere il passo per rifiutare tutta la interpretazione del Restori, che del buon Malfredo fa un ingenuo nel momento in cui dovrebbe essere un furbo e un furbo nel momento in cui dovrebbe essere un ingenuo.
Il Restori poi correge anche il passo ritmico:

Guaita! Guaita! - Guaità male....
non mangiai ma' mezzo pane,

dicendo che il secondo guaita " del documento e certo un guaità = guaitai e il metro esige la ripetizione " del guaita. Non saprei perché in un componimento popolare non si possa avere un senario alternato con un ottonario, specialmente se si tratta di un distico che inizia uno sfogo o rappresenta la chiusa della strofa o il ritornello del canto.
Il Mazzoni, pur riconoscendo non necessaria la ripetizione della parola " guaita ", accetta il testo del Restori, con lieve modificazione:

Guaita! Guaita! - Guaità male....
Non mangiai ma mezzo pane!

e spiega:
" Guardia! Guardia! - Ma io, in mio proprio danno, ho fatto finora la guardia! Non mi è accaduto mai di mangiare più che un mezzo pane! ".
L'interpretazione, leggermente diversa da quella, del Restori, parrebbe anche più verosimile e direi anche più rispondente, almeno in senso lato, a verità, se si togliesse ai due versi il carattere di improvvisazione e la nota personale tanto della guardia quanto del mangiare si modificasse in una nota generica, ma di ciò a suo luogo.
Intanto opportunamente il Mazzoni rileva che quel Malfredo non era " un più o meno nobile armigero di una famiglia de' Casamagi " ma " un umile soldato di un casale, Casamagi ", che non è certo l'antichissimo casale della Maremma volterrana, come pensa l'illustre critico, a circa un miglio da Bibbona, ora distrutto da secoli, e di cui parla il Repetti alla voce Magi o Magio nel suo Dizionario della Toscana, perché troppo lontano da Gerfalco e da Travale, nei cui dintorni doveva trovarsi (6). Anche il Cardarelli ricorda un Enrico Casamagii; ma senza dubbio nel nostro documento si tratta d'un casale, che del resto lo stesso Cardarelli rammenta insieme con mascia di Castagneto e mascia de la montanina fra le località contestate.
Lo stesso Cardarelli, che col sussidio di altri documenti ha portato molta luce sulla questione, non mi pare che veda giusto identificando i Maccinghi coi Maccioni, anche se questi sieno, come egli pensa, una famiglia; al contrario di quel che dice il Gasperetti, che li presenta come muratori in quel tempo occupati a lavorare alla Montanina. Ma se anche cogliesse nel segno nel fare dei macciones una famiglia, non vedo però come possa essere accolta la interpretazione del ritmo suggerita anche a lui dall'errata convinzione che sia un ritmo improvvisato.
Egli scarta la trascrizione dei due verdetti data dallo Schneider perché insostenibile,

Guita guaita, male
Non mangiai, ma mezzo pane.

E giustamente, a mio modo di vedere, perché il senso che se ne ricaverebbe sarebbe poco chiaro: non mangiai male, ma, cioè soltanto mezo pane, è piuttosto di rassegnazione anziché di malcontento.
Il Cardarelli poi continua:
" Il Gasperetti, come già il Bertoni e il Monaci - in una sua lezione universitaria -, ritengono che il ma significhi più che, forma usata da Dante, ma certo non troppo comune. Io credo più probabile sia stata usata qui per mai, perché è difficile che l'autore del ritmo avesse adoperato il passato remoto mentre si trattava di un fatto che stava avvenendo appunto nel momento stesso dal canto o dell'esclamazione. Il troncamento si spiega bene a cagione del ritmo, e non è da trascurare che l'avverbio mai è stato adoperato.... nello stesso documento. Anche il senso a mio parere ne guadagna da questa versione:

Guaita guaita male - Non mangiai ma' mezzo pane.

Così il significato sarebbe questo: la guardia non può fare buona guardia, avendo mangiato soltanto mezzo pane, cosa che non le era accaduta mai prima ".
Si potrebbe obiettare che il ma nel significato di più che, se pare poco frequente ai tempi di Dante, poteva essere molto comune un secolo e mezzo prima, che nella storia delle parole conta moltissimo; comprendo anch'io che l'uso di quel passato remoto suona male per un'azione così prossima, e che perciò l'interpretazione del Gasperetti urta con quella voce verbale; la stonatura poi sarebbe maggiore se si accettasse la correzione del Parodi che, secondo quanto riferisce lo Schiaffini (7), avrebbe in una, lezione proposto di leggere mane in cambio di male, per evitare l'assonanza, che invece è un fenomeno più che frequente nei canti popolari.
Orbene, questa ed altre difficoltà scompaiono quando i due versi si considerino non come l'espressione poetica improvvisamente nata dallo sfogo d'un guaitatore malcontento per avere avuta una insufficiente razione di pane, ma come frammento di un canto giullaresco.

* * *

La guaita, com'è noto (8), è un servizio notturno di vigilanza, d'origine probabilmente militare, che per molto tempo e in molte località era compiuto da uomini obbligati a prestazioni feudali. Durante il servizio la scolta dava segno di se rispondendo al richiamo della scaraguaita o ronda di vigilanza, dove esisteva, o a quello dei vicini guaitatori, che a vicenda con apposite grida s'incitavano a stare all'erta; può darsi che dai primi canti di scolta si sia passati presto a ripetere più o meno lunghe cantilene, non tanto per garantire con la voce gli abitanti e i signori che la sentinella vegliava attentamente sui loro sonni e su la loro tranquillità, quanto per rompere il lungo silenzio della notte, il gelo della solitudine e alleggerire il peso del servizio.
Tutti i canti che via via sbocciavano dalla fantasia del popolo o dall'estro del giullare dovevano costituire il ricco repertorio dei giovani in genere e dei " guaitatori in particolare, dal rude canto marziale al dolce canto d'amore, dai versi giocondamente burleschi a quelli aspramente satirici. Nelle notti profondamente cupe o suggestivamente stellate, il guaitatore si ricreava nella scelta di quei canti che più gli andavano a genio, ora intonandoli così per dimenticare in essi le lunghe ore della guaita, ora affidando loro la nota di cruccio o di gioia che agitava il suo cuore.
Si potrebbe ricordare il ricco repertorio lirico da cui i nostri soldati traggono i loro canti per lanciarli al cielo durante quei servizi che lo consentono, o per puro bisogno di cantare o per dare libero sfogo a qualche sentimento. Meglio forse quello dei nostri contadini e delle nostre contadine, che specialmente nei luoghi di montagna si rendono meno faticoso il lavoro stornellando con versi più spesso sentiti ripetere, qualche volta sgorgati direttamente dal loro labbro.
In mezzo a questo repertorio, che i giullari dovevano particolarmente alimentare, non dovevano mancare i canti che prendevano argomento dalla vita della guaita, sia in ciò che il servizio aveva di attraente sia in quanto dava motivo a malcontento provocato o per la sua durezza o per la tirchieria del trattamento o per la prepotenza dei signori o per altro.
Che l'ipotesi non sia avventata lo provano i numerosi canti che la vita dei soldati, compreso il loro trattamento, specialmente il vitto, ha ispirato alla musa popolare e che i soldati ripetono tanto volentieri. Però non tutti i canti, ne in ogni circostanza; perché quale soldato oserebbe cantare sotto il viso dei superiori versi satirici che rilevassero l'insufficienza o la sgradevolezza del rancio? Sarebbe una vera audacia.
Malfredo dunque quella sera sale sugli spalti delle mura molto a malincuore; forse del suo malcontento aveva già parlato ai suoi superiori senza alcun risultato, o forse non aveva avuto il coraggio di lamentarsi apertamente. Ma quella sera, spinto dai bisogno di finirla, escogita e trova la via: al canto di scolta fa seguire o precedere - poco importa - un canto che palesa, nel profondo silenzio della notte, l'eco del suo interno malumore: un. canto, scelto dal repertorio giullaresco, fra quelli che poteva avere suggeriti il meschino trattamento fatto ai guaitatori, allo scopo di esprimere con garbata ironia il suo malcontento: un canto, certo, che era audacia e imprudenza levare al cielo durante il servizio.
Ma i signori ne compresero il significato non recondito e, per non aggravare lo scandalo, corsero al riparo esentandolo dal servizio di Travale, per lasciarglielo fare altrove, come desiderava.
Non frammento di un canto di scolta, come pensa il Casini, avrebbe stonato con la severità del servizio cui i guaitatori erano obbligati; ne espressione ribelle o satirica di sentimenti per un servizio mal ricompensato, come vogliono gli altri, ma frammento di un canto satirico, giullaresco o popolare che sia: quel mangiai, che sintatticamente non reggerebbe se il canto fosse improvvisato, e come una spia; quel guaita, guaita male ha tutta l'aria di essere l'inizio o il ritornello di una cantilena notissima, onde il testimone, riferendo quelle parole, chiarissime a tutti, non sentiva il bisogno di aggiungere altro, perché anche quel canto - come parecchi canti dei nostri tempi - si individuava da quei versi; e i testimoni e gli arbitri e forse lo stesso giudice, conoscendolo, compresero l'imprudenza di Malfredo, felicemente risolta, come ci fa sapere quell'ob id remissum est, che indica la stretta dipendenza tra il condono della guaita e quei due versi che lasciano pensare agli astanti il resto che il tempo ci nega di conoscere.
Questo canto volgare risuonava intorno alle mura di Travale parecchi anni prima del 1158, perché la testimonianza di Pochino ci riporta appunto ai primi decenni del secolo: perciò esso è il più antico esempio che sia noto di poesia italiana in Toscana e forse in Italia, anteriore perfino a quella sirventesca che nel 1153 avrebbe esaltato con un elogio lo stesso vescovo Galgano che compare come attore nella nostra pergamena, per opera di un giullare toscano (9).

Guaita, guaita male!
Non mangiai ma mezo Pane.
Tratto da: ANNUARIO del Regio Liceo-Ginnasio"Carducci-Ricasoli" Grosseto a cura del Preside Prof.Dott. Giuseppe Fatini - Grosseto 1932
Presente n°1 originale nell'Archivio OCCXAM.